LA FAMIGLIA MUTSCHELKNAUS
Con la nostra casa comincia la via, che nella mia memoria reca il nome di strada dei Fornai.
E' la prima casa della strada ed è isolata.
Da tre parti dà sulla campagna; dalla quarta dà su di un'altra casa, di cui si può quasi toccare il muro sporgendosi dalla nostra finestra delle scale, tanto angusta è la viuzza che separa i due fabbricati.
Questa viuzza non ha nome, essendo solo un passaggio, un passaggio ripido tale da non averne di simili in tutto il mondo. Infatti esso congiunge le due rive di sinistra di uno stesso fiume, attraverso la striscia di terra sulla quale abitiamo.
A prima mattina, quando esco a spegnere le lanterne, una porta giù, nella casa vicina, si apre e una mano armata di scopa spinge un gran mucchio di trucioli nel fiume sottostante, per far compiere loro un viaggio intorno alla città: dopo mezz'ora essi infatti riappaiono ad appena cinquanta passi dall'altra parte del passaggio, sull'argine dove il fiume, spumeggiando, va oltre.
Questa parte del passaggio sbocca sulla strada dei Fornai. All'angolo, sulla casa vicina, su di una bottega sta una insegna con queste parole:
Fabbrica per l'estremo luogo di riposo gestita da ADONE MUTSCHELKNAUS
Prima stava scritto:
“Maestro falegname tornitore fabbricante di bare” , parole che si possono ancora leggere distintamente quando l'insegna viene inumidita dalla pioggia: allora l'antica dicitura riappare.
Ogni domenica il signor Mutschelknaus, sua moglie Aglaia e sua figlia Ofelia vanno in chiesa, sedendosi in prima fila. O, più precisamente, sono la signora e la signorina Mutschelknaus che seggono in prima fila, mentre il signor Mutschelknaus siede più dietro, all'angolo, dove l'ambiente è più buio, sotto una statua di legno del profeta Giona.
Ora, dopo tanti anni, come tutto ciò mi sembra ridicolo e, ad un tempo, indicibilmente triste!
La signora Mutschelknaus è sempre avvolta da un abito frusciante di seta nera, il quale, col libro di preghiere coperto in velluto amaranto, va a costituire uno stridente contrasto: quasi un alleluia coloristico. Con scarpette opache a punta color prugna e a tiranti d'elastico essa salta, tenendosi con contegno la veste, su ogni pozzanghera. Sulle guancie la fitta rete delle vene bluastre dilatate tradisce, sotto la pelle incipriata, l'approssimarsi dell'età matura. I suoi occhi, dalle sopracciglia accuratamente bistrate, in tale occasione sogliono guardare costantemente in basso, perché non si addice irradiare un fascino peccaminosamente femminile quando le campane chiamano i fedeli a Dio.
Ofelia indossa un vestito ondeggiante di foggia greca, ha un cerchio d'oro intorno alla chioma biondo cenere, la quale le ricade in riccioli fin sulle spalle. Ogni volta che l'ho veduta, recava sempre sul capo una ghirlanda di mirto.
Essa ha la bella, calma, distaccata andatura di una regina.
Ogni volta che penso a lei, il cuore mi palpita.
Andando in chiesa, essa è coperta da un fitto velo — solo molto dopo le ho potuto vedere il viso, nel quale grandi occhi oscuri, con uno sguardo quasi perduto in lontani mondi, formano un singolare contrasto con i capelli biondi.
Il signor Mutschelknaus, con un abito domenicale nero, lungo e trasandato, va di solito dietro, ad una certa distanza dalle due donne. Quando se ne dimentica e si trova al loro fianco, la signora Aglaia gli sussurra stizzita:
“Adone, mezzo passo indietro” .
Il signor Mutschelknaus ha un viso sottile, melanconicamente lungo e devastato, con una scarsa barba rossiccia e un naso a becco sporgente da una fronte convessa che finisce in un cranio calvo appuntito; questo, cinto da una fascia di capelli radi, dà l'impressione che il suo proprietario sia passato col capo attraverso un vello rognoso dimenticandosi di togliersi i resti rimastigli appiccicati intorno.
Il cilindro, che il signor Mutschelknaus porta in ogni occasione solenne, a che stia fermo, deve esser imbottito sul davanti con un dito di ovatta.
Nei giorni di lavoro il signor Mutschelknaus non si vede mai. Mangia e dorme giù, in bottega. Le donne abitano invece in varie stanze del terzo piano.
Solo tre o quattr'anni dopo che il barone mi ha adottato sono venuto a sapere che la signora Aglaia con la figlia e il signor Mutschelknaus costituiscono un'unica famiglia.
Dalla prima mattina fino a dopo mezzanotte lo stretto passaggio fra le due case è riempito da un monotono ronzio, come se uno sciame di giganteschi calabroni, nascosti sotterra, non riuscisse a trovar pace; e questo rumore, quando l'aria è tranquilla, giunge lento e ossessionante fino a noi. Sul principio esso m'irritava ed io dovevo sforzarmi di non udirlo quando, durante il giorno, volevo studiare qualcosa: tuttavia non mi venne mai di domandarmi, da che cosa potesse esser prodotto. Non si cerca la causa di fatti che si ripetono continuamente; essi ci appaiono naturali, ed anche se sono. straordinari ci si abitua ad essi. Solo quando i sensi si spaventano, l'uomo si sforza di sapere — ovvero fugge.
A poco a poco mi abituai al rumore, quasi che fosse un ronzio delle mie stesse orecchie: a tal punto, che di notte, quando subitamente s'interrompeva, mi svegliavo di colpo e credevo che qualcuno mi avesse colpito.
Un giorno la signora Aglaia, turandosi le orecchie con le mani, passò in fretta per l'angolo della via urtandomi e facendomi sfuggire dalle mani un cesto di uova. Essa si scusò dicendo: ”Ah, mio Dio! tutta la colpa, caro bambino, è dell'orribile tornio di chi ci dà da mangiare e... e dei suoi garzoni!” aggiunse, come se si fosse tradita.
“E dunque il tornio del signor Mutschelknaus a produrre un simile ronzio” pensai.
Proprio da lui venni poi a sapere, che egli non aveva garzoni di sorta e che tutta la”fabbrica” si esauriva nella sua persona.
Era una oscura sera invernale senza neve. Col mio bastone volevo aprire lo sportello della lanterna all'angolo per accenderla, quando, con un bisbiglio, una voce mi chiamò: ”Pss, pss, signor Colombaia!” ed io riconobbi il falegname Mutschelknaus che, fermo sul passaggio, in grembiule verde e con pantofole, sulle quali era ricamata una testa di leone con perle variopinte, mi faceva segno.
“Per piacere, signor Colombaia, questa sera, se è possibile, lasci buio, sta bene?” — ”Sa” soggiunse, vedendo che io, pur non osando chiedere una ragione, ero rimasto sorpreso, ”sa, io non vorrei certo distorglierla dal suo dovere, ma, se si viene a sapere che cosa ho fatto, ne va dell'onore della mia signora consorte. E anche il futuro d'artista della signorina mia figlia ne resterebbe irrimediabilmente compromesso... Nessun occhio umano deve vedere ciò che accadrà qui questa notte!” . Involontariamente feci un passo indietro, tanto mi sgomentò l'accento delle parole del vecchio e la mimica angosciata della sua fisionomia mentre mi parlava. ”No, no, la prego, non se ne vada via signor Colombaia! Non si tratta per nulla di un misfatto: però, se si venisse a sapere, non mi resterebbe che andare ad affogarmi! Sappia dunque che io ho avuto una commissione assai... assai infamante da un cliente della capitale e questa notte, quando tutto dorme, ogni cosa deve esser caricata su di un carro e portata via. Così hm!” .
Mi cadde un peso dal cuore.
Pur non potendo immaginare di che si trattasse, indovinai che doveva essere qualcosa di affatto inoffensivo.
“Vuole che l'aiuti a caricare, signor Mutschelknaus?” proposi.
Il falegname fu sul punto di abbracciarmi per la contentezza. ”Ma nemmeno il signor barone verrà a saperlo?” mi domandò nello stesso istante, di nuovo preoccupato.”E le è permesso di rimanere giù così tardi? Lei è ancora tanto giovane!” .
“Il mio padre adottivo non verrà a sapere di nulla” dissi rassicurandolo.
Verso mezzanotte, da sotto, mi si chiamò a bassa voce.
Scesi senza far rumore e vidi nell'oscurità l'ombra di un grosso carro a stanghe. I cavalli avevano gli zoccoli ravvolti con degli stracci, a che battendo non facessero rumore sul selciato. Vicino al carro stava un garzone che sogghignava ogni volta che il signor Mutschelknaus trascinava fuor dalla bottega una gerla piena di grossi coperchi di legno rotondi, verniciati in scuro, ognuno con un pomo nel mezzo, come manico.
Saltai subito sul carro ed aiutai a caricare. In una mezz'ora il carro era colmo, vacillò sul ponte a palizzate e poi sparì nell'oscurità.
Con un gran respiro, il vecchio, benché non lo volessi, mi condusse nel suo laboratorio.
Un tavolo rotondo, piallato di fresco, con una bottiglia di birra e due boccali, l'uno dei quali, pregevolmente cesellato, era visibilmente destinato a me, assorbiva come un disco luminoso la scarsa luce di una piccola lampada a petrolio che vi stava sospesa. La parte rimanente della lunga stanza restava quasi nell'oscurità. Solo a poco a poco, quando i miei occhi si abituarono, potei distinguere alcuni oggetti.
Un'asse d'acciaio, mossa di giorno dall'acqua del fiume, passava da parete a parete. Su di essa dormivano, appollaiate, alcune galline.
Delle cinghie di cuoio pendevano come lacci da patibolo dal tornio. Una statua di legno di S. Sebastiano trafitto da frecce sovrastava in un angolo. Su di ogni freccia dormiva parimenti una gallina.
Una bara aperta, nella quale un paio di conigli in sogno di tempo in tempo si smuovevano, stava vicino al capezzale di un pancaccio, che doveva servire da letto al falegname.
Una illustrazione con vetro e con cornice dorata, circondata da una ghirlanda d'alloro, era l'unico ornamento di quella stanza. Rappresentava una giovane in una posa teatrale, con occhi chiusi e bocca semiaperta, col corpo nudo ed una sola foglia di fico, tutta bianca, come se fosse una modella passata ad acqua di calce.
ll signor Mutschelknaus arrossì nel notare che mi ero fermato dinanzi ai quadro e disse in fretta:
“Questa è la mia signora consorte quando mi offrì la mano per una unione eterna. Essa faceva” aggiunse tossicchiando, ”faceva la ninfa di marmo. Sì, sì, Aloisia — adesso si chiama Aglaia, naturalmente, Aglaia — sì, la mia signora consorte ebbe la sventura di essere incomprensibilmente battezzata dai suoi genitori buon'anima col nome vergognoso di Aloisia. — Ma lei. non è vero, non dirà questo a nessuno, signor Colombaia! Altrimenti la fama artistica della signorina mia figlia ne soffrirebbe. Hm, già!” . Mi condusse verso il tavolo, mi offrì uno sgabello e mi versò della birra.
Sembrava aver del tutto dimenticato che io ero un ragazzo di appena quindici anni, poiché mi parlava come si parla ad un adulto, a qualcuno che gli fosse superiore per rango e per educazione.
Da principio credetti che volesse divertirmi con i suoi racconti, poi, dal tono delle sue parole, che diveniva preoccupato ogni volta che dirigevo lo sguardo verso i conigli, mi accorsi che egli desiderava distogliere la mia attenzione da quel povero ambiente.
Perciò mi sforzai di sedere tranquillo, senza guardar più d'intorno.
Presto il falegname fu preso da una viva eccitazione. Sulle sue guancie flosce apparvero delle macchie circolari rossastre, quasi da tisico.
Le sue parole palesarono, in modo sempre più evidente, un angoscioso desiderio di giustificarsi di fronte a me.
Io allora mi sentivo ancora molto bambino e, poi, gran parte di ciò che mi diceva sorpassava notevolmente la mia comprensione; così, per le penose risonanze destate in me dalle sue parole, a poco a poco un sottile, inesplicabile senso d'orrore s'insinuò nel mio animo.
Un orrore, che penetrò profondamente nel mio essere e che doveva ridestarsi sempre più vivo, anche quando ero ormai un uomo, ogni volta che rievocavo quella scena.
Via via che venni a conoscenza di tutte le cose orribili che flagellano l'umana esistenza, le parole allora pronunciate dal falegname acquistarono nella mia memoria una crudezza e una vivezza sempre più grandi e si trasformarono talvolta in un incubo, quando richiamavo alla mente quei fatti e consideravo il misero destino del vecchio; l'oscurità profonda che avviluppava la sua anima la sentivo come nel mio proprio petto, così come l'orribile dissonanza costituita dall'elemento spettralmente comico della sua figura e dal suo spirito di sacrificio — esaltato e commovente ad un tempo — di fronte ad un falso ideale, che Satana stesso non avrebbe potuto porgli più perfidamente come luce ingannevole della sua vita.
Ragazzo come ero, la sua narrazione mi sembrò, allora, la confessione di un pazzo, confessione destinata ad altre orecchie, che non le mie, ma che tuttavia io non potevo fare a meno di ascoltare, essendo tenuto fermo da una mano invisibile intesa ad iniettare goccia per goccia del veleno nel mio sangue.
In alcuni punti, mi sentii per qualche secondo disfatto e dissolto come un vecchio — la pazzia del vecchio falegname si era trasfusa in modo tale nel mio spirito, da avere il senso di non esser più un giovanetto, bensì un uomo della sua stessa età, se non pure ancor più vecchio. Egli cominciò ad un dipresso così:
“Sì, sì, essa era una grande, una illustre artista — Aglaia! In questo miserabile paesuccio nessuno se la immagina! Mi capisca, signor Colombaia, perché io non so dire come vorrei. Non so nemmeno scrivere. Ma questo resterà un segreto fra noi, non è vero? Come l'altra cosa, già, voglio dire, i coperchi. Io so scrivere una sola parola” — egli prese di tasca un pezzo di gesso e scrisse sul tavolo — ”questa sola parola: Ofelia” .
“Leggere, non so per nulla. Io sono — egli si spiegò verso di me e mi sussurrò con fare misterioso all'orecchio — scusi la parola, io sono un idiota. Ecco. Mio padre era molto severo e poiché una volta, da bambino, avevo lasciato bruciare la colla, egli mi rinchiuse per ventiquattro ore in una bara di metallo, appena finita, dicendomi che sarei stato sepolto vivo. Io naturalmente gli credetti e il tempo trascorso là dentro fu terribile come una lunga, lunga eternità nell'inferno, che non ha mai fine. lo non mi potevo muovere e riuscivo appena a respirare. Pel terrore mortale mi si sono spezzati i denti di sotto. Però — soggiunse a voce bassissima — perché mai avevo lasciato che la colla si bruciasse? Quando mi trassero fuori dalla bara, avevo perduto la ragione. Ed anche la parola. Solo dopo dieci anni, con gran pena, ripresi a parlare. Però, non è vero, signor Colombaia, questo resterà un segreto fra noi? Se la gente venisse a sapere di questa vergogna, la fama artistica della signorina mia figlia sarebbe rovinata! Già, hm. Quando mio padre buon'anima entrò per sempre in paradiso — e fu sepolto in quella stessa bara di metallo — essendo vedovo, lasciò a me la bottega ed anche del danaro. Credo che mi sarei consumato di dolore per la perdita di mio padre: ma la divina Provvidenza, per consolarmi, mi inviò come un angelo dal cielo il signor Direttore Superiore di scena Paride. Non conosce il signor Artista Paride? Ogni due giorni viene a dare a mia figlia delle lezioni di arte teatrale. Ha lo stesso nome dell'antico dio greco Paride — glielo ha dato la Provvidenza da bambino. Già, hm. — Allora l'attuale mia signora consorte era ancora una pura giovinetta. Già, hm. Voglio dire, ecco, era ancora una vergine. Già, hm. E il signor Paride aveva diretto la sua carriera artistica. Essa faceva la parte di ninfa di marmo in un teatro privato della capitale. Già, hm” .
Dal modo sconnesso con cui pronunciava le frasi, riprendendosi dopo brevi pause involontarie, mi accorsi che la memoria del falegname di tempo in tempo doveva venire meno per poi riaccendersi, come in un respiro che va e viene, come in un'alta e bassa marea della sua coscienza.”Egli non si è ancora riavuto dell'orribile supplizio della bara di metallo” sentii istintivamente.”Ancor oggi, egli è un sepolto vivo” .
“Sì, e quando allora ereditai la bottega, il signor Paride venne ad abitare in casa mia e mi disse che Aglaia, la celebre ninfa di marmo, una volta che era passata in incognito per la nostra città, mi aveva visto per caso al funerale. Hm, già. E quando mi vide piangere in quel modo sulla tomba di mio padre aveva detto (il signor Mutschelknaus si alzò improvvisamente in piedi e si mise a declamare pateticamente, con i piccoli occhi bluastri sbarrati, come se leggesse delle parole scritte in lettere di fuoco) aveva detto:”Voglio essere, per questo brav'uomo, un sostegno nella vita e una luce nelle tenebre che mai gli si spegnerà. Voglio dare alla luce una creatura, la cui vita deve essere consacrata esclusivamente all'arte. Voglio aprirgli l'occhio dello spirito per tutto ciò che è elevato, anche se la mia vita dovesse consumarsi nella desolazione di una grigia esistenza. Addio arte! addio gloria! addio allori! Aglaia parte per non ritornare più! Già, hm.” Egli si passò una mano sulla fronte e, come se la memoria di colpo gli fosse venuta meno, si rimise lentamente a sedere.
“Già, hm. Quando ci trovammo tutti e tre al pranzo nuziale, il signor Direttore Superiore di scena pianse, si disperò, si strappò i capelli. Gridava continuamente:”Perduta Aglaia, il mio teatro è rovinato! Io sono un uomo morto” . Già, hm. I mille talleri che gli ho fatti prendere per forza, a che non perdesse proprio tutto, sono stati naturalmente un ben magro risarcimento. Già, hm.
Da allora, egli è melanconico ed abbattuto. Solo ora, che ha scoperto il grande talento drammaturgico della signorina mia figlia, egli si è un po' risollevato. Già, hm.
Essa deve averlo ereditato da sua madre. Già, certi bambini fin dalla culla succhiano la musa col latte. Ofelia, Ofelia!” . Un entusiasmo selvaggio s'impadronì del falegname. Egli afferrò il mio braccio e lo scosse fortemente.”Sa, signor Colombaia, che Ofelia, la mia bambina, è una creatura benedetta da Dio? Il signor Paride lo dice sempre, quando viene in bottega a prendersi il mensile: ”Quando l'avete generata, signor Mutschelknaus, lo stesso dio Vestalo deve esser stato presente” .”Ofelia — e la sua voce qui divenne nuovamente un sussurro — ma questo è un segreto, come quello di prima, dei... già, dei coperchi, hm, già — Ofelia è venuta alla luce al sesto mese.
Hm, già. Gli altri bambini hanno invece bisogno di nove mesi. Hm, già. — Ma non è un miracolo. Anche sua madre è nata sotto una stella regale. Hm. È solo essa che ha vacillato — intendo dire la stella. La signora mia consorte non vuole che lo si sappia, ma a lei posso ben dirlo, signor Colombaia: sa che ella era proprio sul punto di calcare un trono? E se non fossi stato io — talvolta mi vengono le lacrime al pensarci — se non fossi stato io, essa potrebbe andarsene a passeggio in un cocchio con quattro bei cavalli bianchi... Ma lei si è voluta abbassare fino a me. Hm, già.”La storia del trono” — egli levò in alto tre dita, come coloro che giurano solennemente —”è andata così, lo giuro sul mio onore e sulla mia salute eterna. Come lui stesso me l'ha detto, da giovane il signor Direttore Superiore di scena era gran maestro di feste presso la corte di Belgrado del re d'Arabia. Là aveva organizzato l'harem di Sua Altezza il Sublime. E la mia attuale signora consorte Aglaia, grazie al suo talento, da prima ballerina che era — in Arabia si chiamano”Maria Teresa” — era già stata promossa dama sostitutrice per la Sua Maestà Magnifica. Però Sua Maestà fu assassinata e il signor Paride insieme colla mia signora consorte dovette fuggire di notte sul Nilo. Già, hm. Allora, come lei già sa, lei fece la ninfa di marmo. In un teatro privato, che il signor Paride aveva a suo tempo diretto. Ma alla fine essa volle rinunciare agli allori. Anche il signor Paride ha abbandonata la sua professione ed ora vive solo per l'educazione di Ofelia. Hm, già. Noi tutti dobbiamo vivere unicamente per lei” dice sempre.”E il suo alto compito mastro Mutschelknaus, è di far quanto occorre a che la carriera artistica di Ofelia non sia soffocata in germe per la mancanza di danaro” .”Vede, signor Colombaia, questa è la ragione per cui io, come sa, ho dovuto assumere anche commissioni così disonoranti. Far delle bare è un mestiere che oggi rende poco. Muore troppa poca gente. Hm, già. Certo, quel che occorrerebbe per gli studi della signorina mia figlia potrei racimolarlo, ma il signor professore Amleto, il poeta di fama mondiale, che sta in America, esige tanto denaro! Ho dovuto rilasciargli una cambiale ed ora debbo lavorare. Hm. già. Il signor professore Amleto, che è il fratello di latte del signor Paride, non appena è venuto a sapere del talento di Ofelia ha scritto un'opera proprio per lei, intitolata: ”Il re di Danimarca”. In essa il principe ereditario vuole sposare la signorina mia figlia, ma Sua Maestà, la signora Madre, vi si oppone e per questo la mia Ofelia va ad annegarsi. La mia Ofelia annegarsi!”. Il vecchio lo disse come in un grido, dopo una pausa.”Quando ho udito ciò, il cuore mi si è quasi spezzato. No, no, no! Ofelia, la mia pupilla, l'unica cosa cara che ho al mondo, non deve finire affogata! Nemmeno in un'opera di teatro! Hm, già. E mi sono inginocchiato dinanzi al signor Paride e non ho cessato di implorare fino a che egli ha acconsentito di scrivere al signor professore Amleto. Il signor professore ha promesso di disporre le cose in modo che Ofelia sposi il principe ereditario, invece di uccidersi: però a condizione che io gli rilasci una cambiale. Il signor Paride ha scritta la cambiale ed io l'ho firmata con due croci. Lei forse riderà, signor Colombaia, dato che non si tratta della realtà, ma solo di un'opera di teatro. Ma veda, in quell'opera Ofelia si chiamerà proprio Ofelia. Lei sa, signor Colombaia, io non sono che un idiota; ma che accadrebbe se la mia Ofelia si annegasse per davvero? Il signor Paride lo dice sempre: l'arte è più che la realtà! — che, Ofelia gettarsi in acqua?! Non sarebbe stato meglio, allora, per me, morire soffocato nella bara di metallo?” .
I conigli si agitarono forte nella bara. Il falegname ebbe un brivido di paura, poi borbottò: ”Maledetti caproni!” .
Successe una lunga pausa. Il vecchio aveva completamente perdute le fila della sua narrazione. Sembrava aver dimenticato del tutto la mia presenza e i suoi occhi non mi vedevano più.
Dopo un certo tempo si alzò, andò al tornio, applicò le cinghie di trasmissione e lo mise in moto.
“Ofelia! No, la mia Ofelia non deve morire!” lo udii mormorare. ”Debbo lavorare, lavorare, lavorare, altrimenti egli non cambierà l'opera, ed allora...” .
Lo stridio della macchina inghiottì le sue ultime parole.
Io scivolai silenziosamente fuori della bottega e salii nella mia stanza.
A letto, giunsi le mani e, non so perché, implorai Dio di proteggere Ofelia.