La notte calò sul paese con la rapidità di una fiamma che consuma ossigeno: un velo denso, intriso di inquietudine, che soffocava ogni suono e smorzava ogni colore. Le case si piegavano su loro stesse, scolpite dalle ombre come vecchi segreti incisi nel tufo. Vincenzo si mosse con passo circospetto in quell’oscurità nuova, portando la sua macchina fotografica come il più prezioso degli amuleti.
Ogni volta che si avvicinava a un vicolo, ogni rumore fuori luogo pulsava un battito più intenso nel suo petto. Il vento gli scompigliava i capelli, sporchi di polvere e desideri, mentre il sangue gli correva nelle vene in cerca di risposte. Ancor prima di scattare la prima foto, Vincenzo sentiva sulla pelle il peso delle storie taciute: il paese era vivo, ma respirava un’altra aria.
Lavorava da solo, con l’istinto ruvido di chi ha visto troppo e ancora troppo poco. Attraversò la piazza vuota, dove le pietre antiche filtravano la luce di una luna scarna. Le finestre serrate erano occhi chiusi, eppure Vincenzo percepiva sguardi dalle fenditure delle porte, una sorveglianza sorda.
Scelse il primo obiettivo: una casa disabitata, con le persiane sventrate e le travi coperta di muschio. Mise a fuoco, respirò, scattò: la luce del flash fu uno strappo nella trama della notte. Nel mirino, una figura indistinta, quasi una macchia. Desiderava credere si trattasse di un riflesso, ma il brivido sottile non gli dava requie.
Si spostò verso il campo abbandonato poco oltre il paese, dove si diceva che spiriti e memorie si radunassero durante la luna nuova. Ogni passo tra l’erba alta era un battito di cuore. Si inginocchiò, cercando l’angolazione perfetta, trattenendo il fiato come chi teme che un respiro di troppo possa chiamare l’attenzione di ciò che tace nel buio.
Alza la macchina fotografica, scatta ancora. Le foto si susseguono, ognuna rubata al silenzio, ognuna carica di una promessa segreta. In uno scatto, una luce verde, vibrante e impossibile. In un altro, un’ombra che sembra allungarsi verso di lui. Vincenzo non si è mai sentito così vivo. Né così solo.
Nel paese, qualcuno lo osserva dalla finestra: occhi pallidi, mani tremanti sul davanzale. Vincenzo sente quel giudizio silenzioso sulla schiena, come se il paese stesso lo facesse suo malgrado parte delle sue paure. Ma lui non arretra.
La notte scorre tra fotografie e sguardi fugaci: gatti che scivolano tra le macerie, passi che echeggiano senza padrone, il battito metallico della macchina fotografica cremisi come un orologio inesorabile. Ogni scatto un frammento di mistero, ogni immagine un invito a entrare in ciò che non si può spiegare.
Quando finalmente, in fondo a una strada dimenticata, Vincenzo si trova davanti a un vecchio cancello arrugginito, il cuore accelera per motivi che non sa spiegare. Scatta una foto, poi un’altra, ogni volta con un tremore che non è solo paura, ma fame: fame di verità, di storie, di qualcosa che sia più grande di sé.
Nel silenzio, qualcosa si muove — un bisbiglio tra le foglie, un’ombra interrotta. Un volto per un attimo prende forma davanti a lui, occhi scuri che lo fissano, un lampo che attraversa lo spazio tra sogno e realtà. Vincenzo alza la macchina, scatta. La figura svanisce, lasciandolo solo, ancora una volta, con il respiro spezzato e le mani che tremano.
Ritorna lentamente verso il centro, attraversato da un senso di straniamento: le fotografie ora sono molte, ognuna intrisa di qualcosa che non sa mettere su carta, ma che lo perseguiterà come un’ossessione. Sa che quella notte non è finita. E che in quelle immagini si nasconde il primo tassello di una ricerca che cambierà ogni fibra del suo essere.
Quando infine rientra nella sua stanza, la luce pallida dell’alba filtra appena sotto le vecchie tende. Esamina le fotografie. Ogni scatto sembra muoversi, pulsare, insinuare domande che non aveva ancora osato pronunciare. Si sente osservato, anche quando è solo. E lontano, tra le ombre, il ricordo del volto nella fotografia del bar sembra sorridergli, invitandolo a tornare ancora là fuori.
Quella notte, Vincenzo non dormì. E, forse, non dormì mai più nello stesso modo.