CAPITOLO DUE

3308 Words
CAPITOLO DUE La fissarono come un gruppo di galline davanti a un gioco­liere. «Ieri sera era qui», disse alla fine Parvane. «Quando ci siamo addormentati. Era vicino a Bijan.» Bijan si piegò sotto tutti quegli sguardi. «Non l’ho visto an­dar via, lo giuro!» «Nessuno ha detto questo», intervenne la sorella, portando­selo vicino e lanciando un’occhiataccia a Tijah. Tijah si voltò verso Achaemenes. «Portali fuori di qui. Subi­to! Andate a est. Troverò io Abid.» «Ma…» Tijah raddrizzò le spalle, piegò la testa all’indietro. Sapeva come intimidire. Persino Nazafareen era solita arretrare quando lei metteva su l’espressione dura. «Vai e basta! Non c’è tempo.» «Non lasceremo indietro Abid.» I capelli di Achaemenes scoppiettarono di elettricità statica mentre raccoglieva il potere intorno a lui. Idiota. A Tijah sembrava di poterli udire mentre arrivavano, adesso. Di poterli sentire, anche, una lieve vibrazione nelle ossa della vecchia torre. Il rumore di centinaia di stivali che calpestavano il terreno all’unisono. «Allora aiutami a trovarlo», disse, sapendo che se avessero continuato a discutere nessuno sarebbe uscito vivo dal villag­gio. «Io prenderò Anu. Voi restate tutti insieme. Non può es­sersi allontanato molto.» «Controlleremo il pozzo. Magari aveva sete», disse Achae­menes, il volto tirato. «Quando lo trovo, sarà in guai seri.» Tijah non commentò la ridicolezza di quella dichiarazione. Era troppo terrorizzata. Non tanto per se stessa, quanto per i bambini. Avrebbero combattuto, ma erano in inferiorità nume­rica e lei sapeva esattamente come sarebbe finita. Sfrecciarono lungo la scala e si sparpagliarono nelle strade vuote, chiamando Abid. Era una mattinata fantastica, assolata e fresca, con una traccia di autunno nella rugiada. In qualunque altro giorno, Tijah sarebbe stata contenta di essere viva. Di es­sere riposata e con la pancia piena. Ma non notò il modo in cui l’alba tirava fuori il colore rosato simile a quello di una conchiglia dalla pietra arenaria o il pro­fondo azzurro del cielo. Tutto ciò che riusciva a vedere erano i corpi negli altri villaggi, ciò che apparteneva a quelle persone prima che morissero. E fu sollevata all’idea di non aver per­messo ai bambini di vedere. «Abid!» chiamò, girando in circolo. Il panico stava sorgendo dentro di lei, imponendole di correre, correre, correre. Tijah lo ricacciò indietro. «Vieni fuori, tesoro. Nessuno è arrabbiato con te, promesso.» Almeno Anu non aveva perso la testa. Si teneva vicina, ma si assicurava di controllare ogni nascondiglio che avrebbe potu­to attirare la curiosità di un ragazzino. Il problema era che ce n’erano troppi. Il villaggio da lontano pareva piccolo, ma quan­do si avevano soltanto pochi minuti per trovare un bambino, di colpo diventava molto più grande. «Gli è successo qualcosa», borbottò Tijah, appoggiandosi alla porta dell’ennesima casa vuota. «Perché non viene fuori, altrimenti? Deve essere in grado di sentirci. Stiamo facendo ab­bastanza rumore da svegliare i… oh, no.» Il vento iniziò a soffiare, tirando i capelli scompigliati di Anu, e fu allora che Tijah sentì l’odore. Il polveroso fetore di vecchi cadaveri e cuoio in putrefazione. Di urina e feci e altri fluidi corporei. Aleggiava nel villaggio come una nebbia invisi­bile, facendole lacrimare gli occhi. Un lampo di movimento dall’altra parte della strada, vicino al carretto che avevano caricato la notte precedente. Abid, con il viso pieno di vergogna mentre risaliva dalla cantina della bottega di un tessitore, con qualcosa di miagolante tra le mani. Anu corse verso di lui con un’espressione dura, puntandogli il dito contro. Non ha sentito la puzza? Ma no, era troppo concentrata sulla piccola palla di peli gri­gia, adesso. Un gattino. Lo stavano accarezzando, tubando nel modo in cui le persone fanno con i gattini. Persino Anu, nono­stante il caratteraccio, era stata incapace di resistere. Tijah fece un mezzo passo in avanti e si bloccò, i piedi pesanti e ghiaccia­ti. Un’ombra, più scura della mezzanotte, discese lungo il vico­lo adiacente. Ci sarebbero voluti circa dieci secondi prima che svoltasse l’angolo. Se Tijah avesse attraversato la strada, quella maledetta cosa l’avrebbe individuata. Non aveva occhi né orec­chie, ma avrebbe saputo che era lì, e sarebbero morti tutti. Guardami, ragazza. Guardami, ti prego, Mami Natu, fa’ che mi guardi… Anu guardò. Il suo sorriso di trionfo per aver trovato Abid scivolò via quando Tijah le fece enfaticamente il segno no e le indicò l’imboccatura del vicolo. Altri segni frenetici. Ti prego, capisci, Anu. Sii una ragazza sveglia. Smettila di parlare così forte, sono solo muta, non sorda. Anu mise una mano sulla bocca di Abid e lo trascinò dietro la ruota del carretto proprio mentre il lich raggiungeva la strada tra di loro, lasciandosi alle spalle volute di fumo nero come le ali di un corvo. La vista di quella creatura era paralizzante. La testa di Tijah stava girando come se stesse guardando attraverso una botola che dava su un abisso senza fondo. Oh, no. Non perderai i sensi qui. No, non lo farai. Distolse gli occhi dal lich e tornò dentro, premendo la schie­na contro la parete fino a quando il senso di svenimento non passò. Poi strisciò verso la finestra e sbirciò fuori. Il volto palli­do di Anu faceva capolino tra due raggi, insieme a parte della tunica azzurra di Abid. Doveva essersi raccolto contro di lei. Era una copertura patetica. Tijah avrebbe dato qualunque cosa per scambiare posto con loro. Ti prego, dea, fa’ che Achaemenes e gli altri trovino un buon nascondiglio. E fa’ in modo che Anu non si faccia prendere dal panico e richiami il potere. Tijah si morse il labbro fino ad avvertire il sapore del san­gue, il respiro bloccato in gola. Come diavolo aveva potuto ad­dormentarsi mentre era di guardia? Stivali marciavano sulla pietra. La prima linea di revenant fece la sua apparizione, alti tre metri, le spade lunghe come lance. Tijah avrebbe voluto chiudere gli occhi, ma non poteva comportarsi da codarda. Perciò li osservò mentre proseguivano, Anu e Abid immobili dietro la ruota del carro a pochi passi di distanza, pregando con tutta se stessa la sua patrona affinché aiutasse quei ragazzini a nascondersi, affinché non li facesse muovere o starnutire o qualunque altra cosa, no, no, ti prego, non… C’erano ciocche di capelli come ragnatele lungo volti che era impossibile guardare a lungo, specialmente gli occhi. C’erano macchie sulle corazze di cuoio, alcune ancora bagnate. Tijah abbassò la testa di scatto un attimo prima che uno spet­tro rivolgesse il suo sguardo d’onice sulla finestra da cui stava spiando. Reverenda Madre, quelli in qualche modo erano persi­no peggio dei revenant, vero? Una parodia degli uomini che erano stati. Procedevano in modo sconnesso e goffo, ma con una rapidità sorprendente, come scarafaggi. Lo spettro ghignò stupidamente mentre passavano. Uomini e donne, qualche bambino, persino un’anziana, con le lentiggini provocate dal sole e ricoperta di sangue secco fino ai gomiti. Le teste ciondolavano da una parte all’altra, osservando le fine­stre vuote alla ricerca di segni di vita. Alcuni stavano rosic­chiando pezzi di carne, facendo rivedere a Tijah la sua opinio­ne secondo la quale quegli esseri non mangiavano. Lei sapeva che i corpi erano ancora vivi, anche se i loro occupanti origina­ri erano stati cacciati via. Era comprensibile che dovessero nu­trirsi. La bile le risalì lungo l’esofago e Tijah si voltò per deglutire, facendo una smorfia nel sentire l’acido nel retro della gola, sec­ca come ossa. Poi si costrinse a guardare di nuovo. Continua a guardare. Tieni d’occhio quei ragazzini… Brandelli di oscurità si sollevavano qui e lì tra gli spettri e i revenant. I lich. Non avevano una forma reale, non una che si potesse pugnalare o decapitare. Ma se uno di loro arrivava ab­bastanza vicino da toccarti, allora eri morto nel giro di mezzo minuto. Lo aveva già visto succedere, e proprio su quella pia­nura. Tijah non sapeva cosa fossero davvero i lich. Forse era quel­lo l’aspetto di uno spettro quando non controllava un corpo umano. O forse i lich erano qualcosa di completamente diver­so. Non era neanche sicura che la distinzione fosse importante. L’unica cosa che contava era che centinaia di quelle creature stessero marciando a tre passi da Anu e Abid. Per non parlare degli altri. Mami Natu, proteggi anche loro. Nascondili dalla vista di questi mostri. Tijah non ne aveva mai incontrati così tanti in un solo luogo, ma conosceva le storie. Prima che i daeva fossero legati ai bracciali, i Druj avevano invaso la terra in un’ondata rossa. Una a una, le città-stato erano cadute. E allora l’esercito di non-morti aveva raggiunto le mura di Karnopolis. L’antica roc­caforte dei magi. L’ultima resistenza dell’umanità contro i Druj. E i daeva li avevano ricacciati indietro. Li avevano spinti nel mare. Anche soldati umani avevano combattuto ed erano caduti, ma Tijah sapeva che senza i daeva non avrebbero avuto alcuna possibilità. Ora gli eserciti di non-morti marciavano di nuovo. Solo che questa volta non c’era nessuno a combatterli, fatta eccezione per un giovane re che aveva un sottile legame con il suo nuovo impero e un manipolo di daeva liberi che avevano deciso di non portare rancore. Siamo davvero spacciati. Tijah avrebbe voluto fare dei segni ad Anu per infonderle coraggio, ma poi sentì delle voci – voci umane – e fu lieta di non aver corso il rischio. «… setacciare casa per casa?» Due negromanti apparvero a cavallo di enormi stalloni neri, i prigionieri dai volti inespressivi dietro di loro. Nessuno dei due, incontrandolo per strada, sarebbe sembrato particolarmen­te spaventoso. I volti erano luminosi di vitalità e salute, entram­be rubate dalle catene che partivano dai polsi dei negromanti e finivano nei crudeli collari di ferro intorno alle gole delle loro vittime. «E perché mai? Sarebbe una perdita di tempo. La gente se n’è andata. Hanno portato via anche le greggi.» Quello che aveva parlato aveva lunghi capelli castani ben pettinati, e il fi­sico e gli occhi di un furetto. «Ma gli ordini…» «Sono chiari: perlustrare la pianura. Ed è ciò che faremo. Ma se non ci sbrighiamo, tutto ciò che troveremo saranno gli avan­zi delle altre legioni.» Fece un sorriso orribile. «Non vuoi vede­re un po’ di azione, Baradin?» Il secondo negromante tirò le catene, sbalzando una donna dalla sella. Lei si afferrò il collare, i piedi a sbattere nella pol­vere, mentre l’imponente cavallo da guerra la trascinava. La mancanza di reazione da parte degli altri prigionieri mentre la donna soffocava congelò Tijah fino all’anima. «Abbiamo bisogno di carne fresca. Questo gruppo è quasi consumato del tutto», disse, divertito. «Perciò così sia. Dico di cavalcare direttamente verso Tel Khalujah.» Tutti e due lanciarono i loro destrieri al galoppo. Tijah si tro­vò metodicamente a stringere e aprire i pugni. Se avessi provato ad aiutare quella donna, anche solo per porre fine alle sue sofferenze, avresti firmato la condanna a morte per tutti noi. Era la verità, ma la cosa non la faceva sentire meglio. Per un momento, pensò a cosa sarebbe successo se si fosse lanciata all’attacco e avesse cominciato a colpirli con la scimi­tarra. Tijah immaginava che sarebbe stata capace di ucciderne una buona quantità prima che la prendessero. Se non ci fossero stati i bambini, era esattamente ciò che avrebbe fatto. Allora si sarebbe riunita a Myrri, come avrebbe dovuto fare, e tutta quel­la triste storia sarebbe finita. Ma se i negromanti l’avessero catturata invece di ucciderla… se l’avessero fatta parlare… Be’, allora avrebbero fatto a pezzi il villaggio, pietra per pie­tra, fino a trovare gli altri. Non poteva correre quel rischio. E ci sarebbe stato molto tempo per fare giustizia, dopo. Molte occa­sioni per morire uccidendo Druj. La sua bocca si contorse in un’amara risata silenziosa. Sembrava che comunque stessero andando nella stessa direzione. L’ultimo revenant passò oltre. Tutta la polvere che avevano sollevato rimase sospesa lungo la strada come un fumo rossa­stro. Il rombo degli stivali si fece distante. Tijah incrociò lo sguardo di Anu attraverso la foschia e annuì una volta, le mani che le tremavano per il sollievo. Aspettò ancora alcuni minuti, poi uscì in strada, proprio mentre un negromante girava l’angolo. Non aveva prigionieri, ma indossava il vestiario degli antimagi, una tunica e pantaloni di pelle umana. Dal viso sembrava di poco più grande di Achaemenes. Gli occhi erano un altro paio di maniche. Vecchi e rettiliani. Si allargarono appena quando la vide, non per paura o sorpresa, ma per la trepidazione, e Tijah capì perché fosse ri­masto indietro rispetto alla forza principale. Era alla ricerca di dispersi. Un movimento fluido e le catene penzolarono da una mano pallida. Tijah barcollò all’indietro, portando le dita alla spada. Trop­po lenta. Il negromante chiuse la distanza tra loro con un singo­lo passo e la afferrò per la gola. «Bel ragazzo», mormorò. «Bello e stupido. Ora sei mio. Non ti dividerò con gli altri.» Scoppiò a ridere. «A meno che non me lo chiedano gentilmente.» Le dita di Tijah si chiusero intorno all’elsa. Gli ringhiò con­tro. E il braccio si fece insensibile, come se fosse stato immer­so in un bagno di ghiaccio. Il dolore esplose dietro i suoi occhi. Un’esplosione di bianca agonia così intensa da farle pensare che l’avrebbe uccisa. Metallo sferragliò vicino al suo orecchio. Era ancora viva, quindi. Questo la terrorizzò più di qualunque altra cosa. Scappate. Tijah provò a formare la parola, provò ad aprire i denti a suf­ficienza da pronunciarla. Scappate, ragazzi, scappate prima che si stanchi di giocare con me. Prima che gli altri sentano e tornino indietro. E poi si ritrovò a faccia in giù a mangiare la polvere mentre il negromante emetteva un ululato che si interruppe di colpo. Tijah rotolò via. La testa ancora le fischiava per il dolore, an­che se adesso si era indebolito mentre lei giaceva lì, ansimante come un cane al sole. Vide Abid, il volto contratto in un impeto di paura e furia, e Anu dietro di lui. Sabbia rossa vorticava in densi mucchietti che si infilarono da soli nella bocca spalancata del negromante. L’uomo inarcò la schiena mentre si artigliava il volto, gemendo ed emettendo grotteschi suoni vibranti. Per la dea, Tijah riusci­va a vedere la terra che si faceva largo nella gola dell’uomo come un coniglio in un serpente. La sua forma cominciò a luccicare, a dividersi in due, e lei seppe cosa sarebbe accaduto, aveva già visto anche quello. Ti­jah balzò in avanti, la scimitarra ben alta, e Anu sembrò capire istintivamente, perché estrasse un coltellaccio da sotto la tunica e insieme affondarono le armi prima che il bastardo potesse fi­nire di duplicarsi. Mentre le lame perforavano i cuori, i negromanti rabbrividi­rono e sobbalzarono. La loro carne era ancora fusa ai fianchi e alle spalle come i fili delle bambole di pezza che Tijah e la so­rella erano solite realizzare. Tijah e Anu fecero un passo indietro. Infine, le due mostruo­sità gemelle smisero di muoversi, alzando lo sguardo al cielo del mattino con occhi sporgenti e rivoli di terra a scorrere dalle bocche. «Dobbiamo muoverci», disse Anu. «Si accorgeranno della sua scomparsa. Torneranno per lui.» Si voltò verso Abid. «La mia vecchia amah diceva che i negromanti sono importanti. Sono come i generali. Gli altri sono soltanto fanteria.» Tijah guardò quella ragazza, i capelli scompigliati e la bocca determinata. I pantaloni di Abid erano umidi all’altezza dell’inguine. Non sapeva se il bambino se la fosse fatta sotto quando l’armata di Druj aveva camminato vicino al suo na­scondiglio, oppure dopo. Teneva ancora il gattino grigio tra le mani sporche, accarezzandolo meccanicamente. «Quello che hai fatto è stato intelligente», gli disse Tijah. «Se avessi provocato un terremoto, sarebbe stato qualcosa di troppo grande. Il resto di quei bastardi se ne sarebbe accorto. Questa è stata una mossa furba. Gli hai impedito di urlare.» Abid annuì. Sembrava ancora stordito. Tijah prese a calci i corpi fino a portarli sotto il carretto, fa­cendoli rotolare come tronchi. «Dobbiamo muoverci», ripeté Anu, ansiosa, saltellando sulle punte dei piedi. Tijah salì sul carro e trovò velocemente due giacche e due paia di scarpe che sarebbero potute andare. «Prendi queste», disse, lanciandone un paio ad Anu. «Sulle montagne ne avrai bisogno.» Tijah infilò abiti extra per se stessa e per Abid in una sacca che si appese a una spalla, insieme a metà di cibo e acqua. Non voleva prendere tutto, nel caso in cui Achaemenes e gli altri fossero tornati lì, dopo. Dea, tienici nascosti ancora per pochi minuti. Strisciarono attraverso il villaggio, questa volta prestando più attenzione. Tijah continuava a pensare al lich che era disce­so silenziosamente dall’imboccatura del vicolo. In quanti erano lontani dalla forza principale, in ricognizione? Quando rag­giunsero la torre, Tijah scoprì che la cavalla era sparita. La cor­da con cui l’aveva legata al palo era stata lacerata. L’animale doveva aver fiutato i Druj e galoppato nella direzione opposta. Tijah represse la delusione. «Okay. Diamo un’occhiata dall’alto. Dobbiamo vedere se c’è una via d’uscita.» Fece prima salire Abid e Anu, poi li seguì. Strisciarono sulla pancia fino al bordo e guardarono giù. «Dolce Madre», mormorò Tijah. Il perimetro del villaggio brulicava di Druj. Non avevano se­guito la strada fino all’altro lato, come aveva sperato. Doveva­no aver compreso che un negromante era sparito. Oppure ave­vano trovato Achaemenes e gli altri ragazzini. Tijah non avreb­be voluto considerare quella possibilità, ma doveva farlo. «Cosa faremo?» sussurrò Anu. La ragazza sembrava calma, ma Abid pareva sul punto di rigettare. Tijah ci pensò su per un momento. Non potevano nasconder­si. I Druj avrebbero setacciato l’intero villaggio. Doveva usci­re, in qualche modo. Tijah immaginò che se fossero riusciti a raggiungere le colline, allora avrebbero potuto farsi strada fino alla catena del Khusk. Era la loro unica possibilità. Adesso stava iniziando a capire quale miracolo avesse per­messo loro di procedere nell’aperta pianura. Perché da quel punto di osservazione riusciva a vedere altre nubi di polvere all’orizzonte. Non c’era solo una compagnia di Druj là fuori, ma molte. Si voltò verso i ragazzi. «Pensate di riuscire a operare insie­me?» I due si guardarono l’un l’altra. «Sì», rispose Anu. Prese la mano sudicia di Abid. «Bene.» Tijah si rivolse al bambino. «Bijan ha detto che sei forte con il potere. È vero?» Lui annuì solennemente, il gattino premuto al petto. «Non ti sto chiedendo di rompere qualcosa, o di farti del male, niente del genere. Voglio solo che tiri su un vento abba­stanza forte. Fai alzare la polvere in modo che possa nascon­derci.» Lanciò un’occhiata oltre il margine. Sei revenant erano diretti alla torre, le spade sguainate, i radi capelli davanti al volto. «E faresti meglio a farlo subito.» «Chiudi gli occhi, Abid», gli ordinò Anu. «Trova il Nesso.» La serenità passò sui lineamenti esausti di Abid mentre rag­giungeva il luogo del tutto e del niente. Myrri aveva provato a descriverglielo innumerevoli volte, ma Tijah aveva la sensazio­ne che fosse una di quelle cose di cui bisognava essere testimo­ni in prima persona per comprenderle davvero. I ragazzini pre­sero profondi respiri, gonfiando il petto. Anu espirò di colpo. Nel giro di alcuni istanti, tutti e due si trovarono ad ansimare forte. Una debole brezza accarezzò la guancia di Tijah. Sorrise. «Ottimo lavoro», mormorò. «Solo un po’ di più. Credo che faremmo meglio a muoverci.» Quei ragazzini erano persino più forti di quanto avesse spera­to. Per quando ebbero raggiunto la fine della scala, la brezza si era trasformata in un vento da burrasca. Anu ebbe un ultimo sussulto, poi cominciò a rallentare il respiro. Le guance di Abid erano rosse. Appoggiò la fronte alla scala per un istante. «Mi sento confuso», borbottò. Tijah affondò la mano nell’abbeveratoio del cavallo e gli inumidì il viso. «Riesci a camminare?» gli domandò, accucciandosi davanti a lui. «Soltanto per un po’?» Abid annuì. La paura gli oscurava gli occhi. «I Druj stanno arrivando per noi, non è vero?» Tijah avrebbe voluto rassicurarlo, ma quello non era il mo­mento delle bugie. «Sì.» Mise piede fuori dalla porta e fu ac­colta da uno schiaffo di sabbia che sapeva di sale sporco. «Tie­ni la mano di Abid e non lasciarla!» ordinò ad Anu. Prese l’altra mano della ragazza e sollevò un braccio per schermarsi gli occhi, spingendosi avanti nel vento. Riusciva a intravedere sagome e ombre intorno a loro, ma la polvere era troppo densa per distinguere i dettagli. Tijah evitava qualunque cosa che sembrava si stesse muovendo. Si affrettarono lungo il labirinto di strade. Sperava che un qualche colpo di fortuna li portasse faccia a faccia con Achaemenes, ma non successe. Infine udì delle urla in lontananza. I suoi piedi cominciarono a muoversi in quella direzione, ma poi avvertì il peso appicci­coso della mano di Anu nella sua e si costrinse a proseguire verso il confine della cittadina. Il sole le pungeva gli occhi, le stringeva la gola. Mi dispiace. Mi dispiace davvero. Ma devo salvare chi pos­so salvare. E poi si ritrovarono presso il basso muro di pietra che dava riparo alle ultime case a oriente, lo scavalcarono e corsero lun­go la piana verso le colline. Si fermarono per guardarsi indietro solo una volta, dopo aver messo una lega o giù di lì tra loro e il villaggio. Fuoco e fumo e polvere. Le oscure forme dei cavalli e dei loro cavalieri che galoppavano su e giù appena fuori dai can­celli. Il sole era una palla ardente nel cielo senza nubi. Sia Abid che Anu sembravano esausti. Il vento che avevano evocato aveva già cominciato a esaurirsi. E, all’orizzonte, quel­le linee di polvere che aveva visto dalla torre si stavano avvici­nando. «Possiamo riposare per un minuto?» domandò Abid, ansi­mando. «Lei è stanca.» Sollevò il gattino. Era ricoperto di terra e stava miagolando pateticamente. «No.» Tijah si abbassò sulle cosce. «Ma puoi salire sulla mia schiena. Ti porterò io.» «Io sto bene», la rassicurò Anu, passandosi una mano sugli occhi. «Sto bene.» Si costrinse a sorridere. Abid le avvolse un braccio intorno al collo e Tijah ricominciò a correre.
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