Capitolo 9 – La liberazione

608 Words
Il rumore di passi al piano di sotto si fece più vicino, pesante, deciso. Vincenzo restò immobile, le mani che serravano la macchina fotografica fino a sentire i tendini tendersi come corde. Massimo non si mosse, ma aveva distolto lo sguardo da lui per puntarlo verso la porta della stanza bruciata. Era lo sguardo di un animale in agguato. Dalla soglia apparve una figura: un uomo di mezza età, il volto scavato, gli occhi sfuggenti, e un’aria di chi porta colpe nascoste. Si fermò quando vide Vincenzo. Il silenzio si fece elettrico. «Non dovresti essere qui» disse l’uomo, la voce roca di anni di fumo e paura. «Lei… la conosceva» ribatté Vincenzo, senza nascondere la durezza nella voce. «La ragazza dai capelli neri.» Un lampo di panico attraversò gli occhi dell’uomo prima che tornassero opachi. «Quella storia è finita. Nessuno vuole più parlarne.» Dietro di lui, Vincenzo vide il riflesso di Massimo sulle pareti, avanzare come un’ombra che si stacca dalla luce. Il fantasma non guardava più Vincenzo: tutto il suo odio, puro e gelido, era fissato sull’intruso. «È stato lei.» Le parole gli scivolarono fuori senza esitazione. L’uomo scattò: «Non sai nulla. Quel ragazzo… era violento. La teneva prigioniera. Io ho solo…» Si fermò. La fitta corrente gelida che attraversò la stanza lo fece sbiancare. Massimo, ora alle sue spalle, aveva il volto più nitido che Vincenzo avesse mai visto. E quegli occhi, fissi sul nemico, non lasciavano spazio alla menzogna. Immagini lampanti colpirono Vincenzo: il magazzino, la collina, la ragazza che gridava in una stanza chiusa a chiave, l’uomo che appiccava il fuoco, il sorriso soddisfatto mentre il fumo cresceva. Non era rabbia cieca — era un delitto calcolato. «Lo sapevi che sarebbe morto nel fuoco» disse Vincenzo, e questa volta parlava come se fosse la voce di entrambi. L’uomo indietreggiò, urtando contro il muro. «Non… non era così…» Ma nessuno lo ascoltava più. Una pressione invisibile colpì l’aria. Sentirono tutti il pavimento vibrare, la polvere cadere dai travetti. L’aria si infuocò di luce crepitante e un rumore, basso e continuo, riempì ogni spazio. Massimo non si mosse, eppure l’uomo crollò in ginocchio, ansimando. Vincenzo fece un passo avanti. «Cosa vuoi che faccia, Massimo?» Il fantasma lo guardò, e in quell’istante Vincenzo sentì la risposta senza bisogno di parole: Racconta. Rivela. Libera. L’uomo cercò di scappare, ma Vincenzo sollevò la macchina e scattò. Il flash illuminò le pareti bruciate — e, nel mezzo, la figura di Massimo che afferrava simbolicamente il colpevole. L’immagine finì impressa sulla pellicola, ma in quello stesso istante l’uomo urlò, un grido lungo e strozzato, e scappò inciampando giù per il corridoio, sparendo nella notte. Il silenzio tornò, denso come acqua. Massimo si voltò verso di lui. Qualcosa nei suoi occhi era cambiato: lo sguardo non era più un coltello, ma un abbraccio stanco. La stanza sembrò farsi più chiara; l’odore di fumo svanì, lasciando spazio a un’aria fresca, viva. Vincenzo abbassò la macchina. «Ora sei libero?» La figura lo fissò per un lungo momento, poi annuì appena. Un accenno di sorriso tremò sulle sue labbra, come il riflesso di una fiamma ormai spenta. E, lentamente, Massimo svanì. Non in un lampo, non dissolto nel nulla, ma come acqua che si assorbe nel terreno: senza fretta, con dignità. Vincenzo restò nella stanza vuota, il cuore in tumulto. Guardò la macchina fotografica: l’ultima immagine era lì, nitida, innegabile. La verità. La prova. Scese la collina mentre la prima luce dell’alba colorava il cielo. Dietro di lui, la casa sembrava finalmente vuota. O forse… in pace. Sapeva che quella storia non sarebbe rimasta sepolta. E ora aveva un debito: raccontarla tutta, fino all’ultima parola.
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