Emily
Sono ancora sotto l'Audi quando sento un rumore.
Non un rumore normale. Non un attrezzo che cade. Non una porta che sbatte. Non la voce di Luis che rientra dalla sigaretta.
Un cigolio.
Metallico. Lento. Regolare.
Come un baule che si apre.
Trattengo il respiro. Le mie mani si fermano sulla chiave inglese. Il mio cuore, invece, continua a battere, ma più forte, più veloce, come se volesse uscirmi dal petto.
Dalla mia posizione, sdraiata sulla schiena sotto l'Audi, non vedo quasi niente. Solo gli pneumatici della berlina, a qualche metro di distanza. E più in là, la base dei muri, il pavimento di cemento, una pozza d'olio che ho dimenticato di pulire.
I piedi di Luis sono spariti. È fuori. Sono sola.
Il cigolio si ferma.
Poi un tonfo sordo. Qualcosa di pesante che viene depositato. O gettato.
Il rumore di un corpo.
Il mio sangue si ghiaccia.
– Hai finito, piccola?
La voce viene dal nulla. O meglio, viene da dietro di me, dal fondo del garage. È grave, strascicata, quasi educata. Ma c'è qualcosa dentro, una durezza, una minaccia appena velata.
Non la riconosco. Non è né Marco né Luis. Non è nessuno dei meccanici.
È un cliente.
Scivolo fuori da sotto l'Audi, lentamente, con cautela. Le mie mani sono sporche. La schiena è indolenzita. Mi raddrizzo, mi asciugo le mani sulla coscia, un gesto meccanico, quasi inconscio.
L'uomo è vicino al baule della berlina nera – quella che ho ispezionato poco fa. Quella con il tubo flessibile tagliato.
È alto. Robusto. Non grasso, massiccio. Spalle larghe, braccia spesse. Giacca nera, forse di cuoio, forse no. Testa rasata, lucida sotto i neon. Una cicatrice sulla guancia, lunga, irregolare, come se qualcuno gli avesse aperto la carne con un pezzo di vetro.
I suoi occhi sono freddi. Grigi. Vuoti. Non il genere di sguardo che si incrocia per strada. Il genere di sguardo che ha visto cose. Che ha fatto cose.
– Io… finisco questa, dico indicando l'Audi dietro di me. La mia voce è più debole di quanto vorrei. È quasi pronta. Ancora dieci minuti.
– Avvicinati.
Non è una richiesta. Non è un invito. È un ordine.
Il mio istinto mi urla di correre. Di voltarmi, di filare verso la porta, di uscire, di sparire nella notte. Ma le mie gambe non si muovono. Sono pesanti, come se fossero radicate nel cemento.
Resto immobile, la torcia ancora accesa in mano, come se quella piccola luce potesse proteggermi.
Lui apre il baule.
O meglio, ci prova.
La serratura resiste. Il battente resta semiaperto, incastrato, come se il meccanismo fosse bloccato.
– Merda, borbotta.
Dà un pugno sul baule. La macchina trema sulle sospensioni. Io pure.
Impreca a voce bassa, parole italiane che non capisco, ma il tono è chiaro. È arrabbiato.
Ed è lì che il mio stupido istinto professionale prende il sopravvento.
– Il vostro lucchetto è rotto, dico.
Lui si gira.
I suoi occhi grigi si piantano nei miei. Mi fissa. Le sue palpebre sbattono una volta, due volte. La sua bocca si socchiude appena – di sorpresa, o di diffidenza, non so.
– Cosa?
– Il lucchetto, ripeto. La mia voce è più calma di quanto pensassi. È strano. La paura mi rende quasi serena. È stato forzato. Qualcuno ha provato ad aprirlo con un attrezzo, forse un piede di porco. Il meccanismo è deformato.
Lui non dice nulla. Mi guarda.
– Se volete, posso ripararlo, continuo. Ho gli attrezzi. Ci metterò due minuti. Tre, non di più.
Lui non risponde.
Mi guarda come se avessi appena detto la cosa più stupida o più pericolosa del mondo.
Dietro di lui, il baule semiaperto. L'ombra all'interno è nera, densa. Non vedo cosa c'è. I miei occhi si abituano al buio, ma l'interno resta scuro, troppo scuro.
Ma l'odore…
Un odore metallico. Dolciastro. Nauseante.
Sangue.
Conosco quell'odore. L'ho sentito una volta, quando ero piccola, quando mio padre è morto. L'odore del ferro. L'odore della vita che se ne va.
Il mio cuore si ghiaccia.
Lo so. So cosa c'è in quel baule. Un corpo. Un cadavere. Un uomo che qualcuno ha ucciso e che è venuto a gettare qui, come nella spazzatura.
Ma se lo faccio vedere, se vado nel panico, se il mio viso tradisce quello che ho appena capito, lui mi ucciderà.
Allora sorrido.
Fingo di non aver visto nulla. Fingo che tutto sia normale. Fingo che la mia vita sia appesa a un filo, un filo che sto intrecciando con un sorriso idiota.
– Vi faccio un preventivo, se volete. Ma ora devo finire l'Audi. Il cliente viene a prenderla presto.
Faccio dietrofront. Un passo. Due passi.
Le mie gambe tremano. Le mie mani tremano. Stringo i pugni per calmarle. Non funziona.
– Non così in fretta.
La sua mano afferra la mia spalla.
È forte. Le sue dita sono come sbarre di ferro. Affondano nella mia carne, attraverso la tuta. Il dolore è acuto, vivo. Trattengo un grido.
– Hai visto qualcosa?
Mi gira verso di lui. Il suo viso è a pochi centimetri dal mio. Il suo alito sa di caffè e tabacco. La cicatrice sulla guancia pulsà leggermente.
– Ho visto un lucchetto rotto, signore. Tutto qui.
– Menti.
– No, signore. Non mento.
Lui stringe più forte. La mia spalla sta per cedere.
– Le ragazze come te mentono sempre. Per salvarsi la pelle.
– Appunto, dico, la voce strozzata dal dolore. Voglio salvare la mia. Allora dico la verità.
Mi guarda. Cerca una menzogna nei miei occhi. Non ne troverà, perché sto cominciando a credere alla mia stessa menzogna.
Sono una brava bugiarda.
È l'orfanotrofio che me lo ha insegnato.
– Vedremo, dice.
Tira fuori la pistola.
Non l'ho sentito sguainarla. Ce l'aveva già in mano, nascosta nella giacca. È lì, all'improvviso, contro la mia tempia. Il metallo è freddo. Più freddo di qualsiasi cosa abbia mai toccato. Più freddo dell'inverno all'orfanotrofio quando i termosifoni non funzionavano.
Chiudo gli occhi.
Il mio cervello impazzisce. Penso all'università. Alla biblioteca dove amavo sedermi vicino alla finestra. Al mio piccolo studio con la macchia d'umidità sul soffitto. Alla cassetta degli attrezzi che mio padre mi aveva regalato per il mio settimo compleanno, una settimana prima della sua morte.
Penso che non avrò mai il tempo di tornare all'università.
Penso che sia stupido morire qui, in questo garage che sa di benzina e di morte.
– Tony.
Una voce. Dietro di me.
Calma. Tranquilla. Come si parlasse del più e del meno. Come se nulla fosse grave.
– Lasciala andare.