CAPITOLO IV La soffitta
La signorina Polly Harrington non si alzò per andare incontro alla nipotina. Tutto quello che fece fu di alzare lo sguardo dal libro quando Nancy e la ragazzina apparvero sulla soglia del salotto; tese poi una mano, e tutto in lei esprimeva il rigore del dovere.
«Come stai, Pollyanna? Io...» Non riuscì ad aggiungere nient’altro, poiché Pollyanna aveva già attraversato la stanza di corsa e si era precipitata ad abbracciare la zia.
«Oh, zia Polly, zia Polly! Non so come dirti quanto io sia felice che tu mi abbia concesso di venire a vivere con te!» disse singhiozzando. «Non puoi immaginare quanto sia bello per me avere te e Nancy e tutto il resto, quando non si è avuto altro che le signore dell’Assistenza!»
«Posso immaginarlo, per quanto non abbia avuto il piacere di conoscere queste signore» disse freddamente la signorina Polly, cercando di liberarsi dall’abbraccio e lanciando severe occhiate a Nancy, là impalata sulla soglia. «Va bene, Nancy, puoi andare. E tu, Pollyanna, per favore stai diritta come si deve. Non ti sei ancora lasciata guardare.»
Pollyanna obbedì immediatamente, sorridendo un po’ imbarazzata. «Sì, ma vedi, non sono molto carina, comunque... penso anche per via delle lentiggini. Ah! E poi ti devo spiegare la storia del vestito a quadretti e della giacca di velluto nero con i gomiti lisi. L’ho già spiegato a Nancy che papà diceva...»
«Sì, va bene. Non importa, ora, quello che diceva tuo padre» disse la signorina Polly interrompendola bruscamente. «Avrai un bagaglio, penso...»
«Oh... sì! Certo, zia Polly. Ho un baule tutto nuovo che mi hanno regalato le signore dell’Assistenza. Di mio, dentro, veramente, non c’è molto, perché in questi ultimi tempi la missione non ha ricevuto roba per bambini. Ci sono, però, tutti i libri di papà; la signora White ha detto che avrei dovuto averli io. Perché, vedi, papà...»
«Pollyanna» la interruppe di nuovo la zia «c’è una cosa che bisogna mettere subito in chiaro, ed è che non desidero sentir parlare di tuo padre.»
La bambina avvertì come un groppo alla gola. «Come, zia Polly, vuoi dire...» esitò e la zia ne approfittò.
«Adesso saliamo in camera tua; il tuo baule dev’essere già là; avevo detto a Timothy di portarlo subito su, se tu ne avessi avuto uno. Seguimi, Pollyanna.»
Senza dire una parola, Pollyanna si voltò e seguì la zia. Aveva gli occhi pieni di lacrime; ma teneva coraggiosamente la testa diritta e il mento fermo. Pensava: «Dopotutto sono contenta che non voglia sentir parlare di papà. Forse sarà più facile per me se non parliamo di lui... probabilmente è per questo che me l’ha detto». E ancora una volta Pollyanna si convinse della “gentilezza” della zia; si asciugò le lacrime e si guardò intorno con molta curiosità.
Mentre salivano le scale, la gonna di seta nera della zia davanti a lei frusciava deliziosamente. Alle sue spalle aveva intravisto, da una porta rimasta aperta, tappeti dalle tinte delicate e sedie ricoperte di seta. Sotto i suoi piedi, intanto, la passatoia dava la sensazione di un morbido muschio. Sulle pareti, le cornici dorate dei quadri rilucevano ai raggi del sole, filtrati dalle delicate tende di pizzo.
«Oh... zia Polly, zia Polly» esclamò estasiata la ragazzina. «Che bella casa! Che casa stupenda! Come devi essere contenta di essere tanto ricca!...»
«Pollyanna!» disse con uno scatto la zia, voltandosi bruscamente nel momento in cui giungeva in cima alla scala. «Mi meraviglio di te!... Dirmi una cosa simile!»
«Perché, zia Polly? Non è forse vero che sei ricca?» disse Pollyanna con sincero stupore.
«Proprio no, Pollyanna. Spero, come ho fatto finora, di non peccare mai d’orgoglio di fronte ai doni che al Signore è sembrato bene concedermi» dichiarò la zia.
La signorina Polly a quel punto proseguì lungo il corridoio fino alla porta che dava sulla scala del sottotetto. Era soddisfatta di avere sistemato la bambina nella stanzetta del sottotetto. Il suo primo impulso era stato di tenerla separata da lei il più possibile, e di piazzarla in un posto dove, data la sua età, potesse recare meno danno possibile. Ora, vista la vanità della quale, pur così giovane, aveva dato prova appena arrivata, era tanto di guadagnato, pensava la signorina Polly, che la stanza preparata per lei fosse spoglia e senza tanti fronzoli.
Sempre più attratta da quanto stava via via scoprendo, Pollyanna seguiva la zia. I suoi grandi occhi azzurri osservavano incantati, cercando di non perdere nulla di quanto intravedeva in quelle affascinanti stanze. Ma il suo pensiero era più di tutto volto a indovinare dietro quale di quelle straordinarie porte si trovasse la sua stanza: una bella camera, piena di tende, di tappeti e di quadri che sarebbe stata tutta sua. Proprio in quel momento la zia aprì una porta e salì qualche altro gradino.
Là in alto, però, c’era ben poco da ammirare: le si presentò allo sguardo una parete spoglia, tanto a destra quanto a sinistra. In cima alla scala si allungavano spazi bui fino agli angoli più lontani, dove la falda del tetto si abbassava verso il pavimento, e dove erano ammassati alla rinfusa bauli e scatole polverose. Faceva caldo e l’aria era soffocante. Istintivamente Pollyanna alzò la testa, come se facesse fatica a respirare. Ma intanto la zia aveva aperto una porta verso destra. «Ecco, Pollyanna, questa è la tua stanza; c’è già il baule: hai la chiave?»
Con uno sguardo intimorito Pollyanna annuì senza dire una parola.
La zia la guardò seria. «Quando ti faccio una domanda, Pollyanna, desidero che tu risponda a voce alta e non con un semplice cenno del capo.»
«Sì, zia Polly.»
«Così va meglio. Penso ci sia tutto quello che ti possa servire» aggiunse, dando un’occhiata ai ganci, dai quali pendeva qualche asciugamano, e al catino dell’acqua. «Ti manderò su Nancy ad aiutarti a disfare il baule. La cena è alle sei» disse e lasciò la stanza, scomparendo.
Andata via la zia, Pollyanna restò immobile, lasciando vagare lo sguardo sulle pareti nude, sul pavimento senza tappeti e sulle finestre senza tende. Poi si fermò a guardare il baule che, non molto tempo prima, era ancora nella sua camera, laggiù, nel lontano Ovest. Poi fece per avvicinarsi al baule, inciampò e cadde sulle ginocchia, coprendosi il viso con le mani.
Fu così che la vide Nancy quando salì, pochi minuti più tardi. «Su, su, tesoro» disse piano, sedendosi per terra e prendendo la bambina tra le braccia. «Temevo proprio di trovarti così.»
Pollyanna scosse la testa. «Io sono cattiva e meschina, Nancy. Terribilmente meschina» disse singhiozzando. «Non riesco a capire perché Dio e gli angeli abbiano bisogno del papà più di me.»
«E infatti non ne hanno bisogno» disse Nancy dura.
«Oh, Nancy!» Pollyanna era talmente scandalizzata che smise di piangere di colpo.
Nancy le sorrise, un po’ pentita di averle parlato così. «Be’, be’ non badarmi» disse con vivacità. «Vieni qui e dammi la chiave, così apriamo il baule e lo svuotiamo in fretta, vedrai.»
Pollyanna le porse la chiave. «Non c’è molto da tirare fuori, comunque» disse.
«Così faremo ancora prima» disse Nancy.
Pollyanna s’illuminò d’un improvviso sorriso. «È vero, non ci avevo pensato. Posso essere contenta lo stesso, non ti pare?» disse.
Nancy fece tanto d’occhi. «Ma sì, certo» disse un po’ indecisa.
Le mani esperte di Nancy svuotarono velocemente il baule: i libri, la biancheria rammendata, i vestiti molto modesti. Adesso Pollyanna sorrideva con coraggio e, saltellando intorno per la piccola stanza, aiutava Nancy ad appendere gli abiti nell’armadio, a mettere i libri in pila sul tavolino e a sistemare la biancheria nei cassetti del comò.
«Sono sicura che questa camera finirà col diventare molto carina» disse a un certo punto Pollyanna. «Non credi?»
Nessuna risposta. Nancy sembrava molto occupata con il baule. Pollyanna, in piedi davanti al comò, fissava quasi sovrappensiero la parete nuda, senza specchi. «Sai cosa ti dico? Sono contenta che non ci sia nemmeno qui lo specchio, così non sarò costretta a vedermi le lentiggini.»
Nancy fece una piccola smorfia, ma quando la bambina si voltò a guardarla era di nuovo intenta a rovistare nel baule.
Intanto Pollyanna - che si era avvicinata a una delle finestre - lanciò un grido e batté le mani gioiosamente. «Oh, Nancy! Non me n’ero accorta prima» disse. «Che bella vista! Guarda laggiù quegli alberi, le case, quel campanile così grazioso, e il fiume che luccica al sole. Davvero non c’è bisogno di quadri quando si ha davanti un panorama simile! Sono proprio contenta che zia Polly mi abbia dato questa stanza!»
Con grande stupore di Pollyanna, Nancy scoppiò a piangere; la bambina le fu subito vicino. «Che cos’hai, Nancy?» domandò con apprensione; poi, preoccupata, aggiunse: «Non era per caso la tua camera?»
«La mia camera?» disse Nancy con foga, ricacciando indietro le lacrime. «Se tu non sei un piccolo angelo sceso direttamente dal Cielo, e se certa gente non si inginocchia davanti... Oh, accidenti! Questo è il suo campanello!» Terminato quello strano discorsetto, Nancy si alzò di scatto e corse fuori dalla stanza scendendo a precipizio le scale.
Rimasta sola, Pollyanna tornò al suo “quadro”: così, infatti, nella sua immaginazione, vedeva il bel panorama che le si offriva dalla finestra. A quel punto, però, l’aria soffocante della stanza le sembrò davvero insopportabile; provò allora a sollevare il pannello della finestra che scivolò subito verso l’alto. Un attimo dopo la finestra era spalancata e la bambina potè sporgersi e respirare a pieni polmoni l’aria pura e fresca. Corse all’altra finestra, e anche quella fu presto sollevata dalle sue piccole mani impazienti. Una grossa mosca le sfiorò il viso e si mise a ronzare per la stanza; poi ne entrò un’altra e un’altra ancora; ma Pollyanna non ci badava, poiché intanto aveva fatto un’altra scoperta: un enorme albero stendeva i suoi lunghi rami proprio vicino a quella finestra, e a lei sembravano altrettante braccia stese per invitarla a rifugiarsi tra la loro ombra. Scoppiò in una bella risata. “Credo di farcela” pensò. Un attimo dopo era seduta sul davanzale e da lì non le fu difficile allungarsi fino al ramo più vicino; vi si aggrappò e quindi, come una vera scimmietta, scese di ramo in ramo fino a raggiungere quello più basso. Il salto a terra fu, anche per lei abituata ad arrampicarsi sugli alberi, un po’ più impegnativo. Però, trattenendo il fiato e oscillando appesa per le braccia piccole ma robuste, riuscì ad atterrare, carponi e senza danno, sull’erba morbida. Si rialzò subito e si guardò intorno soddisfatta.
Si trovava sul retro della casa; davanti a lei si stendeva il giardino dove un uomo curvo stava lavorando. Al di là del giardino un sentierino attraverso i campi portava in cima alla collina, dove un pino solitario sembrava montare la guardia davanti a un enorme sperone di roccia. In quel momento a Pollyanna sembrò che l’unico posto del mondo in cui valesse la pena di stare fosse proprio la cima di quel roccione.
La bambina si mise a correre e, con un’accorta deviazione, evitò d’incontrare l’uomo curvo al lavoro, dirigendosi verso un ordinato filare di piante finché, un po’ senza fiato, potè raggiungere il sentiero attraverso i campi. Poi prese a salire spedita, ma presto dovette accorgersi che il roccione era molto più distante di quanto non le fosse sembrato!
Un quarto d’ora più tardi il grande orologio nell’ingresso di casa Harrington suonò le sei; ed esattamente dopo l’ultimo rintocco il gong di Nancy chiamò a cena.
Passarono uno, due, tre minuti. La signorina Polly corrugò la fronte e batté nervosamente un piede sul pavimento. Poi si alzò di scatto, andò nell’ingresso e guardò verso l’alto, su per la scala, dando visibili segni d’impazienza. Restò un minuto in ascolto, poi tornò in sala da pranzo.
«Nancy» disse decisa non appena la piccola domestica apparve. «Mia nipote è in ritardo. No, non devi chiamarla» continuò con severità, vedendo che Nancy stava per dirigersi verso il vano d’ingresso. «Le avevo precisato l’ora della cena e adesso pagherà le conseguenze del suo modo di comportarsi. Tanto vale che impari subito a essere puntuale. Quando scenderà, potrai darle pane e latte in cucina.»
«Va bene, signorina.» E fu bene, forse, che la signorina Polly non avesse scorto il volto di Nancy in quel momento.
Non appena le fu possibile, dopo cena, Nancy salì la scala posteriore e di lì raggiunse il sottotetto. «Pane e latte, ma bene! Come se quella povera piccola non avesse già sofferto abbastanza!» diceva tra sé, furiosa, nell’avvicinarsi alla porta. Un attimo dopo, davanti alla stanza vuota, restò stupefatta. «Dove sei?» gridò. «Pollyanna, dove ti sei nascosta?» chiese ansiosa guardando nell’armadio, sotto il letto e perfino nel baule. Poi, di corsa, ridiscese e andò in giardino da Tom. «Tom, Tom, la ragazzina è sparita!» disse in un lamento. «È svanita in Cielo, da dove è venuta, povera piccola! E quella là vuole che le dia pane e latte in cucina! Ma la piccina starà già mangiando il pane degli angeli. Sicuro! Sicuro!»
Il vecchio giardiniere si raddrizzò. «Andata? In Cielo?» ripeteva sbigottito, scrutando senza volerlo il cielo arrossato dal tramonto. Poi fissò lontano qualcosa, per un attimo, con attenzione, e finì per voltarsi verso Nancy con un bel sorriso. «Be’, Nancy, in effetti sembra proprio che abbia voluto andare il più possibile vicino al Cielo...» disse indicando con un dito incurvato il punto in cui, sullo sfondo rosso del tramonto, si stagliava una piccola figurina che avanzava nel vento, ben visibile in cima al roccione.
«Bene, per stavolta in Cielo non ci andrà» commentò Nancy. «Se la padrona domanda di me, dille che non ho dimenticato di rigovernare, e che sono andata a fare una passeggiata.» E si mise a correre attraverso il giardino in direzione dei campi.