Chapter 5

2109 Words
– Con me! – esclamò Isabella. – Va’ – disse Hippolita, sollevata dopo il messaggio del suo signore; – Manfred non può sopportare la vista della sua famiglia. Egli pensa che tu sia meno turbata di noi e teme di affrontare il mio dolore. Consolalo, cara Isabella, e digli che soffocherò la mia angoscia piuttosto che aggiungerla alla sua. Era ormai sera; il servo che precedeva Isabella la guidava con una torcia. Quando arrivarono da Manfred, che stava passeggiando impaziente nella galleria, egli si fermò di colpo e disse rapidamente: – Porta via quella luce, e vattene –. Quindi, chiudendo con violenza la porta, si lasciò cadere su una panca vicino al muro, e ordinò a Isabella di accomodarsi vicino a lui. Lei obbedì tremante. – Vi ho mandato a chiamare, signora... disse, e quindi tacque, apparentemente molto confuso. – Mio signore! – Sì, vi ho mandato a chiamare per una faccenda molto importante – riprese lui; – asciugate le vostre lacrime madamigella... Voi avete perduto il vostro sposo: sì, fato crudele, e io ho perduto le speranze della mia stirpe! Ma Conrad non era degno della vostra bellezza. – Come! Mio signore – disse Isabella; – non mi sospetterete di non provare il turbamento che dovrei? Il mio dovere e l’affetto avrebbero sempre... – Non pensate più a lui – la interruppe Manfred; – era un ragazzo debole e malaticcio, e il cielo forse se l’è portato via per impedirmi di far poggiare gli onori della mia casata su fondamenta così fragili. La famiglia di Manfred ha bisogno di numerosi virgulti. La sciocca predilezione per quel ragazzo ha bendato gli occhi al mio buonsenso... Ma è meglio così. Spero entro alcuni anni, di aver motivo di rallegrarmi della morte di Conrad. Le parole non possono descrivere lo sbalordimento di Isabella. All’inizio temette che il dolore avesse sconvolto la mente di Manfred. Un nuovo pensiero le suggerì che questo strano discorso fosse fatto per prenderla in trappola: temeva che Manfred si fosse reso conto della sua indifferenza per il figlio, e in base a quest’idea replicò: –Mio buon signore, non dubitate del mio affetto; il mio cuore avrebbe accompagnato la mia mano. Conrad avrebbe assorbito tutte le mie cure, e comunque il fato disporrà di me, io onorerò sempre la sua memoria, e considererò vostra altezza e la virtuosa Hippolita come i miei genitori.– Maledetta Hippolita! – gridò Manfred. – Da questo momento dimenticatela, come faccio io. In breve, signora, voi avete perduto un marito che non meritava il vostro fascino: esso avrà miglior destinazione. Invece di un ragazzo malaticcio, avrete un marito nel fiore dell’età, che saprà apprezzare la vostra bellezza, e che può aspettarsi una numerosa discendenza. Ahimè, mio signore– disse Isabella,– il mio animo è troppo pieno di tristezza per la recente catastrofe nella vostra famiglia per pensare a un altro matrimonio. Se mai mio padre tornerà, e se questo sarà il suo volere, io obbedirò, come feci quando acconsentii a concedere la mia mano a vostro figlio: ma fino al suo ritorno, permettetemi di restare sotto il vostro tetto ospitale, e di impiegare le mie tristi ore ad alleviare il vostro dolore, quello di Hippolita e della bella Matilda. – Vi ho già invitato una volta – disse Manfred con ira – a non nominare quella donna; da questo momento dev’essere un’estranea per voi, come dev’esserlo per me: in breve, Isabella, poiché non posso darvi il primo figlio, vi offro me stesso. – Cielo!–gridò Isabella, ormai disingannata. – Che cosa sento! Voi, mio signore! Voi! Mio suocero! Il padre di Conrad! Il marito della virtuosa e dolce Hippolita! – Vi ho detto – disse Manfred imperiosamente –che Hippolita non è più mia moglie; da questo momento divorzio da lei. Per troppo tempo mi ha maledetto con la sua sterilità: il mio destino dipende dall’avere figli, e io confido che questa notte darà un nuovo corso alle mie speranze –. Con queste parole afferrò la mano gelida di Isabella, che era morta per la paura e l’orrore. Lei gridò, e fece un salto all’indietro. Manfred si alzò per inseguirla, quando la luna, che era ormai alta, e i cui deboli raggi entravano dalla finestra di fronte, gli presentò alla vista le piume dell’elmo fatale, che si innalzavano fino all’altezza delle finestre e ondeggiavano avanti e indietro tempestosamente, accompagnate da un suono cupo e frusciante. Isabella, traendo coraggio dalla sua stessa situazione, poiché non temeva niente più del perseguimento da parte di Manfred della propria dichiarazione, gridò: – Guardate, mio signore! Vedete, il cielo stesso si dichiara contro i vostri empi propositi! – Né il cielo né l’inferno ostacoleranno i miei piani – disse Manfred, avanzando di nuovo per afferrare la principessa. In quel momento il ritratto del nonno del principe, appeso sopra il sedile dove si erano seduti, emise un profondo sospiro e gonfiò il petto. Isabella, che dava le spalle al dipinto, non vide il movimento, né capì da dove venisse il suono, ma sobbalzò e disse: – Ascoltate, mio signore! Che suono era quello? – e nello stesso tempo si mosse verso la porta. Manfred, confuso tra la fuga di Isabella, che aveva ora raggiunto le scale, e la propria incapacità di distogliere gli occhi dal quadro, che incominciava a muoversi, era comunque avanzato di alcuni passi dietro di lei, sempre guardando indietro, verso il ritratto quando lo vide lasciare la tela, e scendere sul pavimento con aria grave e malinconica. – Sogno? – gridò Manfred tornando indietro.– O gli stessi diavoli sono in combutta contro di me? Parla, spettro infernale! Oppure, se tu sei il mio avo, perché cospiri contro il tuo sventurato discendente, che paga troppo cari.... Prima che potesse finire la frase, la visione sospirò di nuovo, e fece segno a Manfred di seguirla. – Va’ avanti!– gridò Manfred.– Ti seguirò fino all’abisso della perdizione. Lo spettro avanzò, calmo ma triste, fino in fondo alla galleria, e girò in una stanza sulla destra. Manfred lo seguiva a breve distanza, pieno di ansia e di orrore, ma deciso. Quando stava per entrare nella stanza, una mano invisibile sbatté violentemente la porta. Il principe in questo indugio ritrovò il suo coraggio, e voleva sfondare la porta con un calcio, ma si rese conto che resisteva a tutti i suoi sforzi. – Dato che l’inferno non vuole soddisfare la mia curiosità – disse Manfred, – userò i mezzi umani in mio potere per conservare la mia stirpe; Isabella non mi sfuggirà. Questa damigella, la cui fermezza aveva lasciato il posto al terrore non appena si era allontanata da Manfred, continuò la sua corsa fino in fondo allo scalone principale. Là si fermò, non sapendo dove dirigere i suoi passi, né come sfuggire all’impetuosità del principe. Sapeva che le porte del castello erano serrate, e che c’erano delle guardie nel cortile. Se, come il cuore le suggeriva, fosse andata a preparare Hippolita al crudele destino che l’attendeva, non dubitava che Manfred l’avrebbe cercata là, e che la sua violenza l’avrebbe incitato a raddoppiare l’ingiuria che meditava, senza lasciare loro il tempo di evitare l’impetuosità delle sue passioni. Se avesse potuto, almeno per quella notte, sfuggire ai suoi odiosi propositi, quel ritardo avrebbe potuto dargli tempo di riflettere sugli orribili progetti che aveva ideato, o produrre qualche circostanza in suo favore. Ma dove nascondersi? Come evitare le ricerche che egli avrebbe sicuramente compiuto in tutto il castello? Mentre questi pensieri le passavano veloci per la mente, si ricordò di un passaggio segreto che portava dai sotterranei del castello fino alla chiesa di San Nicola. Sapeva che se avesse potuto raggiungere l’altare prima di essere sorpresa, neppure la violenza di Manfred avrebbe osato profanare la santità del luogo; e decise, se non le si fossero offerti altri mezzi di salvezza, di rinchiudersi per sempre tra le sante vergini, il cui convento era attiguo alla cattedrale. Presa questa decisione, afferrò una torcia accesa in fondo alle scale e si affrettò verso il passaggio segreto. La parte inferiore del castello era scavata in diversi corridoi intricati, e non era facile, per chi era così in ansia, trovare la botola che si apriva sulla caverna. Un terribile silenzio incombeva in quel regno sotterraneo: solo, ogni tanto, alcune raffiche di vento facevano sbattere le porte che Isabella si era lasciata alle spalle, con un cigolìo dei cardini arrugginiti che riecheggiava per tutto quel lungo e oscuro labirinto. Ogni lieve fruscio rinnovava il suo terrore, ma ancora di più temeva di sentire la voce furiosa di Manfred, che esortava i domestici a inseguirla. Camminava con tutta la cautela che le consentiva la sua stessa impazienza, ma spesso si fermava ad ascoltare, per sentire se la seguivano. In uno di quei momenti le parve di udire un sospiro. Rabbrividì, e indietreggiò di alcuni passi. Un attimo dopo le sembrò di sentire il passo di qualcuno. Il sangue le si gelò; concluse che era Manfred. Le si affollarono nella mente tutte le suggestioni che l’orrore poteva ispirare. Condannò la propria fuga precipitosa che l’aveva esposta all’ira di lui in un posto dove non era probabile che le sue grida facessero accorrere qualcuno in suo aiuto... Ma non pareva che il suono venisse da dietro; se Manfred sapeva dove era doveva averla seguita: era ancora in uno dei corridoi, e i passi che aveva sentito erano troppo chiari per provenire dalla direzione da cui era venuta. Rincuorata da questa riflessione, e sperando di trovare un amico in chiunque non fosse il principe, stava per farsi avanti, quando una porta socchiusa, poco lontano alla sua sinistra, si aprì pian piano; ma prima che la sua torcia, che teneva alta, potesse svelarle chi l’aveva aperta, la persona, vedendo la luce, si ritirò precipitosamente. Isabella, alla quale bastava un nonnulla per spaventarsi, fu indecisa se andare avanti. Il timore di Manfred superò presto ogni altro terrore. Il fatto che la persona la evitasse le infuse in certo modo coraggio. «Può essere solo», pensò, «qualche domestico del castello». La sua gentilezza non le aveva mai procurato un nemico, e la consapevolezza della propria innocenza le fece sperare che, a meno che non fossero mandati dal principe con l’ordine di cercarla, i servitori avrebbero favorito la sua fuga piuttosto che ostacolarla. Facendosi coraggio con queste riflessioni, e credendo, da quanto poteva vedere, di essere vicina all’apertura della caverna sotterranea, si avvicinò alla porta che si era aperta; ma un’improvvisa folata di vento, che la sorprese sulla soglia, spense la torcia, e la lasciò nell’oscurità più completa. Le parole non possono descrivere l’orrore della situazione della principessa. Sola in un posto così lugubre, con impressi nella mente tutti i terribili avvenimenti del giorno, senza speranze di fuga, in attesa da un momento all’altro dell’arrivo di Manfred, e ben lontana dal sentirsi tranquilla, sapendo che era alla portata di qualcuno, non sapeva chi, che pareva per qualche motivo nascondersi lì intorno: tutti questi pensieri si affollavano nella sua mente sconvolta, e lei quasi svenne per la paura. Si rivolse a tutti i santi del Paradiso, e dentro di sé implorò il loro aiuto. Per parecchio tempo restò in preda alla disperazione. Finalmente, con la maggior cautela possibile, cercò a tentoni la porta, e, trovatala, entrò tremante nel sotterraneo da cui aveva sentito venire il sospiro e i passi. Le comunicò una specie di momentanea gioia accorgersi che un raggio incerto della luna, in parte coperta dalle nubi, penetrava dal soffitto del sotterraneo, che pareva essere crollato, e da cui pendeva un pezzo di terreno o di muratura, non riusciva a distinguerlo bene, che apparentemente era sprofondato all’interno. Stava avanzando impaziente verso questa crepa, quando distinse una forma umana in piedi contro il muro. Gridò, credendolo il fantasma del suo promesso Conrad. La figura, fattasi avanti, disse in tono deferente:–Non spaventatevi, signora; non vi farò offesa. Isabella un po’ incoraggiata dalle parole e dal tono di voce dello straniero, e ricordando che doveva essere la persona che aveva aperto la porta, si riprese abbastanza da reclamare: – Signore, chiunque voi siate, abbiate pietà di una sventurata principessa che si trova sull’orlo della rovina: aiutatemi a fuggire da questo castello fatale, o entro pochi minuti sarò forse perduta per sempre. – Ahimè – disse lo straniero, – cosa posso fare per aiutarvi? Sono pronto a morire in vostra difesa, ma non conosco il castello e non ho... – Oh –disse Isabella, interrompendolo precipitosamente,–aiutatemi soltanto a trovare una botola che dev’essere qui intorno, e sarà il servigio più grande che possiate rendermi, poiché non ho un minuto da perdere. Dicendo queste parole incominciò a tastare il pavimento, e ordinò allo straniero di cercare allo stesso modo una lastra liscia di ottone racchiusa in una delle pietre. – Quella – disse – è la serratura, che si apre con una molla di cui conosco il segreto. Se riesco a trovarla, potrò fuggire... Altrimenti, cortese straniero, temo che vi avrò coinvolto nelle mie disgrazie: Manfred sospetterà che siate complice della mia fuga, e voi cadrete vittima della sua ira. – Non tengo in gran conto la mia vita – disse lo straniero; – e mi sarà di qualche conforto perderla cercando di salvarvi dalla sua tirannia. – Giovane generoso – disse Isabella,–come potrò mai compensarvi.... Mentre pronunciava queste parole, un raggio di luna, filtrando da una fessura del soffitto in rovina, cadde proprio sulla serratura che cercavano.
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