La notte era ormai caduta da ore, ma nella stanza di Vincenzo la luce gialla di una lampada continuava a vegliare. Sul tavolo, le fotografie appena sviluppate brillavano di un chiarore lattiginoso, come se trattenessero un po’ della luce di un altro mondo.
Stendeva i fogli uno dopo l’altro, lentamente, sfiorandoli con le dita. Non erano semplici immagini: sembravano finestre, aperture su un luogo dove il tempo era distorto e l’aria visibile.
Ogni scatto della casa di Massimo aveva qualcosa di diverso — e inquietante. In uno, la figura senza contorni si rifletteva nello specchio di una stanza vuota, pur non apparendo nella realtà davanti all’obiettivo. In un altro, il volto era più definito: occhi scuri, fissi, e l’ombra di una mano posata su un mobile che lui non ricordava di aver visto. La sequenza successiva era ancora peggiore: Massimo sembrava muoversi, passo dopo passo, verso l’obiettivo, come se sapesse di essere osservato.
Vincenzo indietreggiò sulla sedia, ma non riusciva a distogliere lo sguardo. Più le studiava, più percepiva una sorta di comunicazione silenziosa che partiva dall’immagine e gli entrava dentro, insinuandosi nelle sue ossa.
Era una sensazione che oscillava tra il brivido e l’attrazione.
Si alzò, andò alla finestra: il paese dormiva, immerso in una quiete irreale. Eppure, giurerebbe di vedere un’ombra — alta, immobile — in fondo alla strada, là dove il cono di luce del lampione si spezzava nel buio.
Scattò istintivamente, il flash illuminò il vuoto. Ma quando guardò nel display, l’ombra era più vicina.
Tornò al tavolo, tentando di concentrarsi. La sua mente rimescolava le immagini, sovrapponendo il volto sfocato di Massimo alla sagoma bruciata trovata nel corridoio. Ora lo vedeva ovunque: nel riflesso della vetrina di fronte, nei drappi scuri della stanza, persino nei sogni che lo avevano tenuto in apnea la notte prima.
Provò a distrarsi, ma ogni tentativo fallì. Prese in mano una delle foto più disturbanti: il dettaglio di quegli occhi. Non erano solo occhi, si accorse, ma qualcosa che tirava indietro la sua coscienza, come se ci fosse una seconda immagine nascosta sotto la prima.
E, per un istante, ebbe la netta impressione che le pupille si restringessero, come se lo riconoscessero.
Un rumore, secco, dietro la porta. Si voltò di scatto.
Silenzio.
Fece due passi, e senza volerlo lasciò cadere una foto. Cadde a terra a faccia in giù. Quando la raccolse, un brivido gelido gli attraversò la spina dorsale: l’immagine non era più la stessa. Ora lui stesso era nell’inquadratura, seduto a quel tavolo, con qualcun altro — una figura scura — alle sue spalle.
Il respiro gli si condensò sulle labbra. Si voltò lentamente, ma ovviamente non c’era nessuno.
Eppure, il cuore batteva come se avesse visto un predatore appena fuori dalla visuale.
Si lasciò cadere sulla sedia, tenendo tra le mani quella foto che non avrebbe dovuto esistere. capiva che Massimo non era solo un soggetto da immortalare: era già parte della sua vita, forse addirittura dentro di lui.
E, in un modo che non sapeva ancora nominare, Vincenzo sentiva che quell’incontro stava diventando inevitabile. Non più un caso, non più una leggenda: un’urgenza.
Fuori, un tuono sordo avvertì dell’arrivo della pioggia, insolita per quelle terre.
Sul tavolo, una fotografia vibrò leggermente, come se qualcuno — dall’altra parte — avesse bussato.
Vincenzo, senza distogliere lo sguardo, mormorò:
«Cosa vuoi da me?»
Ma la risposta non fu un suono. Fu l’impressione netta, trapelata dal volto sfocato sul lucido della fotografia, di un sorriso trattenuto.
E del pensiero, chiaro come una voce nella sua testa:
Vedrai.