I.-2

2594 Words
Eppure Valentine ricordava che una volta si era seduta ai piedi dell’oscuramente misteriosa Edith Ethel Duchemin – dov’era finito tutto quello? – e aveva simpatizzato con le sue sofferenze coniugali, il suo impeccabile gusto per il mobilio, le sue grandi sale e i suoi adulteri spirituali. Perciò disse, di buon umore, nella cornetta: «Siete sempre voi, Edith Ethel? E che posso fare per voi?» La familiarità di buon animo nel proprio tono la stupì, e fu stupita anche per la facilità con cui aveva parlato. Poi si accorse che il rumore stava cessando: stava cadendo il silenzio: le urla si allontanavano. Stavano andando a sommarsi da qualche altra parte. Le voci delle ragazze nel giardino non c’erano più: la Direttrice doveva averle mandate via. Naturalmente, la popolazione locale non sarebbe andata a far scoppiare i mortaretti nelle stradine… Era da sola: reclusa con l’impensabile! Lady Macmaster l’aveva cercata ed eccola lì, Valentine Wannop, che trattava con sufficienza Lady Macmaster! Perché? Che cosa poteva volere da lei Lady Macmaster? Non poteva certo – ma ovviamente poteva farlo eccome! – pensare di tradire Macmaster e volere che lei, Valentine Wannop, facesse la parte dell’innocente, della virginale terza incomoda o della Discepola. O dell’alibi. Qualsiasi cosa fosse. Incomoda era la parola più appropriata… Ovviamente Macmaster era il tipo di persona a cui qualsiasi Lady Macmaster avrebbe voluto – e potuto – essere infedele. Un tipo piccolo, barbuto, cadente e biasimevole. Un tipico Critico! Tutte le mogli dei critici sono probabilmente infedeli ai mariti. Manca loro la creatività. Come la chiamate? Una parola non adatta a una giovane signora! La sua mente rifletté su questo, nelle sue vene sfrenate di scolaretta Cockney. Non c’era modo di fermarsi. Era in onore di quel GIORNO! Le era temporaneamente proibito bastonare poliziotti sulla testa, perciò era mentalmente irriguardosa verso l’autorità costituita – verso Sir Vincent Macmaster, Primo Segretario del Dipartimento di Statistica di Sua Maestà, autore di Walter Savage Landor, una monografia critica e di altre ventuno monografie critiche nella serie della Eminente Noia… Che libri! Ed era irriguardosa e sufficiente verso Lady Macmaster, Egeria di innumerevoli Letterati Scozzesi! Mai più rispetto! Era quello un effetto durevole del cataclisma che aveva travolto il mondo? Il cataclisma finito. Grazie a Dio, da dieci minuti potevano dire che era finito! Stava ridacchiando sfacciatamente davanti al telefono da cui ora la voce di Lady Macmaster arrivava con tono serio e convincente – come se sapesse che Valentine non le stava dando molta attenzione, e diceva: «Valentine! Valentine! Valentine!» Valentine disse distrattamente: «Sto ascoltando». In realtà non era vero. In realtà stava riflettendo se non avesse avuto più senso la Conferenza delle signore del Comitato che si era tenuta, solennemente, quella mattina nell’ufficio privato della Direttrice. Indubbiamente ciò che le Signore con la Direttrice a dirigerle avevano temuto era che se loro, le Direttrici, le Signore, i Maestri, i Pastori – da chi sono stato creato, eccetera! – avessero smesso di essere rispettati perché erano iniziati i festeggiamenti con lo scoppio dei mortaretti tutto il mondo sarebbe andato a pezzi! Un pensiero terribile! Le Ragazze non più sedute in silenzio nell’aula protestante mentre la Direttrice teneva loro dei discorsi repressivi… Aveva tenuto un discorso, che conteneva la frase “il credito di una Grande Scuola Pubblica”, in quella sala appena il pomeriggio precedente in cui, da donna gentile e magra qual era, i gomiti squadrati, con qualche raggio di sole ancora nei bei capelli raccolti, aveva chiesto alle Ragazze di non replicare le manifestazioni di gioia del giorno prima. Il giorno prima c’era stato un falso allarme, e la Scuola – orribilmente – aveva cantato: Impiccate il Kaiser Guglielmo all’albero di mele E Gloria Gloria Gloria fino all’ora di cena! La Direttrice, nel suo discorso, era sicura di avere in quel momento davanti a sé una Scuola rimproverata, una Scuola che chiunque riteneva sciocca perché le voci del giorno prima si erano rivelate una fandonia. Perciò impresse nelle Ragazze la natura della gioia che avrebbero dovuto provare: una gioia repressa che le mandasse in silenzio a casa. Il sangue avrebbe smesso di essere versato: un valido motivo per gioire a casa – come se fosse un compito. Ma non c’era nessun trionfo. Il fatto stesso che si fosse deciso di cessare le ostilità precludeva il giubilo… Valentine, con sua sorpresa, si era ritrovata a chiedersi quando si possa provare giubilo… Non si poteva mentre si combatteva: non si deve una volta che si è vinto! E allora quando? La Direttrice disse alle ragazze che era il loro compito come future madri di Inghilterra – no, dell’Europa riunita! – di – bè, in effetti, di continuare le loro lezioni e non correre per strada con l’effigie del Grande Sconfitto! Disse che era loro dovere diffondere ulteriore luce di cultura femminile – che lì, grazie a Dio, non era mai stato permesso loro di dimenticare! – attraverso il Continente di nuovo illuminato… Come se si potesse illuminare qualcosa ora che non c’era più paura di sottomarini o bombardamenti! E Valentine si chiese perché, in un momento ribelle, lei avesse voluto provare giubilo… avesse voluto che qualcuno provasse giubilo. Bè, lui… loro… lo avevano voluto tanto. Non potevano averlo solo per un momento – per il tempo di un mortaretto! Anche quello era sbagliato? o volgare? Qualcosa di umano, aveva detto qualcuno, è più prezioso di una landa di decaloghi! Ma alla Conferenza delle Signore di quella mattina, Valentine si era resa conto che ciò che realmente le terrorizzava era l’altra cosa. Una paura ben definita. Se, a questo crocevia, a questa crepa sul tavolo della Storia, la Scuola – il Mondo, le future madri d’Europa – fossero sfuggiti di mano, sarebbero mai tornati indietro? Le Autorità – Autorità di tutto il mondo – temevano quello; più di qualsiasi altra cosa. C’era la possibilità che non ci fosse mai più Rispetto? Per l’Autorità costituita e per l’Esperienza consacrata? E, ascoltando le paure di quelle gentildonne logore, sbiadite e malnutrite, Valentine Wannop si trovò a riflettere. “Mai più rispetto… per l’Equatore! Per il sistema metrico. Per Sir Walter Scott! O George Washington! O Abraham Lincoln! O per il Settimo Comandamento!” Ed ebbe una imbarazzante visione della bella, timida signorina Wanostrocht dai gomiti squadrati – la Direttrice! – che soccombeva a uno specioso tentatore!… Era quello il punto dolente! Dovevi tenere tutti – le Ragazze, la Popolazione, tutti! – per mano, perché una volta lasciati andare non si poteva sapere dove Loro, come acque separate dai mari, ti avrebbero portato. Dio solo lo sapeva! Si poteva arrivare a qualsiasi cosa – famiglie di campagna che si davano al commercio; gentiluomini che vendevano per profitto! Tutte le cose più impensabili! E con un sorrisetto interiore di piacere Valentine si rese conto che quella Conferenza stava decidendo che le Ragazze dovevano essere tenute nel parco quella mattina – a fare gli esercizi. Non aveva mai sopportato granché l’atteggiamento del ramo più studioso e spettinato dell’istituzione. Ma, essendo stata un tempo un’abile Classicista, aveva capito che il ramo studioso di una Scuola è ciò che si potrebbe chiamare Rango Elevato. Lei era lì solo per obbligo – perché il suo distinto padre aveva insistito che porre la massima attenzione al proprio fisico fosse vitale e ammirevole. Si trovava lì, ormai da tempo, solo per obbligo – servizio di Guerra e via dicendo – ma era comunque rimasta al suo posto e fino a quel momento non aveva mai alzato la voce alla Conferenza delle Signore. Perciò fu proprio il Mondo a Testa in Giù – di già – quando la signorina Wanostrocht disse speranzosamente da dietro il suo tavolo decorato da due garofani rosa pallido: «L’idea, signorina Wannop, è che debbano essere trattenute – che voi dobbiate trattenerle, vi prego – il più possibile – come dire? – sull’attenti finché i – eh– rumori… annuncino il… be’, avete capito. Poi immaginiamo che vorranno fare, diciamo, tre urrà. E poi forse potreste portarle – in maniera ordinata – di nuovo nelle loro classi…» Valentine sentì di non essere sicura in alcun modo di poterlo fare. Non era proprio praticabile tenere in fila e sott’occhio ciascuna delle seicento ragazze. Tuttavia era pronta a provarci. Era pronta ad ammettere che non fosse del tutto – oh, opportuno! – prendere seicento ragazze impazzite per l’eccitazione e gettarle in strade già piene di gente che sarebbe stata senza dubbio a sua volta impazzita per l’eccitazione. Era meglio tenerle lì, se possibile. Ci avrebbe provato. Ed era soddisfatta. Si sentiva in grado: perfettamente in grado! In grado di farlo… oh, in qualsiasi tempo! E a dare uno schiaffo sulla guancia a qualsiasi ragazza molesta ebrea – o anglo-teutonica – che cercasse di rompere le righe. Che era più di quanto la Direttrice o chiunque di quelle altre donne preoccupate e denutrite potesse fare. Era soddisfatta che se ne fossero rese conto. E fu anche generosa, e ammettendo che il mondo non dovesse andare a testa in giù finché non fossero scoppiati i mortaretti, disse: «Ma certo, ci proverò. Ma sarebbe d’aiuto, per mantenere l’ordine, se la Direttrice – voi, signorina Wanostrocht – e una o due di voialtre signore vi faceste vedere. A turno, si capisce; non tutte insieme per tutta la mattina…» Quello era successo due ore e mezza prima, o giù di lì: prima che il mondo cambiasse, visto che la Conferenza si era tenuta alle otto e mezza. E adesso eccola lì, dopo aver tenuto le ragazze a saltare fino allo sfinimento per la gran parte di quel tempo – eccola lì a trattare con poco rispetto l’Autorità ovviamente costituita. Perché chi dovresti rispettare se non la moglie del Capo di un Dipartimento, con un titolo, una casa in campagna e i martedì pomeriggio meglio frequentati? Non era davvero in ascolto al telefono perché Edith Ethel le parlava della situazione di Sir Vincent: così oberato di lavoro, pover’uomo, per via delle statistiche che si aspettava un esaurimento nervoso da un momento all’altro. C’era da preoccuparsi anche per il denaro… Quelle tasse spaventose per quel dannato affare… Valentine si divertì a chiedersi perché – perché mai! – la signorina Wanostrocht, che doveva conoscere almeno il peso della storia di Edith Ethel, l’aveva mandata ad ascoltare quel pout-pourri? La signorina Wanostrocht doveva saperlo: ovviamente aveva parlato con Edith Ethel abbastanza a lungo da farsi un’idea. Quindi la questione doveva essere importante. Persino urgente, visto che mantenere la disciplina in giardino era di tale estrema importanza per la signorina Wanostrocht: un punto cruciale della storia della Scuola e delle madri d’Europa. Ma allora per chi il messaggio di Lady Macmaster doveva essere di importanza così vitale? Per lei, Valentine Wannop? Non poteva essere: non potevano esserci eventi di importanza tale da interessare la sua vita, al di fuori di quel parco, con sua madre al sicuro a casa e suo fratello al sicuro su un dragamine al molo di Pembroke… Allora… di importanza per Lady Macmaster stessa? Ma in che modo? Cosa poteva fare lei per Lady Macmaster? Forse voleva che insegnasse a Sir Vincent degli esercizi di educazione fisica così che lui potesse evitare la crisi di nervi e, in un eccesso di salute, farsi togliere l’ipoteca dalla casa di campagna che da quanto lei aveva capito stava diventando un peso insostenibile per via delle tasse inique, risultato di una guerra che non si sarebbe mai dovuta dichiarare? Era assurdo pensare una cosa del genere! Un affare assurdo… Eccola lì, che scoppiava di salute, forza, buon umore, assolutamente carica di energia – eccola lì, pronta, per mantenere l’ordine a dare a Leah Hendelstamm, la ragazza robusta, un’infinità di ceffoni sulla guancia o, in alternativa, per il bene di tutta la gioia del mondo, assistere all’amabile sconcerto della polizia. Eccola lì in quella specie di monastero protestante. Come una suora! Proprio come una suora! Al crocevia dell’universo! Fischiettò leggermente tra sé. «Per Giove», esclamò tranquilla, «spero non sia un segno che io debba rimanere – oh, una suora – per tutto il resto della mia carriera in questo mondo ricostruito!» Per un istante cominciò seriamente a fare il punto della sua posizione – della sua posizione nel complesso della vita. Fino a quel momento era stata certamente come una suora. Aveva ventitré anni, quasi ventiquattro. Sana come un pesce, immacolata. Un metro e sessantadue con le scarpe da ginnastica. E nessuno aveva mai voluto sposarla. Senza dubbio perché era così sana e immacolata. Nessuno aveva mai tentato di sedurla. Quello sicuramente perché lei era così vitale. Ovviamente lei non aveva mai offerto – come la chiamava quel tizio? – una promessa di beatitudine pneumatica ai gentiluomini con baffi a ferro di cavallo da sergente maggiore e voci gorgoglianti! Non l’avrebbe mai fatto. E allora forse non si sarebbe mai sposata. E non sarebbe mai stata sedotta! Come una suora! Sarebbe rimasta dietro un telefono in un atteggiamento di completa attenzione per tutta la vita; in un’aula vuota mentre il mondo urlava da fuori. O avrebbe smesso di urlare fuori. Sarebbe andato a Piccadilly! … Ma al diavolo tutti, voleva divertirsi! Adesso! Ormai da anni era – sì, come una suora! – impegnata a seguire i polmoni e gli arti di quelle ragazze della Grande Scuola Pubblica Femminile adenoidea, quasi protestante – in realtà non confessionale o così poco costituita, tanto non faceva differenza! Si era dovuta preoccupare delle impossibili ma non ripugnanti creature Cockney che respiravano quando avevano le braccia tese… Non devi respirare ritmicamente con i tuoi movimenti. No. No. No!… Non espirare con il primo movimento e inspirare con il secondo! Respira naturalmente! Guarda me!… Lei respirava perfettamente! Ebbene, da anni ormai! Lavoro bellico per una dannata filotedesca. O pacifista. Sì, per anni era stata anche quello. Non le era piaciuto esserlo perché era l’atteggiamento di chi vuole essere superiore, e a lei non piaceva essere superiore. Come Edith Ethel! Ma adesso! Non era chiaro? Poteva mettere la sua mano con tutto il cuore nella mano di qualsiasi Tom, d**k o Harry. E augurargli buona fortuna! Con tutto il cuore! Buona fortuna a lui e alle sue imprese. Ritornò: all’ovile: persino nel Paese. Poteva aprire la bocca! Poteva lasciar uscire i piccoli strilli Cockney che erano suo diritto di nascita. Poteva essere libera, indipendente! Persino sua madre, cara, benedetta, confusionaria, tremendamente eminente ormai aveva una segretaria dall’aria depressa. Lei, Valentine Wannop, non era costretta a rimare sveglia tutta la notte a battere a macchina dopo aver passato il giorno a godersi la perfezione del respiro nel giardino della scuola… Per Giove, potevano andare tutti, il fratello, la madre in nero e malva trasandato, la segretaria in nero trasandato senza malva, e lei, Valentine, senza quell’imitazione da uniforme scout e in – oh, mussola bianca o tweed – e con mugolii Cockney a discutere di cucina sotto i pini di Amalfi. Sul Mediterraneo… Nessuno, allora, avrebbe potuto dire che non aveva mai visto il mare di Penelope, della Madre dei Gracchi, di Delia, Lesbia, Nausicaa, Saffo… Saepe te in somnis vidi! Disse: «Buon… Dio!» Non del tutto con l’intonazione Cockney ma come un gentiluomo inglese Conservatore alle prese con una proposta indicibile. Perché la voce al telefono aveva detto alla sua disattenzione, in modo piuttosto sofferto, dopo un’infinità di dettagli sulla posizione finanziaria della casa di Macmaster: «Così ho pensato, mia cara Val, in ricordo dei vecchi tempi, che… se in breve io fossi il mezzo per riportarvi insieme… Perché ho saputo che non vi siete scritti… Tu potresti in cambio… Vedi da te che in questo momento la somma sarebbe assolutamente devastante…»
Free reading for new users
Scan code to download app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Writer
  • chap_listContents
  • likeADD