Il mattino arrivò torbido, con un sole pallido che filtrava a fatica attraverso un velo di nebbia inspiegabile. Per il piccolo paese, quello era un fenomeno insolito: in quella stagione, il cielo era sempre limpido come vetro. Ma quella mattina, l’aria odorava di terra bagnata e di qualcosa di stantio, come il respiro di un luogo chiuso da troppo tempo.
Vincenzo si mosse lentamente per le strade, la macchina fotografica appesa al collo, ma senza la fretta febbrile della notte precedente. Le fotografie erano lì, al sicuro nella sua borsa, eppure non gli davano pace: soprattutto quell’immagine in cui, sullo sfondo di un vicolo vuoto, una figura sfumata sembrava osservarlo.
Entrò nell’unico bar della piazza — lo stesso della sera precedente — e trovò alcuni abitanti seduti ai soliti tavoli, immersi in conversazioni a mezza voce. Quando lo videro, il brusio si fece più sottile, quasi fosse un rumore da nascondere. L’anziano dietro il bancone lo accolse con un cenno lento del capo.
Un uomo seduto vicino alla finestra, con un cappello consunto, sollevò lo sguardo. Aveva occhi chiari e rari come schegge di ghiaccio. “Fotografo… tu hai visto, vero?”
Vincenzo esitò. “Cosa dovrei aver visto?”
“Lui,” rispose l’uomo, sfiorando con un dito il legno consumato del tavolo come fosse un rito. “Massimo.”
Un silenzio greve cadde sul locale. Qualcuno tossì, qualcun altro abbassò lo sguardo nella tazza. Solo l’anziana seduta accanto alla stufa prese la parola, con una voce che sembrava venire da molto lontano:
“Massimo non era come gli altri. Viveva ai margini del paese, nella casa in cima alla collina. Dicevano che parlava con chi non si vede…”
“Pazzo,” mormorò una donna più giovane, ma senza crederci davvero.
La vecchia continuò: “Una notte, molti anni fa, ci fu l’incendio. La madre gridava, ma quando entrarono… di Massimo non trovarono il corpo. Solo la sua ombra bruciata sul muro.”
Vincenzo ascoltava e, mentre lo faceva, un brivido lento si arrampicava lungo la schiena. Il racconto non aveva le sfumature di una fiaba: era diretto, crudo, inciso nelle pupille di chi parlava.
“Da allora,” disse l’uomo col cappello, “chi lo vede… cambia. Alcuni muoiono. Altri spariscono. Altri ancora restano… ma non sono più loro.”
Vincenzo strinse la macchina fotografica tra le mani, come se quell’oggetto fosse un’àncora. Dentro di sé, sapeva di dover cercare la casa sulla collina. Non solo per le foto: c’era qualcosa di magnetico nella storia, un filo invisibile che lo trascinava oltre la paura.
Uscì dal bar. La nebbia iniziava a dissolversi, lasciando intravedere il profilo scuro della collina a nord, e, più in alto, una sagoma di mura sbrecciate contro il cielo. Lì, forse, lo aspettava Massimo.
Mentre percorreva le viuzze al margine del paese, si accorse di un rumore dietro di sé: passi leggeri, quasi impercettibili, che si fermavano quando si fermava lui. Si voltò di scatto — nessuno. Solo l’eco del vento che muoveva panni stesi e il cigolio di una vecchia altalena senza bambini.
Eppure, nel profondo, sentiva che non era solo.
Vicino a un crocicchio, un bambino lo fissava in silenzio. Aveva occhi scuri e profondi, troppo fermi per la sua età. Indicò con un dito la collina.
“Lui ti vuole vedere.”
E prima che Vincenzo potesse formulare una domanda, il bambino era già sparito dietro un muro bianco.
Stringendo la tracolla della borsa, Vincenzo alzò lo sguardo verso la casa lontana. Il vento aveva cambiato direzione, portando con sé un odore acre di fumo e qualcosa di metallico.
Scattò una foto.
La figura, in fondo al sentiero, c’era di nuovo. Non si muoveva. Non parlava. Ma era lì. E aspettava.