1 NOVEMBRE 1939, NUVOLE NERE SULLA DOMINANTE
Iside è sola in casa e ne ha approfittato: è entrata nella camera da letto “padronale” per prepararsi come si deve prima di uscire, circondata da mobili dal design moderno, realizzati con lastronature che alternano simmetricamente lo scuro mogano alla chiara essenza di palma. A lei non piacciono, preferiva l’arredo – solido e ricco di fronzoli – che aveva lasciato il posto a quello scelto personalmente dalla signora, come le aveva sentito ripetere più volte parlandone con le sue amiche, alla mostra dell’arredamento che si era tenuta alla Triennale di Milano del 1936.
Sullo schienale alto e geometrico di una sedia ha appoggiato quanto di meglio contiene il suo guardaroba ed ora è lì, nuda davanti all’armadio che copre l’intera parete, a studiare nel grande specchio il riflesso della sua immagine a figura intera. Il suo corpo non le piace, le appare per nulla attraente e tantomeno desiderabile: le gambe magre, ricoperte da una fitta peluria bionda, sono sovrastate da fianchi troppo larghi, il seno è appesantito, le spalle sono strette e il ventre un po’ prominente…
Si avvicina all’altra se stessa per guardarsi da pochi centimetri di distanza, prima con un solo occhio, poi con l’altro: quel colore alabastro immerso in un taglio quasi orientale le è sempre piaciuto, anche se in quel momento rimanda, sotto le sopracciglia sottilissime sul viso spento, un’espressione triste.
Torna ad allontanarsi e concentra lo sguardo sulle mani, quindi sui piedi: entrambe le coppie sono piccole e curate, con le unghie smaltate di rosso che risaltano sulla pelle candida, ma certo che, tornando a guardarsi per intero, in confronto al corpo perfetto della signora… che infatti sembra guardarla altezzosa – il collo avvolto da baveri sgargianti - dal suo ritratto che risalta sulla tappezzeria a losanghe bianche e nere.
Ma c’è una cosa che molte le invidiano: i capelli. Scioglie la treccia cui li costringe e loro esplodono, folti mossi e morbidi, fin sopra le spalle. Ora come ora avrebbero bisogno del lavoro di una parrucchiera per un taglio alla moda, ma già così, di un bel castano chiaro e palesemente sani, sono proprio belli.
Eppure l’insieme continua ad avvilirla, ma… si avvicina ad un comodino ed accende l’abatjour, poi spegne la luce del lampadario e torna davanti allo specchio, cercando di assumere una posa come quelle delle dive del cinema sulle riviste patinate: il corpo lievemente arcuato, una mano sul fianco e l’altra tra i capelli, le gambe distanziate… si guarda e di profilo, nella penombra, quasi si piace.
Manca ancora il trucco, pensa, può darsi che riesca, può darsi che lui… Raccoglie dal rigido cuscino in cuoio nero della sedia culottes e reggiseno, entrambi rosa pallido, e li indossa, quindi si siede alla poltroncina davanti alla toilette: su un lato del piano d’appoggio, ricoperto di cuoio, c’è una foto del dottore e di sua moglie – giovani e sorridenti – in piazza San Marco. Venezia… così vicina a dove è nata eppure così lontana da non averla mai potuta visitare.
Scacciando la tentazione di aprire la scatola-trucco 1 della padrona di casa – Colour Harmony by Elizabeth Arden abbina le tonalità a seconda delle caratteristiche di ogni donna vi recita la scritta stampigliata – apre la sua bustina e avvicina il viso allo specchio: comincia tracciando, con la matita marrone, una sottile linea di definizione sulla rima inferiore e superiore di ciascuna palpebra, facendo attenzione che i due tratti non si uniscano all’esterno, poi passa il rimmel sulle ciglia. Si osserva, soddisfatta del risultato, prima di darsi una goccia di vaselina sulle sopracciglia e sulle palpebre, e poi, lentamente e con cura, un velo di cipria color pesca sulla parte alta degli zigomi, per mettere ancor più in evidenza gli occhi.
Torna a guardarsi prima di applicarsi, con un pennellino, il rossetto carminio sul labbro inferiore e poi, a mo’ di arco di cupido molto accentuato, su quello superiore, usando la necessaria precisione per dare alla bocca una forma a bocciolo di rosa o, come la definisce quella stupida a servizio al piano di sotto, “a culo di gallina”. Accenna un sorriso: da ragazza, prima di lasciare la famiglia, si sentiva scialba se non addirittura brutta, era pervasa dalla sensazione di non interessare a nessuno, ora invece…
Si alza e recupera, dalla sedia, le giarrettiere e l’ultimo paio di calze non rimagliate: raccoglie la prima muovendo le dita dall’apertura fino alla punta, ci infila il piede sinistro e la srotola lungo la gamba, stendendola fino a mezza coscia, poi la ferma con l’elastico, che non costringe troppo la gamba magra ma muscolosa. Ripete la stessa operazione anche con la destra e si convince di come quel colore naturale le doni. Si infila la sottoveste e torna a guardarsi a figura intera: si gira e rigira da un fianco all’altro, si guarda da dietro e mormora “meglio, molto meglio”.
Avesse anche il tempo di passare dalla parrucchiera, e se non avesse l’impressione che il suo ventre… Si scuote e afferra, dalla spalliera della sedia, la gonna a quadretti che indossa velocemente: è sotto il ginocchio, stretta in vita e larga sulle gambe, la mantiene slacciata per indossare e sistemare una camicetta bianca, per finire con un maglioncino in tinta con la gonna.
Mentre pensa di come la figura che le rimanda lo specchio sia accettabile, i suoi occhi incrociano quelli – neri come il carbone – della signora, immobile sullo stipite della porta… Iside li porta allora sul dipinto, come ad accertarsi che non ne sia scesa.
“Sono io in carne e ossa, non ti preoccupare: la mia immagine è rimasta al suo posto, come l’ha dipinta Funi 2”.
“Signora, sono desolata, ma…”, sussurra sconcertata la cameriera.
“Non ti scusare, hai fatto bene a venire qui a prepararti, la tua cameretta è così minuscola…”, la rassicura l’altra. “Fatti vedere”, le dice facendola girare su se stessa, “sei carina. Hai un appuntamento galante?”.
“Più o meno”.
“Come più o meno? Sì o no?”.
“Spero di sì, ecco”.
“Hai intenzione di fare tardi?”.
“No signora, rientrerò alle ventuno, come al solito”.
“Mmhhh… e cosa ti metti per uscire, quel tuo cappottino fuori moda?”.
“Ma è ancora buono…”.
“Sì, ma è da anni che usano con le spalline imbottite, e tu…”, guardandola con aria critica, “ne avresti bisogno”.
***
Un violento scirocco accompagna i marosi che vedo infrangersi con rabbia alla foce del Bisagno, sotto il Navigatore. Il ventaccio frastaglia la sommità dei cavalloni e trasporta sulla carreggiata brandelli di spuma grigia insieme al freddo, mentre all’orizzonte minacciosi nuvoloni neri, carichi di pioggia, incalzano quelli grigi che da qualche giorno opprimono sia il sole, basso e morente, che il mio umore.
Chiudo la finestra dell’ufficio, recupero il soprabito dall’attaccapanni e faccio per oltrepassare la porta quando mi si para davanti Beccacini: “Dottore, va già a casa?”.
“È un problema?”, chiedo con un sorriso sarcastico.
“No, no… anzi mi scusi. E che…”.
“Cosa?”.
“Sul giornale di oggi, vede”, mostrandomi il quotidiano, “solo qualche riga sull’arresto che abbiamo effettuato, eppure…”.
“Eppure cosa? Non sai che viviamo in una società perfetta? La cronaca nera non esiste quasi più perché non c’è più nulla da raccontare… la gente si deve accontentare delle rubriche su moda, cinema e soprattutto sport”, replico fissandolo negli occhi, “il primo sei tu, o mi sbaglio?”.
“Beh, sì mi piace il calcio”, mi risponde Beccacini con un mezzo sorriso, “e poi quest’anno, con le tattiche imposte da Garbutt, il Genoa… mi scusi, il Genova, va alla grande”.
“Domenica sei andato allo stadio?”.
“Sì, e che soddisfazione battere la Juventus tre a due!”.
“Mi sembra che un goal l’abbia realizzato Gabardo, il brasiliano naturalizzato”.
“Vedo che inizia a seguire anche lei!”. Mentre sorrido – è tre giorni che sento Beccacini che ne parla con chiunque – lui prosegue: “Sì, al 33’, e il bello è che lo abbiamo comprato dal Liguria 3 e ora loro annaspano… per non parlare di Battistoni, pure quello ci hanno ceduto loro! Ha già giocato in Nazionale contro la Finlandia, tre mesi fa, e sembra che Pozzo lo riconvocherà per la partita di fine mese a Berlino, senza contare che…”.
Mentre il mio braccio destro continua a dissertare di tattiche, acquisti e rivalità calcistiche la mia attenzione è presa dai titoli della prima pagina del quotidiano che ha abbandonato, per meglio gesticolare, sulla mia scrivania: Cambio della guardia nelle alte gerarchie del Regime. Ieri Sua Eccellenza Starace ha chiesto d’essere esonerato: la Medaglia d’Oro Muti nuovo Segretario del PNF.
Penso che, alla fine, le pressioni esercitate su Mussolini per scaricare il suo fido cane da guardia hanno avuto effetto: Achille Starace è evidentemente stato costretto a dimettersi. Ciano e sua moglie si staranno fregando le mani, visto che i Conti sono amici di “Gim dagli occhi verdi” 4, senza considerare l’ambaradan che ho dovuto affrontare l’anno passato. A proposito, chissà che fine avrà fatto Leo Hornell? Non mi è stato dato modo di saperlo… 5
***
Cosa ho fatto di male per meritarmi questo? Fosse almeno una bellezza, invece… invece la mia vita buttata al vento. Anni di sacrifici che lei ha pensato bene di sputtanare.
Non posso certo permettermi di… anzi, non posso permetterle che…
Salta fuori che è incinta, me lo dice con quell’odioso sorrisetto sotto gli occhi bassi che vorrebbe dimostrare contrizione e che, da tempo, ho capito essere beffardo… come dire: vedi, ti ho fottuto.
Le ho spiegato e rispiegato, con decine di argomentazioni, come non fosse il caso… e invece no, lei lo vuole! Lei vuole quel cazzo di bambino. E chi si prenderà cura di quel moccioso, il giorno che…
Io?! Io che mi fidavo di lei, sembrava piena di buon senso, invece – stronza che non è altro – mi ha…
Ma non penserà che possa stare spalle al muro, senza difendermi: nessuno può permettersi di sconvolgermi la vita come ha fatto lei, calpestare la mia dignità e passarla liscia!
Vedremo, sì vedremo chi riderà alla fine, quando… perché non posso, veramente non posso pensare che…
Un mostro? Sarei io il mostro? E lei? Ah certo, lei è una santina, una poveretta che pur di assecondare il suo egoismo, oggi calpesta ogni sorta di buon senso, senza contare che si è fatta ingravidare… Basta, basta con queste parole inutili, basta con questi tormenti: basta.
Ho preso una decisione, visto che non ha voluto prenderla – ragionevolmente – lei, e la porterò fino in fondo
***
“Mamma, piove”. Irma ha lasciato sul tavolo della cucina il quaderno aperto e osserva Corso Sardegna dalla finestra, dopo aver passato la manina sul vetro appannato.
“Forte?”, chiede Elena, impegnata ai fornelli.
“No, non forte ma… come si dice: in modo…”.
“Costante?”, la imbocca la madre, raggiungendola. E in effetti una tipica pioggia autunnale ha iniziato a scendere quasi monotona, rimandando la signora Boccadoro a ricordi della sua infanzia, quando si ostinava a non lasciarsi proteggere dall’ombrello, preferendo saltellare sulle pozzanghere per frantumare le immagini che i piccoli specchi d’acqua le rimandavano.
Ora era lì, a condividere in silenzio, una mano ad accarezzarle i capelli, le sensazioni della figlia, che immagina faccia come lei alla stessa età, quando si soffermava a prevedere il percorso delle gocce che scivolavano sul vetro, spesso assumendo forme diverse.
A stimolare le fantasie dei bambini nei mesi freddi, ritiene, non vi è nulla di più magico della pioggia e della foschia che l’accompagna.
Poi si diventa “grandi” e quel tempo – che talvolta sconvolge i nostri piani o semplicemente ci macchia i vestiti – lo si vive con un senso quasi di ostilità… ma chi, come lei, seppur moglie e madre di tre creature, ha caparbiamente custodito la sua parte infantile, riesce ancora a godere di quel cielo livido che tutto uniforma e di quella pioggia compatta che sbiadisce i contorni e ovatta i rumori della città.
“Hai finito i compiti?”, chiede, tornando alla realtà.
“Sì, posso accendere la radio?”.
“Va bene, ma a volume basso: quella peste di tuo fratello sta facendo un pisolino”. Poi, tra sé e sé, si augura che Giulia e suo marito tornino a casa presto.
***
Iside cammina a passo svelto, facendo ondeggiare la gonna a quadretti ampia sulle ginocchia, mentre tiene stretti con la mano sinistra i baveri del cappotto rosso – quello con cui è raffigurata la signora nel quadro – e con la destra il manico dell’ombrellino: lievi raffiche di vento iniziano a rendere irrequiete le fronde ingiallite degli alberi. “ Che disperazione, che delusione dover campar sempre in disdetta, sempre in bolletta…”, inizia a canticchiare guardandosi intorno: neanche un bambino che gioca sulla spianata di Manin: la bella stagione è giunta a termine, ma non per lei, “… se potessi avere mille lire al mese, senza esagerare, sarei certo di trovare tutta la felicità…”, e infatti si interrompe sorridendo. “Mille lire al mese? Ne ho avute e ne avrò ben di più”.
***
Esco dal mio ufficio accompagnato dal leggero brusio che si leva da tre tizi che aspettano – seduti poco lontano su una panca – il loro turno per qualcosa che non mi interessa; alzo lo sguardo sistemandomi il fermacravatta e attraverso il corridoio, poi imbocco la rampa di scale e, rapidamente, guadagno l’uscita della Questura.
Solo dopo aver passato le grandi porte a vetri dell’edificio mi infilo il soprabito e, calzando il cappello, rivolgo lo sguardo verso il cielo: un plotone di piccole gocce mi attacca il viso.
Non ci vuole certo un mago della meteorologia – di quelli che scrivono previsioni con parole da professoroni e mezzi del Medioevo – per capire che presto pioverà ben più forte.
Le giornate come quella favoriscono l’insorgere della “ gioia di sentirmi triste”, come ebbe a definire la malinconia Victor Hugo, uno stato d’animo che mi avvolge e mi spinge a rinchiudermi in me stesso alla ricerca dei motivi di questa lieve sofferenza… oggi a cosa è dovuta? So che dipende dal lavoro, ma scaccio l’idea e, attraversando per raggiungere i grandi portici di piazza della Vittoria, mi cullo nell’illusione di essere stato preso dalla mancanza della mia Napoli, lasciata – mi sembra ieri – in una giornata di sole pieno.
Mentre cammino a passo svelto osservo l’Arco ai Caduti, flagellato da scrosci d’acqua, e in testa mi si confondono le immagini – lontane – dei miei commilitoni riversi oltre le trincee a quelle – recenti – del Duce che arringa la folla dal palco a forma di prua.
Giungo in vista di Brignole, lontana dall’altra parte di Piazza Verdi, e ho l’impressione che la pioggia cresca ancora d’intensità, come se volesse sfidarmi a continuare senza riparo. Accetto. Presto mi ritrovo con cappello e scarpe fradici e il cappotto inzuppato da torrentelli che scorrono tra le pieghe del tessuto prima di riversarsi sul selciato.
Dopo un tempo interminabile raggiungo il tunnel che collega la Stazione a Borgo degli Incrociati, oltrepasso l’archivolto e raggiungo l’omonima piazza. Attraverso la strada e imbocco il ponte medievale di Sant’Agata: sotto di me il Bisagno scorre – tra i pilastri in pietra – sporco e impetuoso. Raggiungo il portone del mio caseggiato dopo cinque minuti, vagamente inquieto: mi domando se siano tutti in casa.
Mi accoglie un baccano che mi fa riacquistare il sorriso: la voce squillante di Irma, “ maramao perché sei morto, pane e vin non ti mancava, l’insalata era nell’orto e una casa avevi tu…”, accompagnata da quella del piccolo Umberto, evidentemente divertito dal suo ruolo di gattino, “ maramao maramao maramao maramao mao mao mao mao mao”, sovrastano quelle esili di Maria Jottini e del Trio Lescano provenienti dalla Marelli.
Elena mi viene incontro: non oso, conciato come sono, muovermi dall’ingresso. “Guarda guarda chi si vede, Noè!”, mi apostrofa sorridendo. “Spogliati qui, ti porto un asciugamano… appena Giulia, che è arrivata nelle stesse condizioni, uscirà dalla vasca da bagno, ti ci infilerai tu”.
“Bene, intanto mi godo la canzone, finché sarà possibile sentirla alla radio, nel futuro me la farò eseguire dai bambini”.
“Sarebbe?”.
“Sarebbe che qualche capafresca, come si dice dalle mie parti, ha avuto la bella idea di scrivere ‘maramao perché sei morto’ sul monumento, a Livorno, dedicato al fu Costanzo Ciano, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, padre di Galeazzo, nonché consuocero del Duce”.
“Dunque?”.
“Qualcuno ha pensato bene di convocare d’urgenza Mario Panzeri, che si è difeso dimostrando di aver composto il brano prima della morte di Ciano, ma prevedo che a breve ‘maramao’ sarà vittima della scure della censura”.
***
Si siede con aria stanca davanti alla finestra, al buio: è anziano, obeso e, nonostante il freddo, coperto solo da una canottiera che non incontra sapone da settimane. Si accende una sigaretta e inizia con il solito criterio il suo unico passatempo: spiare i dirimpettai.
Inizia dal soggetto, mai interessante, che abita al primo piano della palazzina di fronte, appena a qualche metro di distanza: lo spia in un salotto mal arredato, con mobili che sembrano rimediati da una discarica… l’uomo che vi si aggira è magrissimo e tanto alto da sembrargli, quando è in piedi, uno spaventapasseri decapitato. Entra ed esce da casa sempre agli stessi orari Mario, sì, perché lo conosce e sa che lavora come bidello alle elementari poco distanti. Da quando è morta sua moglie, mai un’altra donna in casa.
Allo stesso piano vede, da poco, un giovanotto che, prima di entrare nel portone, si guarda sempre intorno, come nel timore di essere seguito. Del suo bilocale vede la camera da letto, dove abitualmente si ritira senza nemmeno accendere la luce, anche da questo nessuna soddisfazione. Ma… un attimo: riporta lo sguardo che aveva passato frettoloso e nota che, in quel tardo pomeriggio, un lieve bagliore – forse proveniente da un paralume – anche se in modo soffuso illumina il letto.
Accanto al giovane c’è una donna. Non stanno certo riposando, ma nemmeno facendo l’amore: si scambiano tranquilli sguardi e carezze. “Accidenti a me”, impreca il vecchio, gli occhi acquosi e cerchiati, “evidentemente hanno appena finito di… e come uno stronzo mi son perso lo spettacolo!”.
Fissa attraverso il vetro e la pioggia i due corpi seminudi – il lenzuolo li copre dalla vita in giù – con sguardo lascivo: lui è supino e mostra torace e braccia muscolose, lei gli è rannicchiata accanto, le gambe raccolte, un seno abbondante in bella vista, la raggera di capelli sciolti che quasi nasconde il guanciale.
Si vogliono bene o si sono soltanto divertiti? Decide, con rancorosa invidia, per la prima opzione: si amano.
Dopo qualche minuto l’uomo si alza e inizia rapidamente a vestirsi sotto lo sguardo di lei, che ha portato entrambe le mani dietro la testa: sorride. Il giovanotto si china per accarezzarle una spalla, poi, lentamente, il viso… si baciano; poi lui varca la soglia della stanza per ricomparire nel locale accanto, un cucinino che dà sul vano scale, e si infila un impermeabile. Lei l’ha seguito, nuda, la borsetta in mano: la apre e ne trae un pacchetto, che gli porge… si baciano di nuovo prima che lui se ne vada e lei sparisca, probabilmente nel cesso.
Poco dopo torna in camera e recupera quanto aveva abbandonato in giro, poi inizia, lentamente, a vestirsi: uno spettacolo che risarcisce parzialmente il vecchio di quanto gli era sfuggito prima. Non perde un gesto di quella che gli si presenta come una ignara soubrette che si infila mutande e reggiseno, calze e sottoveste, gonna camicetta e maglioncino.
Il guardone, leccandosi gli angoli della bocca, insieme gode e soffre: era da tempo che i suoi sogni più ottimistici non venivano esauditi, ma lo spettacolo è volto al termine.
Apre la finestra e la vede uscire dal portone, una macchia rosso carminio sormontata da un ombrello, accompagnata dalla rombante colonna sonora del Bisagno costretto dagli argini ad imbucarsi sottoterra per raggiungere il mare. Poco distante…
[1] Il trucco femminile era piuttosto limitato, sia per il costo dei cosmetici sia perché ‘malvisto’ dal Fascismo; da notare come il primo fondo tinta, il grease point, che si era diffuso anche in Italia, fu creato dalla Max Factor appositamente per un attore: Rodolfo Valentino. Tutto ciò che aveva utilizzato la stella del cinema muto (morì nel 1926) aveva fatto tendenza, prima in America quindi, di riflesso, in Italia: oltre al trucco, la lacca per capelli, le basette, l’orologio da polso…
[2] Achille Virgilio Funi (Ferrara, 1890 - Appiano Gentile, 1972), si diplomò nel 1910 presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, dove insegnò dal 1939 al 1960. Nel 1914 aveva aderito al Futurismo, pur mantenendo una certa indipendenza dal movimento; più tardi (1922) fu tra i fondatori del gruppo Novecento, orientato verso il recupero della tradizione classica filtrata dalla esperienze delle avanguardie. Di grande successo commerciale e di critica le sue nature morte e ancor più i ritratti, specie femminili. Come affrescatore e mosaicista ha operato, tra l’altro, nel Palazzo di Giustizia a Milano e nella basilica di San Pietro a Roma.
[3] Associazione Calcio Liguria. Nel 1927, dalla fusione di Andrea Doria e Sampierdarenese, nacque la Dominante (stemma con grifone rampante e fascio littorio su fondo neroverde, la neonata società giocava in “casa” nell’appositamente costruito Stadio Littorio di Cornigliano) che, nel 1930, conglobando la Corniglianese, divenne appunto Liguria con identici colori sociali. Nel 1931, a fronte di risultati disastrosi, i gerarchi che ne avevano voluto la nascita riaffidarono la squadra ai dirigenti della Sampierdarenese: fu così, nel 1932, che il club, riacquisito il “vecchio” nome, conquistò la serie B, tornando in A nel 1934. Ma nel campionato 1937/38, inglobata anche la Rivarolese, fu reimposto il nome Liguria, mantenendo però la divisa ufficiale della Sampierdarenese, bianca con banda orizzontale nera (poi rosso-nera) sul petto.
[4] Gabriele D’Annunzio chiamava Ettore Muti “Gim dagli occhi verdi” (raggiunse il Vate per partecipare alla conquista di Fiume nel settembre 1919) ma il soprannome lo accompagnava fin da bambino, quando – con i suoi amici ravennati – replicava le azioni del protagonista del giornalino “L’Esploratore”. A dodici anni fu espulso da tutte le scuole del Regno per aver colpito a pugni un insegnante. Fegataccio, scappò di casa due volte per partecipare alla guerra: la prima volta (tredicenne) nel 1915, fu rintracciato dai carabinieri e rispedito a casa; nel 1917, con documenti falsificati, riuscì ad arruolarsi (prima in fanteria, poi nei reparti d’assalto degli Arditi), partecipando a molte azioni e alla battaglia del Piave: il suo rifiuto della medaglia d’argento al valor militare lo smascherò, costandogli il ritorno a casa. Entrò poi in aviazione, combattendo in Etiopia (nella squadriglia Disperata di Galeazzo Ciano) e in Spagna (come Gim Valeri). Al momento della nomina è appena rientrato dal fronte albanese, dove comandava un reparto motorizzato.
[5] Vedi A. d’Amaro, Nero dominante, Fratelli Frilli Editori, 2017.