Capitolo 8 – Il confronto finale

563 Words
Il vento della sera portava un odore di terra bagnata e ferro, un misto che si insinuava nelle narici e nella mente. La strada per la collina, illuminata solo dalla debole luna, sembrava più ripida del solito. Vincenzo la percorreva a passo costante, senza esitazioni: non era più l’uomo che era arrivato in quel paese per un incarico. Ora camminava come chi segue una chiamata interiore, già deciso a non tornare indietro. La casa di Massimo apparve davanti a lui come un’enorme sagoma d’ombra, ogni spaccatura dei muri vibrante di silenzio. Il cancello, questa volta, era spalancato. Entrò. Ogni passo sul vialetto di pietra era accompagnato dalla consapevolezza che lui lo stava aspettando. L’interno era quasi buio, ma Vincenzo non accese la torcia. Lasciò che i suoi occhi si abituassero a quella penombra viva. L’aria sapeva di legno marcio e brace spenta da anni, eppure sentiva anche un calore sottile sulla pelle, come se un respiro lo lambisse da vicino. All’improvviso, un battito secco: la porta alle sue spalle si chiuse da sola, senza scatto di chiave. Una spinta invisibile lo orientò verso il corridoio della stanza bruciata. Quando vi entrò, la luce della luna filtrava obliqua attraverso la finestra rotta, proiettando fasci argentei sul pavimento. E lì, tra luce e buio, Massimo stava in piedi. Non più l’ombra sfocata delle fotografie: era quasi del tutto definito, una presenza trapassata dalla luce, ma con movimenti fluidi, come acqua. Gli occhi erano fissi su di lui. C’era rabbia, sì, ma anche una malinconia che faceva male solo a guardarla. Vincenzo, con dita tremanti, sollevò la macchina fotografica. “Se vuoi che io sappia, fammi vedere…” Scattò. Quando il flash si spense, tutto cambiò. Il soffitto svanì, sostituito da un cielo nero come pece, le pareti si distorsero e il pavimento diventò un mosaico di immagini vive: la ragazza dai capelli neri, che correva per i corridoi; Massimo giovane che rideva; poi il fuoco, che divorava tutto con un boato muto. E soprattutto, l’immagine di uomini che trascinavano via la ragazza, mentre Massimo cercava di raggiungerla, le mani tese, un urlo strozzato in gola. La visione si spezzò. La stanza tornò com’era. Massimo era a meno di un metro da lui. «Non sei il mostro che dicono…» mormorò Vincenzo. La figura inclinò la testa, e in quell’inclinazione c’era riconoscimento. Poi, con un passo avanti, Massimo si fermò talmente vicino che Vincenzo avrebbe potuto toccarlo. Gli occhi di entrambi si riflessero per un attimo nel vetro dell’obiettivo, e Vincenzo si accorse che il proprio cuore batteva allo stesso ritmo che percepiva nell’aria: due cuori, una stessa frequenza. «Voglio sapere il resto» sussurrò. Un tocco sfiorò la sua mano: non freddo come ci si aspetterebbe da un fantasma, ma caldo, vivo. E in quel contatto impossibile, Vincenzo sentì un’ondata di emozioni che non erano le sue: dolore, perdita, amore mai detto, rabbia cieca, disperazione di essere stato dimenticato. In un lampo istintivo, comprese: Massimo non voleva solo che la sua storia fosse raccontata — voleva redenzione, e voleva la verità resa visibile. Un rumore di passi al piano di sotto lo strappò a quel momento. Non erano suoni eterei: qualcuno in carne e ossa stava entrando nella casa. Massimo si voltò verso la porta, lo sguardo d’acciaio. Poi di nuovo su Vincenzo, e la voce arrivò, chiara nella mente: “Ora saprai chi mentiva.”
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