Capitolo I-2

2762 Words
Per me la caccia si era ormai conclusa: potevo portare a casa la mia preda trainandola per quel pezzo di coda che aveva in bocca e che io, quando sparai, avevo involontariamente tranciato al cinghiale. Questi sono degli animali dal carattere piuttosto vivace e violento: se si arrabbiano sono delle vere e proprie furie. Tuttavia, anche se le femmine sono molto più docili dei maschi, non dovete pensare che sia frequente catturarle come feci io con la femmina cieca. Anzi, penso proprio che un’avventura simile sia capitata solo a me. Catturai un altro cinghiale, ma quel giorno non avevo la minima intenzione di cacciarlo. Credo che il rumore dei miei passi lo avesse innervosito e, come un toro alla corrida, cercò di caricarmi. Riuscii soltanto a scappare e a rifugiarmi dietro una grossa quercia che a malapena mi protesse. Il cinghiale andò a sbattere con il muso contro il tronco dell’albero: l’urto fu tanto tremendo che le zanne dell’animale trafissero il tronco fuoriuscendo dall’altra parte. Mi dichiarai fortunato d’essere ancora vivo; presi un sasso e colpendo ripetutamente le punte delle zanne, le ripiegai in modo da intrappolarlo. Lo legai con una corda e, quando non poté più muoversi, lo liberai dal tronco e lo misi su di un carro per portarmelo via. Vi giuro che non ho mai cercato di approfittare della mia buona stella e che non ho mai creduto nella stregoneria, ma ci fu un avvenimento che mi lasciò del tutto perplesso. Esso mi fa venire in mente la leggenda del cervo di Sant’Uberto, al quale sono particolarmente devoto, e che si dice sia il protettore dei cacciatori. Questa leggenda racconta che, un giorno, apparve a Sant’Uberto un cervo con una grande croce fra le corna (non a caso tale santo viene spesso rappresentato, nei quadri e in altri dipinti, con il cervo che ha la croce fra le corna). Io un animale simile non l’ho mai visto: ne ricordo solo uno che, in un bosco, non scappò al mio arrivo, quasi avesse la sensazione, in effetti fondatissima, di sapere che ero sprovvisto di munizioni. Sembrava che volesse sfidarmi con quel suo atteggiamento provocatorio. Allora, sostituii il proiettile, che non avevo, mettendo nel fucile dei noccioli di ciliegia che trovai nel bosco: lo colpii alla fronte. Tuttavia, non lo uccisi: se ne andò via tramortito e io rinunciai all’inseguimento. Alcuni anni dopo, tornai in quella foresta con i miei allegri amici e scorgemmo un cervo di grandi dimensioni: fui sorpreso quando notai, fra le sue corna, un albero di ciliegie! Collegai subito quella visione al cervo che tempo addietro avevo cacciato in quegli stessi luoghi. Ricordai tutto di quella battuta di caccia e considerai quella bestia come fosse ormai mia, poiché l’albero sulla sua testa doveva essere germogliato da quei noccioli di ciliegia che gli avevo sparato. Lo uccisi – questa volta con dei proiettili veri – e ne ricavai carne e marmellata! Che qualcuno abbia forse tirato una croce sulla fronte del cervo di Sant’Uberto? Per esperienza, ho imparato a non frequentare luoghi popolati da animali feroci senza avere con me fucile e soprattutto proiettili. Me la vidi brutta quella volta in cui mi trovai faccia a faccia con un orso cattivissimo. Le munizioni erano esaurite e, per difendermi, presi delle pietre focaie da terra e gliele tirai in gola: l’orso arretrò un poco, si girò su se stesso e io gli misi un’altra pietra focaia sotto la coda. Nelle viscere dell’orso, le pietre si scontrarono, fecero delle gran scintille e la bestia saltò in aria con un gran botto! In Russia, vi sono anche molti lupi e, naturalmente, ebbi a che fare persino con loro. Uno in particolare dovrà ricordarsi a lungo di me: mi saltò addosso e io gli sferrai un pugno in bocca, ma non bastò a immobilizzarlo. La mia mano era tra le sue fauci: affondai il braccio fino a prendergli le budella e, poi, gliele feci uscire dalla bocca con tutta la parte posteriore, rivoltandolo come si rivoltano i cappotti! Bisogna stare molto attenti con gli animali: oltre a essere pericolosi, possono essere malati e potrebbero contagiarvi. A Pietroburgo, difatti, venni inseguito da un cane rabbioso e, volendo levarmelo di torno senza toccarlo, gli lanciai addosso il mio mantello. Fuggii, e quando fui a casa mandai il mio servitore a recuperare il mantello. Ubbidiente, egli lo prese e lo ripose nell’armadio con gli altri abiti. Il mattino seguente sentii un gran baccano provenire dall’armadio e vidi il servitore correre verso di me. «Oh, Signore, sembra che il vostro mantello abbia preso la rabbia!» esclamò. Incredulo, guardai nell’armadio e vidi che tutti i miei vestiti erano ridotti a brandelli, mentre il mio mantello si avventava furiosamente su altri miei abiti! In ogni caso, lasciamo perdere anche quest’ultimo strano, seppur divertente, episodio e passiamo a parlare d’altro. Sono sempre stato considerato un uomo pignolo nello scegliere le mie cose. Chi crede che la pignoleria sia un difetto si sbaglia di grosso: è molto importante valutare fino in fondo le qualità che anche un oggetto banale può offrire. Ma, nei miei confronti, c’era un briciolo di invidia: avevo sempre i cavalli migliori, le mie partite di caccia erano sempre meravigliose e possedevo dei cani bellissimi e intelligentissimi. Una cagna, Diana, mi fu particolarmente cara sia per la sua devozione, sia per la cieca obbedienza che mi dimostrò quando la portai a una battuta a cui mia moglie desiderava partecipare. Cavalcammo a lungo io, mia moglie, il guardacaccia e un domestico. Li lasciai nell’ultimo tratto e, rapidissimo, arrivai sul luogo di caccia prima di loro: una volta lì, liberai delle pernici, di modo che mia moglie avrebbe potuto trovare della selvaggina da colpire con orgoglio. Attesi a lungo il suo arrivo e diedi ordine categorico alla cagna di puntare le pernici; poi, preoccupato per il ritardo dei miei compagni, tornai indietro e sentii delle urla provenire dal pozzo di una vecchia miniera. Capii che mia moglie e il servo v’erano caduti. Alcuni minatori stavano già cercando di soccorrerli e, grazie a loro, ben presto furono tratti in salvo. Ovviamente, questa partita di caccia andò in fumo, con il non poco rammarico di mia moglie che l’aveva tanto desiderata. Purtroppo, il giorno dopo, fui costretto a partire per un viaggio di due settimane. Al mio ritorno, fui sorpreso di non vedere Diana gironzolare e farmi le feste. Chiesi a mia moglie dove fosse andata la cagna e, stupita, mi disse: «É dal giorno della tua partenza che non la vedo. Pensavo te la fossi portata appresso... ». La cercai nel bosco e alla miniera; mi venne in mente che potesse essere nel luogo in cui avevo liberato le pernici durante la caccia. E, proprio lì, trovai Diana, nello stesso punto in cui l’avevo lasciata due settimane prima con l’ordine di puntare le pernici. Quell’inconveniente mi spiacque molto e, per darle almeno un po’ di soddisfazione, ne sparai qualcuna. Povera Diana, digiuna com’era non ebbe la forza di fare il minimo movimento! Al contrario, ne fece molto quando ci dedicammo alla caccia alla lepre. Ce n’era una, in particolare, che non riuscivamo mai a prendere: malgrado la velocità di Diana e la mia abilità con il fucile, quella scappava sempre, volatilizzandosi. Ma la cagna non ne aveva colpa: una volta vidi da vicino la lepre e notai che aveva ben otto zampe di cui quattro sulla schiena. Quando si stancava di correre con le zampe normali, rigirandosi sul dorso, utilizzava quelle sulla schiena! La velocità era la dote principale anche di un’altra mia cagna, una levriere che, dal tanto correre, finì per consumarsi le zampe! La caccia con lei era divertentissima ed era persino felice di parteciparvi. Volle venire con me anche quando aspettava dei cuccioli: inseguì una lepre con tanto entusiasmo che in un attimo sparì. La cercai e d’un tratto sentii dei lamenti. Mi diressi verso quei guaiti: aveva appena partorito sei cuccioli e altrettanti ne ebbe anche la lepre! Ricordo anche un cavallo lituano di grande valore, che mi fu regalato dal conte Przobofsky, proprio in Lituania. Era pomeriggio e stavo sorseggiando del tè in salotto con le signore. Dopo qualche istante, udii delle grida di paura provenienti dal cortile: preoccupato, andai là e vidi un superbo ma irrequieto cavallo che nessuno riusciva a domare. Colsi, allora, l’occasione per sfoggiare le mie doti di cavallerizzo. Corsi verso di lui e gli balzai in groppa riuscendo a domarlo. Tutti erano spaventati, ma li convinsi che non si trattava di un animale pericoloso, perché poteva ubbidire a qualsiasi mio comando. D’un balzo, scavalcò la finestra della sala: lì io lo feci passeggiare a diverse andature; dopodiché, montò sulla tavola già imbandita e gli feci ripetere gli stessi esercizi senza fargli rovesciare nulla. Fu in quel modo che, tra gli applausi e le lodi dei presenti, il conte decise di cedermi quel purosangue, che mi sarebbe tornato utile il giorno dopo, quando iniziai la campagna contro i turchi. Durante quella guerra comandavo un corpo di Ussari. Potendo dare ordini e avendo un certo potere, quello rappresentò anche il momento in cui potei esprimere e dimostrare le mie grandi capacità. In fondo, i veri vincitori delle guerre sono i soldati o chiunque altro si trovi sul campo di battaglia. È una vera ingiustizia che la gloria, gli onori e tutto il merito per il buon esito appartengano sempre e solo a re e regine che, in pratica, non muovono mai un dito per le guerre. Tuttavia, a noi combattenti è sufficiente sapere di aver fatto il nostro dovere, poiché il vanto non fa la dignità e l’onore della gente. Io, in quella guerra difficile, posso dire, a tutti gli effetti, di aver fatto il mio dovere con degli avversari così valorosi come i turchi, e devo anche dire che così fecero tutti gli uomini del mio battaglione. Partii in guerra proprio con il cavallo lituano, che anche lì non mancò di farsi apprezzare per la sua velocità. È buffo, ma fu proprio a causa di questa sua dote se mi ritrovai nei pasticci: il nemico, avvolto in una gran nuvola di fumo, ci stava caricando; diedi ordine ai miei soldati di dividersi in due gruppi e di avanzare verso di lui allargandosi in due lunghe ali. Lo scontro fu violento e duro, ma era giunto il momento di fare valere la nostra superiorità. Durante la lotta guidai il mio reparto stando alla testa del battaglione. Avevamo obbligato il nemico a indietreggiare e a cercare rifugio nella sua roccaforte. Spronai il lituano e corsi il più veloce possibile, perché volevo penetrare, con il mio esercito, nel loro covo prima che riuscissero a chiudere le porte della città. Ce la feci: quando fui nel cortile della cittadella, mi voltai per chiamare il trombettiere e ordinargli di suonare la carica. Che strano: ero solo! Il mio cavallo era stato così veloce da distanziare i miei soldati di parecchie leghe. Decisi di attendere il loro arrivo e portai il cavallo a una fontana, per farlo bere. Aveva una sete incredibile, ma ancor più incredibile era il fatto che le gambe e la parte posteriore fino a metà schiena fossero rimaste fuori dalle mura della città, perché la saracinesca della porta d’entrata era stata abbassata al nostro passaggio, tagliando in due il mio destriero. Mentre continuava a bere e l’acqua gli usciva dalla parte tranciata, l’altra metà del cavallo chiusa fuori della saracinesca fremeva! Per fortuna, trovai un maniscalco che cucì le due parti della bestia con una fune e con dei germogli di alloro. Passarono alcuni mesi prima che potessi essere fiero di avere un cavallo tanto imprevedibile: non meravigliatevi, ragazzi, se i germogli d’alloro crebbero formando un sostegno ! In un’altra battaglia, invece, fui costretto a difendermi per lungo tempo solo con una sciabola: terminato il combattimento, il mio braccio si era talmente abituato a sciabolare che non voleva più smettere. Fui costretto a legarmelo al collo, perché altrimenti avrebbe continuato a muoversi nervosamente, con il pericolo di poter colpire qualcuno o di fare del male anche a me stesso. Al campo di battaglia seppi che il generale aveva bisogno di ottenere delle informazioni sulla città che stavamo assediando. Per riuscirci, era necessario attraversare l’intero avamposto oltre le trincee e i picchetti. Appariva, quindi, un’impresa troppo ardua da affrontare, contando anche il poco tempo a nostra disposizione. Vidi, allora, un artigliere accendere una miccia, e la cosa mi fece venire un’idea, a primo impatto eccellente: mi misi davanti alla bocca del grosso cannone e quando la palla uscì, l’afferrai e mi ci sedetti sopra. Però, durante quello strano giro d’ispezione dal cielo, mi convinsi di aver preso troppo in fretta quella decisione, se fossi atterrato fra i nemici, mi avrebbero certamente impiccato. Tuttavia, ero ancora in tempo per tornare indietro: infatti, con un balzo, fui sulla palla che un cannone avversario aveva sparato in senso opposto al mio, e tornai indietro. Il cavallo lituano era sempre con me ed era sempre più veloce. Un giorno, stavamo inseguendo una lepre, quando una carrozza ci tagliò la strada. Era impossibile fermare il cavallo a una simile andatura: galoppava così velocemente che quando attraversò la carrozza, passando da un finestrino all’altro, ebbi appena il tempo di salutare le signore e di togliermi il cappello. Fu sicuramente l’iniziativa più audace e sfrontata che il mio cavallo avesse mai preso. In quel periodo, venni, inoltre, catturato dai turchi e fatto schiavo: il mio compito era di far pascolare ogni mattina le api del sultano, controllarle e riportarle la sera all’alveare. Una persona del mio rango non è abituata a un simile lavoro che, pur non essendo complicato e faticoso, non risultava per nulla di mio gradimento. Una volta, mi accorsi che mancava un’ape: probabilmente doveva essere stata uccisa da qualche orso che voleva succhiarle il miele. Scovai, infatti, due orsi nelle vicinanze e poiché ero armato di un’ascia d’argento, gliela tirai, ma purtroppo sbagliai mira e il mio lancio troppo potente la conficcò nella Luna. Rivolevo la mia arma, ma il problema era che non avevo alcun mezzo per poter andare fin su la Luna. Provai, allora, a piantare un fagiolo: non ricordo dove l’ho sentito, ma dicono che faccia delle piante molte alte che crescono in fretta. Infatti, la pianta crebbe a vista d’occhio. Speravo che fosse sufficientemente alta per poter raggiungere quel lontano pianeta, e iniziai ad arrampicarmi. La fortuna certamente mi sorrise, perché riuscii ad arrivare sulla Luna. A quel punto, dovevo solo riuscire a recuperare la mia scure. Per lunghe ore la cercai e, finalmente, la trovai in un mucchio di pula e di paglia. Pronto a tornare sulla Terra, rimasi deluso alla vista della pianta di fagiolo rinsecchita dai raggi del sole. «Devo trovare un’altra soluzione!» dissi. Così, cominciai a intrecciare una fune con la paglia. Così facendo, il mio ritorno fu piuttosto semplice: legai la corda alla punta più alta della Luna e mi calai su quella più bassa. Da lì, con la sciabola, la tagliai in alto per, poi, annodarla alla punta inferiore. Ma, dal momento che la corda era corta, fui costretto a ripetere l’operazione più volte. A quel punto, i troppi nodi indebolirono la fune che si ruppe, facendomi precipitare sulla Terra. La mia caduta provocò un burrone profondo quindici metri, da cui riuscii a uscire costruendo dei gradini. Come? Semplice: con una pala che andai a prendere a casa! Finalmente, alla fine, venne la pace con i turchi. E io venni liberato proprio quando a Pietroburgo si stava svolgendo la rivoluzione. Fra gli altri, fuggirono l'imperatore, ancora piccolo, con la madre, il Duca di Brunswick e il feldmaresciallo Münnich che era stato mio generale durante la guerra. Faticai parecchio durante il mio ritorno perché avvenne d’inverno, un inverno duro per tutta l’Europa, e anche perché lungo la strada non mancarono gli imprevisti. Una notte, in diligenza, dovevamo passare per una strettoia: «É meglio suonare il corno per avvertire chi proviene in senso opposto al nostro, altrimenti ci bloccheremo!» suggerii al cocchiere. A pieni polmoni soffiò in quello strumento che, però, non dette alcun suono. Provò ancora, ma niente da fare. Cosa poteva capitarci, quindi, se non di incontrare una carrozza proprio di fronte a noi? Il tempo era pessimo ma, nonostante ciò, fummo costretti tutti a scendere per smontare la carrozza pezzo per pezzo, per poi rimontarla dall’altra parte del passaggio. Spossati, arrivammo finalmente nel luogo di sosta e ci riposammo. Nella cucina, un bel fuoco ci riscaldava tutti: anche il cocchiere era entrato e aveva appeso il corno e il mantello a un chiodo. All’improvviso, sentimmo un suono fortissimo che ci spaventò: era il corno che si era congelato lungo il cammino e aveva bloccato le note che erano state suonate invano. Ora, al caldo si erano sciolte e uscivano dallo strumento con tutto il loro vigore. Fummo, così, gli spettatori di un concerto per corno senza strumentista: in programma la Marcia del re, tratta da Da monte a valle, e Dio salvi il nostro re, il grande Giorgio.
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