CAPITOLO IV-3

1210 Words
Prima ancora che finissi questa risposta, il mio animo parve spandersi, esultare. Mi sentivo come liberata, trionfante. Avevo l'impressione che un invisibile legame si fosse spezzato e di essere riuscita finalmente ad aprirmi la via verso una insperata libertà. E non senza ragione: la signora Reed sembrava stravolta; il lavoro le era caduto dalle ginocchia; aveva sollevato le mani, si dondolava su e giù e contraeva perfino il volto come se stesse per piangere. “Jane, c'è un errore: che cosa ti succede? Perché tremi tutta in questo modo? Vuoi bere un po' d'acqua?”. “No, signora Reed”. “Desideri qualche cosa d'altro, Jane? Ti assicuro che desidero essere tua amica”. “Non è vero. Avete detto al signor Brocklehurst che ho un cattivo carattere, che sono falsa: a Lowood farò sapere a tutti chi siete e quello che mi avete fatto”. “Jane, tu non puoi capire queste cose: i bambini si devono correggere nei loro difetti”. “La falsità non è il mio difetto!”, urlai furibonda con furia selvaggia. “Ma sei impulsiva, Jane, questo devi ammetterlo; e adesso torna nella stanza dei bambini, da brava, cara, e sdraiati un poco”. “Io non sono la vostra cara; e non posso sdraiarmi: mandatemi subito in collegio, signora Reed, perché viver qui mi è insopportabile”. “La manderò presto in collegio senz'altro”, mormorò la signora Reed sotto voce; e, raccolto il suo lavoro, lasciò precipitosamente la stanza. Rimasi lì sola, padrona del campo. Era stata per me la più dura battaglia combattuta e il primo successo: indugiai per un istante sul tappeto, dove era stato il signor Brocklehurst, e assaporai la mia solitudine vittoriosa. In un primo momento mi sentii piena di esaltata soddisfazione, ma quell'intensa gioia si calmò presto così come i battiti accelerati del mio cuore. Un bambino non può misurarsi coi grandi come avevo fatto; non può lasciar libero sfogo ai sentimenti più violenti, come era accaduto a me, senza provar poi la fitta del rimorso e il brivido della reazione. Un furioso incendio, vivo, irruente, divorante, avrebbe dato solo una pallida idea di ciò che accadeva nella mia mente mentre accusavo e minacciavo la signora Reed: lo stesso incendio, spento e annerito dopo l'estinzione delle fiamme, avrebbe potuto rappresentare in modo altrettanto inadeguato il mio stato d'animo successivo, quando mezz'ora di silenzio e di riflessione mi ebbero mostrato la follia della mia condotta e la tristezza della mia condizione di bambina odiata e piena a mia volta di odio. Per la prima volta avevo gustato un poco il sapore della vendetta; nell'inghiottirla mi era sembrata calda e generosa come un vino aromatico: ma il gusto che rimaneva in bocca, metallico e corrosivo, mi dava ora l'impressione di essere stata avvelenata. Adesso sarei andata volentieri a chieder perdono alla signora Reed; ma sapevo, in parte per esperienza e in parte per istinto, che era il modo per farmi respingere da lei con raddoppiato disprezzo riaccendendo così tutti gli impetuosi impulsi della mia natura. Sentivo il bisogno di dedicarmi a qualche cosa di meglio di quella furibonda eloquenza: il bisogno di nutrire sentimenti meno ostili di quella mia cupa collera. Presi un libro, una scelta dalle Mille e una notte; mi sedetti e cercai di leggere. Ma non riuscivo a cogliere il senso di quel che leggevo; i miei pensieri vagavano continuamente fra me e la pagina che, di solito, mi appariva sempre affascinante. Aprii la porta a vetri della stanza della colazione: i cespugli erano immobili: regnava nel parco un freddo intenso, senza brina, senza un raggio di sole né un alito di vento. Mi coprii la testa e le braccia con un lembo del vestito e uscii a passeggiare in qualche angolo del parco; ma non trovai alcun piacere fra gli alberi silenziosi, le pigne che cadevano, le gelate spoglie dell'autunno: foglie brune già ammassate dal vento e ora irrigidite in mucchi ispessiti. Mi appoggiai a un cancello e guardai un prato deserto dove nessun gregge era al pascolo e l'erba rasa era secca e scolorita. Era una giornata grigia; un cielo opaco, «carico di neve», copriva tutto; a tratti cadeva qualche fiocco che si posava sul sentiero reso duro dal gelo e sul prato ingiallito senza sciogliersi. Ed io stavo lì, infelice, continuando a mormorare fra me: «Che devo fare? Che devo fare?». Improvvisamente una voce limpida chiamò: “Signorina Jane! Dove siete? Venite a far colazione!”. Era Bessie, la riconobbi; ma non mi mossi; saltellando con passo leggero veniva lungo il sentiero. “Bambina pestifera!”, disse. “Perché non venite quando vi si chiama?”. La presenza di Bessie, in confronto con i pensieri che covavo in me, mi sembrava confortante, anche se lei era arrabbiata come al solito. Ma, in verità, dopo il mio scontro con la signora Reed e la mia vittoria su di lei, non ero disposta a dar molta importanza agli umori passeggeri della bambinaia; e mi sentivo pronta a scaldarmi alla fresca leggerezza del suo cuore. La abbracciai e dissi: “Su, Bessie, non vi arrabbiate”. Fu un gesto molto più spontaneo e disinvolto del solito, e in qualche modo le piacque. “Siete una strana bambina, signorina Jane”, disse abbassando lo sguardo su di me: “inquieta e solitaria; e adesso immagino che andrete in collegio?”. “Credo di sì”, dissi. “E non vi dispiace di lasciare la povera Bessie?”. “Che le importa di me, a Bessie. Mi sgrida sempre”. “Perché siete una bambina così strana, spaventata e chiusa. Dovreste essere più espansiva”. “Già, per prenderne ancora di più”. “Sciocchezze. Vi tartassano un po', questo è vero. Mia madre, quando è venuta a trovarmi la settimana scorsa, mi ha detto che non sarebbe contenta se una sua figlia fosse al vostro posto. Adesso venite, ho qualche buona notizia da darvi”. “Non lo credo, Bessie”. “Che volete dire, bambina? Perché mi guardate con quegli occhi spaventati? Ebbene, la signora, con le signorine e il signorino John, questo pomeriggio andranno a prendere il tè fuori, e voi lo prenderete con me. Chiederò che mettano al forno una piccola torta per voi, e poi mi aiuterete a dare una passata ai vostri cassetti, perché devo prepararvi presto il baule. La signora ha deciso che lasciate Gateshead entro un paio di giorni, e dovete scegliere tutte le cosette che volete portarvi via”. “Bessie, dovete promettermi di non sgridarmi più finché non me ne andrò”. “Ebbene, sì; ma mettetevi in testa di fare proprio la brava e non abbiate più paura di me. Non spaventatevi se mi capita di parlare un po' rudemente: è una cosa così irritante!”. “Credo che non avrò più paura di voi, Bessie, perché ormai mi sono abituata; e presto avrò da temere altra gente”. “Se avrete paura di loro, vi prenderanno in antipatia”. “Come voi, Bessie”. “Io non vi ho preso mai in antipatia, signorina; credo di voler più bene a voi che a chiunque altro”. “Non lo fate vedere però”. “Sa difendersi, la bambina! Avete un modo di parlare tutto nuovo. Cosa è che vi rende così intraprendente e ardita?”. “Be', vi lascerò presto, e inoltre...”. Stavo per dire qualcosa su ciò che era accaduto fra me e la signora Reed, ma ripensandoci credetti meglio tacere su questo argomento. “E così, siete contenta di lasciarmi?”. “Proprio no, Bessie; davvero, in questo momento non sono per niente contenta”. “In questo momento! e per niente! Come lo dice freddamente questa damina! Penso quasi che se adesso vi chiedessi un bacio non me lo dareste: direste di non essere per niente disposta a darmelo”. “Ve lo darò con tutto il cuore: chinatevi”. Bessi si curvò; ci abbracciammo, ed io la seguii in casa, molto rasserenata. Quel pomeriggio trascorse in pace e armonia; e, la sera, Bessie mi raccontò alcune delle sue storie più affascinanti e mi cantò le sue più dolci canzoni. Anche per me la vita aveva i suoi raggi di sole.
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