Capitolo 11– Il fascino

1005 Words
Non abbassa lo sguardo. Anche adesso, anche dopo aver capito chi sono, non abbassa lo sguardo. È lì, una semplice meccanica in tuta macchiata, e mi sfida come se fosse mia pari. Ha fegato. Ne ha sempre avuto. — Non la denuncerò, dice. Non è il mio genere. — Lo so. — Come fa a saperlo? — Perché ti conosco, Emily. Apre la bocca per rispondere, ma non esce nessun suono. È turbata. Un'ondata di rossore sale sulle sue guance, scende lungo il collo. Mi avvicino a lei. Con un solo passo, riduco la distanza tra noi a pochi centimetri. Deve alzare la testa per guardarmi – e lo fa. Senza indietreggiare. Senza tremare. Il suo profumo mi avvolge. È leggero, discreto, un sapone alla lavanda, roba da supermercato. Ma mi fa girare la testa. — Dovresti andare a casa, dico. È tardi. — Perché si interessa a me? — Perché non ho mai incontrato nessuno come te. — È una cattiva idea. Io sono una cattiva idea. — Anch'io. Lei sorride. Un sorriso stanco, ma sincero. Faccio un passo indietro. Poi un altro. Poi mi volto. — A presto, Emily. — A presto... Lucas. Mi immobilizzo. Il mio nome. Ha detto il mio nome. Non signore, non capo, non il tizio in abito. Il mio nome. Lucas. Dovrei voltarmi. Dovrei guardarla un'ultima volta. Ma se lo faccio, non me ne andrò più. Allora continuo ad avanzare. La porta si apre. La notte mi inghiotte. Dietro di me, il garage richiude le sue fauci di cemento. E nel mio petto, quello strappo non mi lascia più. Cresce, si diffonde, diventa una certezza: questa donna è l'unica cosa che conta, in questo mondo di tenebre e sangue. Farò qualsiasi cosa per lei. Qualsiasi cosa. Emily Si avvicina. Ancora. Non smette di avvicinarsi e allontanarsi, come una marea, come il viavai della risacca su una spiaggia. Va verso la porta, poi torna. Indietreggia, poi avanza. Dice arrivederci, poi fa un'altra domanda. Non so più dove sono. Il mio cuore batte come un metronomo impazzito, il respiro è corto, i pensieri partono in tutte le direzioni. Adesso è qui. Vicinissimo. Troppo vicino. Lucas – visto che è il suo nome, almeno quello che mi ha dato – avanza di un passo. Un solo passo. Ma quel passo cancella tutta la distanza tra noi, come se non ci fosse mai stata nessuna distanza. Indietreggio. Un riflesso. Non è paura – non veramente. La paura, l'ho sentita poco fa, quando Tony mi ha puntato la canna dell'arma alla tempia, quando il metallo freddo ha toccato la mia pelle, quando ho creduto che la mia vita stesse per finire lì, in questo garage schifoso, senza che nessuno lo sapesse, senza che nessuno mi piangesse. Quella, non è paura. Quello che mi fa paura, è il modo in cui il mio corpo reagisce alla sua presenza. Il calore che sale alle guance, che scende nel collo, che si diffonde nel petto. I battiti del cuore che risuonano fino alle tempie, fino ai polsi, fino alla punta delle dita. Questa sensazione di vertigine, come se il pavimento cedesse sotto i piedi, come se la gravità stessa avesse smesso di funzionare. Indietreggio ancora. I talloni urtano il cemento, i fianchi si ritraggono con un movimento istintivo. La schiena sbatte contro una cassa degli attrezzi. È una vecchia cassa di metallo, arrugginita in alcuni punti, coperta di adesivi strappati – marchi di auto, gruppi rock, slogan sindacali. È pesante, massiccia, inamovibile. Non si sposta di un millimetro. Sono in trappola. Lucas si ferma a pochi centimetri da me. È alto. Io non sono bassa – un metro e sessantotto, che è onesto per una ragazza – ma lui mi supera di tutta la testa. Devo alzare il mento per incrociare il suo sguardo. Pessima idea. Perché il suo sguardo è cupo. Profondo. Magnetico. È il tipo di sguardo che ti fa sentire nuda in mezzo alla folla. Il tipo di sguardo che vede tutto – ogni difetto, ogni debolezza, ogni segreto – ma che non giudica. Che constata. Che assorbe. Che non dimentica niente. Questo sguardo, l'ho già visto. Diciassette anni fa. Negli occhi di un ragazzo silenzioso, seduto su una panchina rotta, che non parlava mai ma ascoltava tutto. Lo stesso sguardo, esattamente lo stesso. Più duro, forse. Più freddo. Ma in fondo, proprio in fondo, la stessa intensità bruciante. Il respiro mi si blocca in gola. Lui posa una mano sulla cassa, proprio accanto al mio fianco. Il braccio è teso, ma non completamente. Lascia uno spazio tra noi – uno spazio minuscolo, infinitesimale, che potrei superare con un semplice sospiro. La sua mano non è contro la mia pelle, ma la sento come se lo fosse. L'altra mano, la solleva. Le sue dita si avvicinano al mio viso. Lentamente. Troppo lentamente. Mi lascia il tempo di respingerlo, di girare la testa, di dirgli di no. Non lo respingo. Non giro la testa. Non dico niente. Le sue dita sfiorano la mia ciocca di capelli – quella che non smette di cadermi negli occhi, quella che cerco di spostare dall'inizio della notte. La prende delicatamente, tra il pollice e l'indice, e la sposta dietro l'orecchio. Il gesto è lento, quasi tenero, come se avesse paura di spezzarmi. La punta delle dita sfiora la mia tempia. Una scossa elettrica. Una corrente che parte dalla pelle, attraversa il cranio, scende lungo la nuca, segue la colonna vertebrale, si diffonde nelle gambe. Le ginocchia vacillano. Minacciano di cedere. Devo aggrapparmi alla cassa dietro di me per non cadere. L'ha sentito anche lui. Lo so. Lo vedo nel modo in cui i suoi occhi si spalancano, una frazione di secondo – una scintilla di sorpresa che attraversa le sue pupille scure. Nel modo in cui la sua mano si immobilizza, ancora vicino al mio orecchio, come se esitasse a ritirarla. Come se non volesse ritirarla. Poi la ritira. Lentamente. Controvoglia. Le dita scivolano lungo la tempia, sfiorano la guancia, poi ricadono lungo il corpo. — Scusa, dice.
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