VII-2

2407 Words
- No? Avete detto no? - interrogò con insistenza l’inesorabile Lizaveta Prokòf’evna. - Basta così, mi ricorderò che oggi, mercoledì mattina, alla mia domanda avete risposto: “NO”. Che giorno è oggi, mercoledì? - Credo mercoledì’, maman, - rispose Adelaida. - Non sanno mal che giorno è. Quanti ne abbiamo? - Ventisette, - rispose g***a. - Ventisette? va bene, secondo un certo mio calcolo. Addio, credo che siate molto occupato, e io ho da vestirmi per uscire; prendete il vostro ritratto. Salutate da parte mia la povera Nina Aleksàndrovna. Arrivederci, principe caro! Vieni più spesso che puoi, e io andrò apposta dalla vecchia Belokònskaja per parlarle di te. E sentite, caro: io credo che proprio per me Dio vi abbia fatto venire dalla Svizzera a Pietroburgo. Forse avrete anche altri affari, ma è stato soprattutto per me. Dio ha proprio voluto così. Arrivederci, care. Aleksandra, amica mia, vieni da me. La generalessa uscì. g***a, abbattuto, smarrito, pieno di rabbia, prese il ritratto di sopra la tavola e, con un sorriso sforzato, si volse al principe. - Principe, ora vado a casa. Se avete ancora intenzione di abitare con noi, vi a accompagnerò, poiché non sapete nemmeno l’indirizzo. - Aspettate, principe, - disse Aglaja, alzandosi a un tratto dalla poltrona, - mi scriverete qualche cosa nell’albo. Il babbo ha detto che siete un calligrafo. Ve lo porto subito. E uscì. - Arrivederci, principe, me ne vado anch’io, - disse Adelaida. Strinse forte la mano al principe, gli sorrise con gentile affabilità, e andò via. A g***a non volse nemmeno lo sguardo. - Siete stato voi, - inveì g***a contro il principe, digrignando i denti, appena furono uscite tutte, - siete stato voi a spifferare che mi sposo, - mormorò con rapido sussurro, furente in viso e con gli occhi sfavillanti di collera, - impudente chiacchieronaccio! - Vi assicuro che sbagliate, - rispose tranquillo e cortese il principe, - io non sapevo affatto che vi sposaste. - Poco fa avete udito Ivàn Fedorovic dire che stasera tutto si sarebbe deciso in casa di Nastas’ja Filippovna, ed è questo che avete riferito! Voi mentite! Di dove l’han potuto sapere? Chi gliel’ha potuto riferire, che il diavolo mi porti, se non voi? La vecchia non mi ha forse fatto delle allusioni? - Chi l’abbia riferito, lo dovete sapere meglio di me, se vi pare che vi abbiano fatto delle allusioni; io non ne ho detto nemmeno una parola. - Avete consegnato il biglietto? E la risposta? - interruppe g***a con febbrile impazienza. Ma nello stesso momento tornò Aglaja, e il principe non ebbe il tempo di rispondere. - Ecco, principe, - disse Aglaja, dopo aver posato sopra un tavolino il suo albo, - scegliete una pagina e scrivetemi qualche cosa. Eccovi una penna, e nuova per giunta. Non fa niente che sia di acciaio? I calligrafi, ho inteso dire, non scrivono con le penne di acciaio. Parlando al principe, aveva l’aria di non accorgersi nemmeno che g***a era presente. Ma mentre il principe aggiustava la penna, cercava una pagina e si accingeva a scrivere, g***a si avvicinò ad Aglaja, che era in piedi accanto al camino, alla destra del principe, e con voce tremante e rotta le disse quasi all’orecchio: - Una parola, una vostra sola parola, e io sono salvo. Il principe si volse rapidamente e li guardò tutti e due. Sul viso di g***a c’era la disperazione; pareva che avesse pronunciato quelle parole senza pensarci, all’impazzata. Aglaja lo guardò per alcuni secondi, esattamente con lo stesso tranquillo stupore con cui poco prima aveva guardato il principe, e quel suo stupore tranquillo, quella perplessità che sembrava derivare dall’incomprensione totale di ciò che egli le aveva detto, era per g***a, in quel momento, più terribile del più violento disprezzo. - Che devo dunque scrivere? - domandò il principe. - Ve lo detto subito, - disse Aglaja, volgendosi a lui: - siete pronto? Scrivete dunque: “Io non scendo a mercati”. Adesso scriveteci sotto il giorno e il mese. Fate vedere. Il principe le porse l’albo. - Magnifico! L’avete scritto stupendamente; la vostra calligrafia è meravigliosa! Vi ringrazio. Arrivederci, principe... Aspettate, - soggiunse, come se a un tratto si fosse rammentata di una cosa, - andiamo, voglio regalarvi qualcosa per mio ricordo. Il principe la seguì, ma, entrata nella sala da pranzo, Aglaja si fermò. - Leggete questo, - disse, porgendogli il biglietto di g***a. Il principe prese il biglietto e guardò perplesso Aglaja. - Lo so bene che non l’avete letto e che non potete essere il confidente di quell’uomo. Leggete, voglio che lo leggiate. Il biglietto, evidentemente, era stato scritto alla svelta. Oggi si deciderà la mia sorte, voi sapete in che modo. Oggi dovrò dare irrevocabilmente la mia parola, Non ho alcun diritto al vostro interesse, non oso nutrire alcuna speranza, ma un giorno voi pronunciaste una parola, un’unica parola, e quella parola ha illuminato la nera notte della mia vita ed è divenuta il mio faro. Dite ora un’altra parola simile, e mi salverete dalla perdizione. Ditemi soltanto: tronca tutto!, e io troncherò tutto oggi stesse. Oh, che vi costa dir questo? Con tale parola, io non imploro che un segno del vostro interesse e della vostra pietà verso di me, soltanto questo, soltanto! E null’altro, nulla! Non oso concepire una qualunque speranza, perché ne sono indegno. Ma dopo la vostra parola riprenderò la mia povertà, sopporterò con gioia la mia disperata condizione. Affronterò la lotta, ne sarò lieto, risorgerò in essa con nuove forze! Mandatemi dunque questa parola di pietà (di sola pietà, ve lo giuro!) Non andate in collera per la temerità di un disperato, di un naufrago, che ha osato fare un ultimo sforzo per salvarsi dalla perdizione! G. I. - Quest’uomo mi assicura, - disse Aglaja, tagliente, quando il principe ebbe finito di leggere, - che le parole “troncate tutto” non mi comprometterebbero e non mi obbligherebbero per nulla, ed egli stesso, come vedete, me ne dà la garanzia scritta con questo biglietto. Notate con quanta ingenuità si è dato cura di sottolineare alcune parole, e quanto grossolanamente ne traspare il suo segreto pensiero. Egli sa però che, se troncasse tutto, ma da sé, da solo, senza aspettare la mia parola, anzi senza parlarmene, senza sperare in me, allora io cambierei i miei sentimenti verso lui e, forse, gli diverrei amica. Lo sa di sicuro! Ma ha un’anima sudicia: lo sa e non si decide; lo sa, e nondimeno chiede delle garanzie. Di fidarsi non è capace. Vuole che io, in cambio di centomila rubli, gli accordi una speranza su di me. In quanto poi all’altra parola di cui dice nel biglietto, e che pretende gli abbia illuminato la vita, mentisce sfacciatamente. Solo una volta ebbi pietà di lui. Ma egli è temerario e impudente: allora gli balenò subito il pensiero che una speranza era possibile; lo capii a volo. Da quel giorno si è messo a tendermi dei tranelli; me ne tende anche adesso. Ma basta, prendete il biglietto e restituiteglielo, appena sarete uscito da casa nostra, s’intende, non prima. - E che devo dirgli in risposta? - Nulla, s’intende. È la risposta migliore. Ma voi dunque volete abitare in casa sua? - Poco fa Io stesso Ivàn Fédorovíc me l’ha consigliato, - disse il principe. - Allora guardatevi da lui, ve ne avverto; non vi perdonerà mai la restituzione del biglietto. Aglaja strinse leggermente la mano al principe e andò via. Il suo volto era serio e accigliato; salutando il principe con un cenno del capo, non aveva nemmeno sorriso. - Vengo subito, prendo solo il mio fagottino, - disse il principe a g***a, - poi usciremo. Ganja batté il piede in terra dall’impazienza. Il viso gli si era fatto livido dal furore. Finalmente tutti e due uscirono sulla via, il principe col suo fagotto in mano. - E la risposta? la risposta? - domandò g***a assalendolo: - che vi ha detto? Le avete consegnato la lettera? Il principe, senza dir nulla, gli restituì il biglietto. g***a rimase di stucco. - Come? Il mio biglietto! - esclamò: - non l’ha neppur consegnato! Oh, me lo dovevo immaginare! Oh, m-maledet... È naturale che lei poco fa non abbia capito niente! Ma come mai, come mai non gliel’avete consegnato, oh, m-maledet... - Scusatemi, mi è riuscito invece di consegnarle subito il vostro biglietto, nello stesso minuto in cui me l’avevate dato, e proprio come volevate. E tornato in mano mia, perché Aglaja Ivànovna me l’ha restituito or ora. - Quando? quando? - Appena avevo finito di scrivere nell’albo e lei m’ha chiamato con sé. (Avevate sentito?) Siamo entrati nella sala da pranzo, m’ha dato il biglietto, ordinato di leggerlo e poi di restituirvelo. - Di leg-ger-lo! - esclamò g***a quasi gridando: - di leggerlo! Voi l’avete letto? E si fermò di nuovo, come attonito, in mezzo al marciapiede, stupito a tal punto, che rimase a bocca aperta. - Sì, l’ho letto, or ora. - E lei, proprio lei ve l’ha dato da leggere? Proprio lei? - Sì, lei; e, credetemi, non l’avrei letto senza il suo invito. g***a tacque un momento, facendo sforzi dolorosi per connettere le idee, poi esclamò: - Non può essere! Non ha potuto ordinarvi di leggerlo. Mentite! L’avete letto da voi! - Dico la verità, - rispose il principe col tono imperturbabile di prima, - e credete che mi rincresce molto che la cosa vi faccia una così spiacevole impressione. - Ma, disgraziato, intanto vi avrà detto almeno qualche parola! Qualcosa avrà pur risposto! - Sì, certo. - Ma parlate dunque, parlate, oh, diavolo!... E g***a batté due volte il piede destro, calzato della soprascarpa, sul marciapiede. - Appena avevo finito di leggere, mi ha detto che voi le tendete dei tranelli, che vorreste comprometterla facendovi dare una speranza, per poi, appoggiandovi ad essa, rinunciare senza danno all’altra speranza dei centomila rubli. Che se voi aveste fatto questo senza mercanteggiare con lei, se aveste troncato da voi, senza chiederle una garanzia anticipata, forse vi sarebbe divenuta amica. Ed ecco tutto, mi pare. Ah, sì, ancora una cosa: quando ho domandato, dopo aver ripreso il biglietto, che dovevo dunque rispondervi, mi ha detto che nessuna risposta sarebbe stata la risposta migliore; così ha detto, mi pare; scusate se ho dimenticato la sua espressione precisa, ve la riferisco come l’ho capita. Una rabbia smisurata s’impadronì di g***a e il suo furore proruppe senza freno: - Ah! Dunque è così! - e digrignò i denti: - così si buttano via i miei biglietti! Ah! Lei non scende a mercati: allora, vi scendo io! La vedremo! Ho ancora molte... la vedremo!... La piegherò come un giunco!... Era contratto, pallido, aveva la schiuma alle labbra; minacciava col pugno. Così fecero alcuni passi. Del principe non aveva la minima soggezione, come se fosse solo e in camera propria, perché lo teneva proprio in conto di nulla. Ma improvvisamente, avendo fatto qualche riflessione, tornò in sé. - Ma in che maniera, - disse volgendosi di colpo al principe, - in che maniera, voi, - “un idiota!” soggiunse tra sé, - voi siete potuto entrar subito in tanta dimestichezza, dopo due ore appena di conoscenza? Come mai? A tutte le sue t*****e non mancava che l’invidia. A un tratto essa lo morse proprio al cuore. - Questo poi non ve lo so spiegare, - rispose il principe. g***a lo guardò irosamente: - Non era per regalarvi la sua confidenza che vi ha chiamato in sala da pranzo? Voleva pur farvi un regalo, no? - Così per l’appunto l’ho capita anch’io. - Ma perché dunque, che il diavolo mi porti! Che avete poi fatto di speciale? Come mai siete piaciuto? Sentite, - diceva, affannandosi disperatamente (c’era dentro di lui, in quel momento, come un gran disordine e ribollimento, tanto che non riusciva a raccogliere i suoi pensieri), - sentite, non potete rammentare con un po’ di ordine di che precisamente avete parlato lì, tutto quel che avete detto fin da principio? Non avete notato nulla? non vi ricordate? - Oh, posso benissimo farlo, - rispose il principe. - In principio, appena sono entrato e ho fatto conoscenza, si è parlato della Svizzera. - Be’, al diavolo la Svizzera! - Poi della pena di morte... - Della pena di morte? - Sì, a un certo proposito... poi ho detto loro come avevo passato tre anni laggiù e ho raccontato la storia di una povera contadina... - Be’, al diavolo la povera contadina! Avanti! - diceva g***a, fremendo impaziente. - Poi l’opinione che Schneider mi espresse sul mio carattere e come mi indusse... - Vada all’inferno Schneider! me ne infischio della sua opinione. Avanti! - Poi, a un certo proposito, mi son messo a parlare dei visi, cioè delle fisionomie, e ho detto che Aglaja Ivànovna è bella quasi come Nastas’ja Filippovna. E proprio qui mi son lasciate sfuggire quelle parole circa il ritratto... - Ma non avete riferito, davvero non avete riferito quel che avevate inteso poco prima nello studio? No? no? - Vi ripeto di no. - Ma allora da chi, diavolo... Ah, sì, Aglaja non ha mostrato il biglietto alla vecchia? - Questo ve lo posso garantire, non l’ha mostrato. Sono sempre stato lì, e poi non ne ha avuto il tempo. - Ma forse non vi siete accorto di qualche cosa... Oh, idiota m-ma-le-detto! - esclamò, ormai del tutto fuori di sé: - non sa nemmeno raccontare! Ganja, avendo cominciato a ingiuriare e non trovando resistenza, a poco a poco aveva perduto ogni ritegno, come sempre succede a certi uomini. Poco mancava che non si mettesse a sputare in faccia al principe, tanto era furioso. Ma appunto questo suo furore lo aveva accecato; altrimenti, da un pezzo si sarebbe accorto che quell’ “idiota”, da lui così bistrattato, era capace qualche volta di capire le cose con una prontezza e una finezza anche soverchia e di riferirle nel modo più soddisfacente. Ma d’un tratto accadde una circostanza inaspettata. - Devo farvi notare, Gravila Ardaliònovic, - disse a un tratto il principe, - che una volta ero veramente tanto malato da essere in realtà quasi un idiota; ma ormai sono guarito da un pezzo, e perciò mi è alquanto sgradito sentirmi dare dell’idiota sul viso. Vi si può bensì scusare, in considerazione delle vostre disgrazie; ma è un fatto che, nella vostra stizza, mi avete ingiuriato un paio di volte. Questo non mi va proprio, specialmente così, la prima volta che ci vediamo, come avete fatto voi; e poiché ora siamo a un crocicchio, non è meglio che ci separiamo? Voi ve ne andrete a destra, a casa vostra, e io a sinistra. Ho venticinque rubli e certamente troverò un qualche hotel garni. Ganja si turbò all’estremo e arrossì addirittura dalla vergogna di essere stato colto in fallo. - Scusate, principe, - esclamò con calore, mutando a un tratto il suo tono ingiurioso in una straordinaria urbanità: - per amor di Dio, scusatemi! Voi vedete in che guaio mi trovo! Non sapete ancora quasi nulla, ma se sapeste tutto, di sicuro mi scusereste almeno un poco, sebbene, certo, io non sia scusabile... - Oh, non mi occorrono tante scuse, - si affrettò a rispondere il principe. - Capisco bene che avete una grossa contrarietà, ed è per questo che dite delle ingiurie. Su via, andiamo a casa vostra. Con piacere... “No, adesso è impossibile lasciarlo andar via così, - pensava g***a, gettando lungo la strada delle occhiate malevole al principe, - questo furbone mi ha fatto dir tutto, e poi di colpo si è tolta la maschera... Questo vorrà dire qualche cosa. Ebbene, vedremo! Tutto si deciderà, tutto, tutto! Oggi stesso!”. Erano ormai davanti alla casa.
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