La mattina filtrava dal cielo come un vetro opaco, scaricando sul paese una luce smorzata, quasi malata. Vincenzo si sedette al tavolo con una tazza di caffè ormai freddo, circondato dalle fotografie. Non c’era più dubbio: Massimo non era un’immagine fissa, ma una presenza attiva, capace di scegliere come e quando mostrarsi.
E, in qualche modo, sembrava volerlo guidare verso qualcosa.
Non sapeva dire se fosse attratto più dal mistero o da quel volto che, anche frammentato e sfocato, gli appariva incredibilmente vicino. Poteva quasi immaginarlo com’era in vita: lineamenti forti, occhi scuri e profondi, un portamento fermo, ma segnato da un’ombra interiore.
L’idea lo colpì con la forza di un pugno allo stomaco. Doveva sapere tutto di lui. Non bastava più la leggenda.
Cominciò dalle voci del paese.
Vecchi seduti sugli usci, donne avvolte in scialli scuri, ragazzi che sfrecciavano in bicicletta e si tacevano appena lo vedevano. All’inizio nessuno voleva parlare. Poi, a bassa voce, arrivarono frammenti di confidenze: un padre violento, una madre che lo proteggeva come poteva, un incendio mai chiarito, voci di gelosie e di debiti contratti con la gente sbagliata.
Una donna anziana, con le mani nodose e la pelle macchiata dal sole, lo prese sottobraccio e lo condusse nella sua cucina stretta. L’odore di legna arsa e brodo sobbollito impregnava l’aria. Piegandosi verso di lui, mormorò:
«Non era cattivo, Massimo. Lo rendevano cattivo. Gli portavano via quello che amava, e quando lui reagiva… lo chiamavano mostro.»
Gli porse una scatola di latta, consumata ai bordi. Dentro, tra vecchie spille e nastri ingialliti, c’era una foto: Massimo ragazzo, il braccio attorno a una ragazza dai capelli neri e il sorriso aperto. Sul retro, una scritta in fretta: "Finché il fuoco ci separi."
Il cuore di Vincenzo sobbalzò. Chi era quella ragazza? E perché nelle leggende non se ne parlava mai?
Continuò a cercare. Verso sera, scese lungo una strada poco frequentata, guidato da un’intuizione che non sapeva spiegare. Lo portò davanti a un magazzino abbandonato, le porte serrate da catene arrugginite. Sul muro, graffiti sbiaditi, e tra le scritte una parola che sembrava incisa più che disegnata: “Colpa”.
Scattò una foto.
Guardando il display, sentì il sangue raggelarsi: alle sue spalle, nella foto, appariva di nuovo Massimo. Ma stavolta non lo guardava. Era rivolto verso la porta del magazzino, come a indicargli di entrare.
Ci mise ore a trovare un modo. Alla fine, forzò un varco tra le assi di legno, spingendosi dentro. L’odore era acre, misto di polvere e ferro vecchio. Fece luce con una torcia: mura umide, casse spaccate, vecchie botti. In un angolo, una pila di giornali ammuffiti.
Li sfogliò: titoli sbiaditi, ma uno catturò la sua attenzione. “Tragedia sulla collina: giovane donna scompare nell’incendio. Si cerca il compagno, sospettato.”
Il cuore gli batté nelle tempie. Capì che quella ragazza della foto — quella dei capelli neri e del sorriso aperto — era la vera ferita nella storia di Massimo. E che il paese non l’aveva dimenticata, ma aveva scelto di cancellarla dalle parole.
Un vento improvviso attraversò il magazzino, spostando fogli e polvere.
Alle sue spalle, sentì chiaramente il passo di qualcuno. Lentissimo. Deciso.
Si girò. Nulla. Ma la torcia tremava nella sua mano.
Scattò un’altra foto verso l’oscurità. Il flash esplose.
Massimo era lì, più vicino di quanto non lo avesse mai visto. Lo sguardo, però, era diverso: non freddo, non minaccioso. Era colmo di dolore. E in quel dolore, una richiesta muta.
Senza sapere cosa faceva, Vincenzo parlò a voce bassa: «Vuoi che io trovi la verità per lei?»
Un fremito nell’aria, come un sì.
Lasciò il magazzino con il petto pesante. Non era più solo un’indagine. Non era più curiosità. Era una promessa. E nel sentiero di ritorno, sotto le nuvole basse, percepiva di nuovo quel passo dietro di sé.
Ma stavolta non provò paura.
Quella notte, davanti alle fotografie, vide che in tutte quelle scattate al magazzino Massimo aveva lo sguardo rivolto a lui. Non più da fantasma che osserva, ma da uomo che affida.
Vincenzo si sdraiò, incapace di chiudere gli occhi, sentendo che il passo successivo lo avrebbe immesso direttamente nella parte più buia di quella storia.
E il buio, ormai, non lo respingeva più.