Capitolo VII
Pure mi era rimasta una tale paura dei Mori, e provavo un'angoscia così profonda all'idea di cadere nelle loro mani, che non volli fermarmi, prender terra o mettermi all'ancora, tanto più che il vento continuava ad essere favorevole, e così per quattro o cinque giorni continuai a navigare a quel modo. Dopo di che il vento girò e prese a soffiare verso sud, ed io ne dedussi che se qualcuna delle navi dei Mori mi stava dando la caccia, anch'essa avrebbe dovuto rinunciarvi; pertanto mi arrischiai ad avvicinarmi alla costa e mi ancorai alla foce di un piccolo fiume: né so di quale fiume si trattasse, in che paese, in che nazione e a quale latitudine. Non vidi e non desideravo di vedere nessuno: l'unica cosa di cui avevo bisogno era l'acqua dolce. Raggiungemmo l'estuario verso sera e decidemmo che all'imbrunire avremmo raggiunto a nuoto la riva per compiere un giro di perlustrazione; ma non appena calarono le tenebre udimmo un coro così terrificante di latrati, ruggiti e ululati di animali feroci, e di chissà quali specie, che il povero ragazzo sembrava in procinto di morire di paura e mi supplicò di non scendere a terra fino a giorno fatto.
«D'accordo, Xury,» gli dissi, «non ci andrò, ma forse di giorno c'imbatteremo in uomini non meno pericolosi di questi leoni.»
«Allora noi sparare con fucile,» rispose Xury con una risata, «noi farli scappare.»
Xury aveva imparato a parlare in questo modo conversando con noi schiavi. Ad ogni modo fui lieto di constatare che era di buonumore e per rincuorarlo gli diedi da bere un goccetto attingendo alla cassa di bottiglie del nostro padrone. Dopo tutto il suggerimento di Xury era saggio ed io lo seguii. Gettammo la nostra piccola ancora e restammo fermi per tutta la notte. Dico fermi perché in realtà non chiudemmo occhio! Infatti due o tre ore dopo vedemmo certi enormi animali (non sapevamo che nome dargli) di svariate specie scendere a riva e gettarsi in acqua diguazzando e rivoltandosi per il piacere di rinfrescarsi, e nel far questo emettevano urla e strida spaventose quali non ne avevo mai udite prima di allora.
Xury era terrorizzato, e in verità lo ero anch'io; ma ci spaventammo ancor più quando sentimmo che uno di questi giganteschi animali si stava dirigendo a nuoto verso la nostra lancia. Non riuscivamo a scorgerlo, ma dall'ansito non era difficile indovinare che si trattava di una creatura inferocita, di proporzioni gigantesche. Xury diceva che era un leone, e per quel poco che ne sapevo poteva darsi che avesse ragione; poi il povero Xury mi supplicò piangendo di levar l'ancora per allontanarci a forza di remi.
«No, Xury,» gli risposi, «ci conviene mollare il cavo lasciandolo attaccato al gavitello, e spingerci al largo; non possono aver la forza d'inseguirci tanto lontano.» Avevo appena finito di profferire queste parole, quando scorsi l'animale (di qualunque specie fosse) a due remi di distanza da noi, e lì per lì ne fui stupefatto; ma subito balzai nella cabina, afferrai il mio fucile e gli sparai; dopo di che la belva si volse senza indugio e prese a nuotare verso la riva.
È impossibile descrivere gli spaventosi clamori, le grida e gli ululati agghiaccianti che si levarono sia dalla riva, sia più in alto dalle regioni interne, al rumore o detonazione della fucilata, cosa che molto probabilmente non avevano mai udita in vita loro. Ciò mi convinse che non era consigliabile sbarcare sulla costa nottetempo, e forse nemmeno durante il giorno, perché cadere nelle mani di selvaggi non era certo meglio che finire sotto gli artigli di tigri o di leoni; o quantomeno i due pericoli ci causavano la medesima ansietà.
Ma comunque stessero le cose, in un posto o nell'altro dovevamo prender terra per rifornirci d'acqua dolce: a bordo non ne avevamo più nemmeno un goccio. Ma dove e quando trovarne? Questo era il punto. Xury disse che se lo avessi lasciato andare a terra con uno degli orci, sarebbe andato in cerca dell'acqua e me l'avrebbe portata. Io gli domandai perché volesse andarci proprio lui, perché non dovessi andare io, invece, e lui restare sulla lancia; e il ragazzo mi diede una risposta così toccante che da quel giorno non potei fare a meno di volergli bene: «Se uomini selvaggi venire,» mi disse, «loro mangiare me e tu scappare via.»
«Allora andremo insieme, Xury,» replicai, «e se verranno gli uomini selvaggi noi li uccideremo, così non mangeranno nessuno dei due.»
Diedi a Xury un pezzo di galletta e un goccio da bere attingendolo alla cassa del padrone di cui ho già parlato; poi portammo la lancia a una congrua distanza da terra e raggiungemmo la riva a guado portando con noi solo gli orci e i fucili.
Preferii non allontanarmi e tener d'occhio la barca, nel timore che sopraggiungessero i selvaggi scendendo il fiume con le loro canoe; ma il ragazzo, avvistato un avvallamento a circa un miglio di distanza all'interno della costa, si spinse in quella direzione, ma tosto lo vidi ritornare di corsa verso di me. Pensai che fosse inseguito da un selvaggio o spaventato da una belva, ma quando gli fui accosto vidi che qualcosa gli pendeva da una spalla: un animale che aveva ucciso con un colpo di fucile, simile a una lepre ma di colore diverso e con le zampe più lunghe. Ad ogni modo ne fummo soddisfatti, la sua carne si rivelò di squisito sapore; ma la lieta notizia che Xury mi portava era che aveva trovato acqua buona da bere e non aveva visto un solo selvaggio.
Più tardi scoprimmo che non era il caso di darci tanta pena per trovare l'acqua dolce, perché un poco più a monte dell'estuario in cui ci trovavamo al riflusso della marea, scoprimmo una polla d'acqua sorgiva che sgorgava appena sopra il livello del fiume; sicché riempimmo gli orci, banchettammo con la lepre che avevamo ucciso e ci preparammo a continuare il nostro viaggio senza aver visto vestigia alcuna di creature umane in quella parte del paese.
Siccome avevo già compiuto un precedente viaggio lungo questo tratto del continente africano, sapevo benissimo che le isole Canarie e del pari le isole del Capo Verde non erano a grande distanza dalla costa. Ma non avevo gli strumenti necessari per effettuare un rilevamento e stabilire a quale latitudine ci trovavamo, e non sapendo né potendo ricordare con esattezza a quale latitudine si trovassero queste isole, non sapevo in che direzione cercarle e in quale momento mi convenisse puntare al largo per individuarle; altrimenti non mi sarebbe stato difficile trovare l'una o l'altra di esse. Nondimeno speravo, continuando a navigare lungo la costa, di pervenire alla zona battuta dalle navi inglesi che vi svolgevano i loro traffici e d'incontrarne una sulla consueta rotta commerciale, che ci avrebbe raccolti e tratti in salvo.
Secondo i miei calcoli più meditati, in questo momento mi trovavo all'altezza del territorio che si estende, incolto e popolato solo da bestie feroci, tra i possedimenti del sultano del Marocco e quelli dei negri; questi ultimi infatti l'hanno abbandonato per trasferirsi più a sud, mossi dal terrore dei Mori, e a loro volta i Mori non hanno ritenuto opportuno impadronirsene a causa della sua sterilità; ma gli uni e gli altri l'hanno abbandonato soprattutto per il gran numero di tigri, leoni, leopardi ed altri animali feroci che lo infestano, cosicché i Mori se ne servono solo per andare a caccia, mobilitando ogni volta un vero e proprio esercito di due o tremila uomini, quasi partissero per una campagna di guerra. E in effetti per un centinaio di miglia davanti a noi sfilò una terra che durante il giorno appariva deserta e selvaggia, mentre di notte non udivamo che ruggiti e ululati di belve.
Una o due volte, di giorno, mi parve di scorgere il picco di Tenerife, che corrisponde alla vetta del monte Tenerife nelle Canarie, e provai fortissima la tentazione di avventurarmi in quella direzione nella speranza di arrivare laggiù; anzi, mi ci provai due volte, ma il vento contrario mi costrinse a ripiegare, anche perché il mare si faceva troppo grosso per una piccola imbarcazione come la mia, cosicché decisi di perseverare nel mio progetto iniziale e mantenni la rotta lungo la costa.
Più volte, dopo quel primo approdo, fui costretto a sbarcare per far provvista d'acqua dolce. Ricordo, in particolare, una volta che ci ancorammo di prima mattina sotto un piccolo promontorio abbastanza elevato sul mare, e siccome la marea si stava alzando, sostammo in attesa di poterci accostare maggiormente; Xury, i cui occhi a quanto sembrava si volgevano intorno più attenti e circospetti dei miei, mi chiamò con voce sommessa e mi disse che avremmo fatto bene ad allontanarci: «Perché,» disse, «laggiù essere terribile mostro addormentato sotto la montagna.» Io guardai nella direzione che lui m'indicava e realmente vidi un essere mostruoso, poiché si trattava di un enorme, terribile leone coricato sul declivio del promontorio, al riparo di un sovrastante aggetto roccioso che gli faceva ombra.
«Xury,» dissi, «scendi a terra e uccidilo.»
Xury assunse un'aria spaventata e rispose: «Io uccidere? Lui mangiare me con una bocca sola!»
Voleva dire in un solo boccone. Comunque io non gli replicai, gli ingiunsi di restar fermo, poi afferrai il fucile più grosso, che aveva quasi il calibro di un moschetto, e lo caricai con una buona dose di polvere e due pallettoni; poi lo deposi e caricai un secondo fucile con due pallottole. Quanto al terzo (poiché ne avevamo tre) lo caricai con pallini più piccoli. Diedi mano al primo fucile e presi la mira come meglio potevo perché volevo colpirlo alla testa, ma il leone stava coricato con una zampa sollevata un poco al di sopra del naso, cosicché i pallettoni gli colpirono la zampa all'altezza del ginocchio spezzandogli l'osso. L'animale balzò in piedi con un ringhio, ma tosto si accasciò sulla zampa rotta, poi tornò a drizzarsi sulle tre zampe sane ed emise il più spaventevole ruggito che abbia udito in vita mia. Rimasi un poco deluso di non averlo raggiunto alla testa, cosicché impugnai senza indugio il secondo fucile, e sebbene il leone cominciasse ad allontanarsi sparai un secondo colpo e questa volta lo colpii alla testa, e con mia grande soddisfazione lo vidi stramazzare e dibattersi agonizzante, emettendo deboli lamenti. Allora Xury riprese coraggio e mi chiese il permesso di andare a riva.
«Va' pure,» gli dissi; il ragazzo si buttò in acqua, e reggendo con un braccio il fucile più piccolo con l'altro nuotò fino alla sponda; poi, avvicinatosi alla belva, gli appoggiò contro l'orecchio la bocca del fucile e di nuovo gli sparò alla testa, ammazzandolo.
La caccia era stata appassionante, ma quella cacciagione non era cibo per i nostri denti, e mi dolevo non poco di aver sprecato tre cariche di polvere e pallottole per uccidere una bestia che a noi non serviva affatto. Ma Xury disse che qualcosa valeva, cosicché tornò a bordo e mi chiese di dargli l'accetta.
«Che cosa vuoi fare, Xury?» gli domandai.
«Io tagliare sua testa,» mi rispose. Ma non riuscì a mozzare la testa del leone e invece gli tagliò una zampa che portò con sé ed era veramente di proporzioni mostruose.
A questo punto mi venne in mente che forse la sua pelle poteva tornarci utile in qualche modo, e decisi di provare a scuoiarlo. Xury ed io ci mettemmo al lavoro, ma Xury si dimostrò molto più abile di me, perché io non sapevo davvero come destreggiarmi. Lavorammo per tutta la giornata, ma alla fine riuscimmo a staccare la pelle e la stendemmo sul tetto della cabina dove in due giorni il sole la seccò perfettamente, e da quel giorno la usai come giaciglio.
Dopo questa sosta per dieci o dodici giorni proseguimmo sempre in direzione sud, cibandoci con estrema parsimonia delle nostre scorte che ormai cominciavano ad assottigliarsi e scendendo a terra solo quando dovevamo provvederci d'acqua dolce. Infatti mi proponevo di arrivare al fiume Gambia o al Senegal, e cioè di portarmi in vicinanza del Capo Verde dove speravo d'imbattermi in qualche nave europea; in caso contrario, davvero non sapevo quale altra rotta scegliere, salvo navigare alla cieca alla ricerca delle isole o perire fra i negri d'Africa. Io però sapevo che tutte le navi provenienti dall'Europa e dirette in Guinea, in Brasile o nelle Indie Orientali toccavano quel capo o quelle isole: in una parola, facevo totale assegnamento su quest'unica alternativa: o incontrare una nave o morire.