Capitolo 4 – L’incontro sfuggente

770 Words
Il giorno si ritirava in silenzio dietro la collina, lasciando uno strascico di luci smorzate che si appassivano tra le foglie delle querce. La casa in cima alla salita mostrava la sua faccia spettrale: muri screpolati e anneriti dal tempo, finestre cieche che sembravano orbite, e un cancello di ferro battuto, arrugginito e piegato come un vecchio arto. Vincenzo si fermò davanti a quei ferri contorti, sentendo il rumore del proprio respiro confondersi con il vento. La macchina fotografica gli pesava addosso, quasi fosse un’arma più che un conforto. Decise di varcare la soglia, sollevando il cancello solo quanto bastava per infilarsi tra le erbacce e i fiori selvatici che stavano riconquistando quel terreno dimenticato. La casa lo accolse con un silenzio estraneo, che sembrava custodire pensieri non suoi. Nell’atrio, la luce del tardo pomeriggio disegnava figure irregolari sulle pareti screpolate: ombre che si muovevano seguendo regole che prescindevano dal sole. L’odore era di muffa, fumo vecchio e metallo, come se l’incendio di tanti anni prima non avesse mai davvero smesso di covare nel cuore di quel luogo. Barcollando tra i mobili deformati dal calore e dal tempo, Vincenzo avvertì sulle braccia la pelle d’oca: una sensazione che proveniva non dal freddo, ma dalla densità dell’atmosfera. In cucina, la porta del forno era aperta come la bocca di un animale, e sulla tavola giaceva una tazza spezzata in due, metà in ombra e metà in luce. Scattò la prima foto. Il click del meccanismo fu uno schiocco che provocò un’eco innaturale. Salì lentamente le scale che portavano al piano superiore, il legno che gemeva sotto il suo peso. Ogni gradino era un test, ogni scricchiolio uno scrutare. Nella penombra del corridoio, sul muro, resisteva ancora la sagoma nera di una figura umana, bruciata, impressa come un tatuaggio tragico. In quel punto la pittura era gonfia e screpolata, come una ferita mai rimarginata. Scattò di nuovo, provando a catturare quell’ombra indelebile. Dallo stipite di una porta socchiusa, all’improvviso, qualcosa si mosse: rapido, impercettibile, il riflesso di occhi che non dovrebbero mai riflettersi. Vincenzo si paralizzò per un istante. Poi, seguendo un impulso che non seppe spiegarsi, si avvicinò. La stanza era un tempo una camera da letto: un letto disfatto, coperte annerite, un vecchio orso di stoffa consumato in un angolo. Sulla parete di fronte, appesa a un chiodo storto, una fotografia antica. La prese tra le dita: era Massimo bambino, afferrato in un abbraccio da una giovane donna dal sorriso stanco. Sul retro, un nome: "Per sempre, mamma". La macchina fotografica tremò tra le sue mani. Scattò un’altra foto, ma lo spazio tra il letto e la finestra sembrò distorcersi: per un attimo la sagoma di una figura adulta apparve al centro della stanza, quasi volesse materializzarsi dall’ombra e dal dolore. Occhi scuri, il volto indistinto, come catturato su una pellicola in decomposizione. Vincenzo barcollò indietro, il cuore impazzito. La figura lo fissava, ma non si muoveva. Lo sguardo era magnetico, colmo di una disperazione che scavava. E poi, in un soffio, svanì. Rimase solo il silenzio, e il rumore del proprio sangue nelle orecchie. La paura di Vincenzo era parente stretta della meraviglia, e in quel vuoto cercò risposte. Si sedette sul letto, scrutando i dettagli del soffitto, lasciando che lo spazio si riempisse del suo respiro affannato. Da sotto le assi, un rumore leggero — forse un topo, forse solo un ricordo che cercava di fuggire. La casa, in quel momento, sembrò piegarsi verso di lui. Le tende logore si muovevano senza vento. E, proprio mentre cercava di riprendere fiato, la porta si chiuse con un tonfo secco. Vincenzo afferrò la macchina e in uno scatto istintivo immortalò il movimento. Ma nell’immagine, subito dopo aver visto il display, c’era di nuovo la sagoma sfocata di Massimo. Più vicina. Più inquieta. Non sapeva se fosse solo la sua mente, ma la figura sembrava sporgersi verso di lui, come un’ombra pronta a staccarsi dal muro. Fuggì dalla camera, giù per le scale, il fiato corto, le gambe tremanti. Uscì dal cancello, inciampando nell’erba. Il cielo era ormai blu profondo. Sentiva sulla pelle una sensazione elettrica, come se un tocco invisibile gli avesse attraversato la carne. Ad ogni passo verso il paese, Vincenzo sentiva che non era più solo. Massimo lo aveva guardato. Lo aveva scelto. Quella notte, mentre sviluppava le fotografie, scoprì che in ogni scatto appena fatto nella casa, la stessa figura appariva, mutando di posizione e di gesto. Si muoveva tra le ombre e lo osservava, come se il suo tempo fosse di nuovo iniziato. E Vincenzo capì: la storia non era solo da raccontare, era da vivere.
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