Sui cartelli stradali aveva letto i nomi delle frazioni: Migliano, Ceserana, La Villa, Fosciandora, Lupinaia, Riana e Treppignana. Le località minori le avrebbe visitate in un secondo tempo.
Era salito subito a Ceserana, una delle frazioni sopra Migliano, che aveva sul suo punto più alto una chiesetta col campanile affacciato sul correre dei tetti. Il paese era posato sul degradare di un crinale terrazzato.
Lasciata la Vespa Rosso Katmandu, Antonio era arrivato a piedi sull’arengo, di fronte alla facciata della chiesa. Mentre riprendeva fiato si era reso conto che il tempio faceva parte di una rocca, antica fortificazione militare.
Da lassù si vedeva, verso sud, oltre Migliano e le altre frazioni del Comune, la piana di Gallicano con un tortuoso tratto del Serchio che luccicava nella foschia. Sulla sinistra si scorgevano le alture del territorio di Barga. Sul fondo, come un sipario viola, si levavano i profili dei monti che lo separavano dal suo mondo.
Si era intristito, sentendosi relegato in quel posto. Con rimpianto aveva pensato ai suoi amori in Valdera, agli amici, alle abitudini che ormai non gli appartenevano più. Aveva rammentato il suo appartamentino a Pontedera e le cose nelle quali identificava la propria maniera di vivere.
In particolare gli mancavano il grammofono Garrard, le casse acustiche Bose, ricche di registri bassi regolati a puntino; gli mancavano i dischi di Gino Paoli, che ascoltava nei momenti più belli della giornata, facendoli girare sul piatto. Quelle canzoni, così fedeli all’amore, lo accompagnavano da diversi anni come una colonna sonora che lo seguiva tutto il giorno, anche quando faceva il giro della posta. Antonio le canticchiava secondo lo stato d’animo del momento: Sapore di sale oppure In un caffè quand’era allegro, oppure Due poveri amanti o Sassi quando si sentiva giù di corda.
Gli piacevano soprattutto le canzoni di Gino Paoli degli anni ’60, anche se riconosceva la bellezza delle più recenti. Era convinto che con gli anni lo stile del cantautore si fosse fatto più intimo e struggente, alla francese.
Lì, tra le mura della rocca, aveva provato a fischiettare Perdono, ma piano, soltanto per sé, non come quando sulla Vespa Rosso Katmandu fischiava ai quattro venti i ritornelli, cercando di sovrastare il girare del motore. Gli erano tornate in mente le parole: “…perdono per non saperti offrire che un poco d’amore rimasto in fondo al cassetto…” parole adatte al momento, ma anche rivelatrici di sensi di colpa.
Pensò a Susanna e decise di andare da lei sabato sera, al ritorno a Pontedera per il fine settimana.
Come sempre le avrebbe prima telefonato.
Il treno in arrivo da Lucca era un autolocomotore diesel con vagone a rimorchio: da lontano si sentì il frastuono del suo sopraggiungere sul binario che correva seguendo la sponda sinistra del Serchio.
In attesa del treno, il postino in missione aveva presentato Antonio alla capostazione, una robusta signora di mezz’età in divisa di ferroviere. Lei, stringendogli la mano, lo aveva squadrato con bonarietà ed era andata a chiudere i cancelli del passaggio a livello, all’imbocco del ponte che collegava la strada comunale alla Statale. Antonio pensò che se quel ponte fosse crollato i paesi del Comune sarebbero rimasti isolati, non essendoci altre possibilità di attraversare il Serchio che scorreva povero d’acqua e parecchio in basso tra le rocce e la vegetazione.
Alle sette precise, puntualissimo, il treno grigio e blu si fermò davanti alla stazione. Le porte a soffietto si aprirono e da quella di testa scese il ferroviere con il sacco della posta per Fosciandora. Lo ritirò Antonio, firmando la presa in consegna. A sua volta consegnò il plico ceralaccato della corrispondenza in partenza. I due si salutarono come si fossero conosciuti da sempre.
I pacchi arrivavano col treno successivo, un’ora più tardi. Li portava all’ufficio il padrone della bottega vicina, Decio, il sindaco di quel posto, che aveva una 128 Fiat verde con la quale all’occorrenza faceva anche il tassista alla gente che scendeva alla stazione e doveva raggiungere le frazioni del Comune.
Antonio e il postino in missione risalirono a Migliano, ognuno sul proprio mezzo: la Vespa Rosso Katmandu e il Galletto Guzzi avana. Sgassando su per la salita era competitivo spingere i motori a velocità sostenuta, seguendo l’inclinazione dei tornanti. Antonio pensò che sarebbe volato su quella strada, specialmente in discesa, una volta che avesse imparato alla perfezione lo zigzagare del percorso.
Girando con forza la manopola dell’acceleratore, Antonio chiese alla Vespa di volare, di far vedere di che pasta erano fatti loro due. Anche se penalizzati da una cilindrata inferiore dovevano arrivare per primi davanti all’Ufficio Postale. Con una potente impennata sul rettilineo che portava a Migliano, tagliarono per primi il traguardo di quella competizione non dichiarata, facendo immusonire il linfatico avversario.
L’Ufficio Postale era ancora deserto: la titolare entrava in servizio più tardi, alle otto.
I due aprirono il sacco della corrispondenza dopo aver infranto il sigillo di ceralacca. Sul tavolo ne rovesciarono il contenuto: uno spandersi di lettere, buste e cartoline. Tra la posta c’erano anche diversi giornali e qualche rivista racchiusa nel cellofan.
Prima di tutto bisognava timbrare sul retro la corrispondenza ordinaria per imprimere la data di arrivo. Fu un lavoro di pochi minuti per Antonio che aveva dimestichezza con i timbri. Dopo il postino in missione spiegò con praticità elementare come mettere in ordine la corrispondenza, tenendo conto dell’itinerario di consegna. Per primo bisognava servire Migliano, iniziando dal Municipio, l’ambulatorio del Medico Condotto e la bottega di fronte; poi arrivare alla chiesa, in cima alla salita, e quindi servire le altre case.
La distribuzione della posta continuava a Ceserana, quindi alla Villa, Fosciandora, Lupinaia, Riana e Treppignana, per ridiscendere alla stazione dove c’erano la bottega del sindaco e le altre abitazioni. Nelle frazioni più distanti, Lupinaia e Treppignana, la posta ordinaria per le famiglie che abitavano nei casolari isolati era lasciata a dei referenti, da cui i destinatari andavano a ritirarla. Le raccomandate invece andavano recapitate soltanto a chi erano indirizzate, e al più presto possibile.
Purtroppo questo Antonio lo sapeva bene.
Mettendo in ordine la corrispondenza il postino in missione prese una lettera proveniente dalla Germania.
«Questa è per la Lisiana, la più bella di Garfagnana!» fece ispirato, giocando sulla rima. Sfiorò la busta con le labbra, quasi volesse baciarla.
«Quando la vedrai mi darai ragione!» Socchiuse gli occhi acquosi e aspirò la lettera come se contenesse del profumo. Quel collega aveva qualcosa di patetico nella sua triste magrezza e faceva pensare a uno che mangiava poco e male. Vederlo così infervorato era sorprendente.
Per ultimo Antonio e il postino in missione aprirono la busta, inserita nel sacco, che conteneva le raccomandate, spuntandole una a una con attenzione e trascrivendole nel libretto da far firmare ai destinatari.
Poco prima di uscire per cominciare il giro, arrivò la titolare. Sembrava contenta di essere di nuovo al lavoro. Quel mattino indossava un abito rosa pastello che la faceva apparire più giovane di quanto fosse sembrata ieri. Profumava di violetta. Ad Antonio venne subito a mente la sfortunata relazione con una bella figliola di Santa Croce sull’Arno, operaia in conceria, che per paura di puzzare di tannino faceva il bagno nell’essenza di violetta. Quello era per lui un profumo così insopportabile che aveva condizionato il loro rapporto. Antonio dovette lasciarla. Lei ne fece una tragedia, minacciando addirittura il suicidio, cosa che poi non avvenne.
Con un sorriso amabile Maria salutò Antonio porgendogli gli auguri per il nuovo lavoro.
La distribuzione a Migliano fu completata alla svelta, senza bisogno della Vespa Rosso Katmandu e del Galletto.
Antonio fu presentato a coloro che ritiravano la posta e anche a quelli che incontravano. Nelle frazioni del Comune già sapevano del suo arrivo e la novità suscitava commenti e curiosità.
Agli occhi della gente il nuovo postino era proprio un bell’uomo, alto, asciutto e atletico. I lunghi capelli neri, arruffati da sembrare spettinati, gli davano un’aria mediterranea e parecchio virile. Il suo sguardo scuro e inquieto poteva sembrare quello di uno che preferiva stare sulle sue, ma conoscendolo meglio, il portalettere si rivelava comunicativo e premuroso. Stava proprio bene nella divisa grigia e il cappello a visiera con ricamato il pt dorato, da cui traboccavano ciuffi ribelli di capelli.
In Valdera Antonio aveva fatto strage di cuori, favorito anche dal suo lavoro che lo metteva in contatto con tante donne. Erano molte le storie intessute tra il postino e le sue spasimanti, anche se quelle immaginate dagli amici, dai colleghi e dal suo superiore erano assai di più. Per questo era guardato con diffidenza dai mariti e dai fidanzati che gravitavano nel suo territorio professionale. Questo però non limitava il proliferare delle conquiste. La sua tattica si basava su estrema discrezione e raffinata tecnica adulatoria esternata da intense occhiate. Con paziente e silenziosa insistenza le sue sollecitazioni facevano breccia nei cuori desiderosi d’amore, che si scioglievano quando il postino passava alla fase successiva, quella del corteggiamento vero e proprio, con la pronuncia di parole dette sottovoce e al momento giusto.
Parole che sapevano dischiudere paradisi inimmaginabili.
In sella alla Vespa Rosso Katmandu quella mattina ripensò a una tipa di Pontedera, la Paolotta del Villaggio Gramsci, che si spediva lettere per essere chiamata da Antonio durante il giro della distribuzione. Per essere certa che il postino suonasse il campanello, giù nell’andito aveva sigillato la cassetta postale con il nastro adesivo con sopra scritto: “Suonare sempre quando c’è posta”. Da questi trabocchetti Antonio si teneva lontano, anche perché, a dire il vero, la Paolotta sapeva di poco, era rintronata e anche molto miope.
Ai consigli di chi lo voleva accasato con una brava ragazza, Antonio rispondeva che ancora non si sentiva preparato alla responsabilità di avere una famiglia. Ogni cosa a suo tempo.
Antonio in Vespa e il postino in missione sul Galletto salirono velocemente a Ceserana. Lasciarono i loro motori nella piazzetta sotto la chiesa e presero a distribuire la posta.
Nel paese ogni porta si apriva subito alla chiamata o al suono del campanello. Molti usci non erano neppure chiusi, ma accostati, oppure girando la chiave nella serratura si poteva entrare in casa dopo aver chiesto il permesso. C’era chi invitava a bere o mangiare qualcosa; tutti si mostravano gentili in maniera diversa dalla gente di Pontedera e questo era buon segno che in parte stemperava il disagio che il postino sentiva dentro di sé.
Presero la stradina che scendeva lungo il paese, badando di non scivolare sul lastricato liscio. Antonio si era messo il borsone della corrispondenza a tracolla, togliendolo dal portapacchi della Vespa Rosso Katmandu, esteriorizzando la propria connotazione di portalettere, la sua professione.
Gli piaceva, spesse volte, idealizzare il suo ruolo inventato dai cinesi quattromila anni avanti Cristo, e poi sviluppato dagli egiziani, dai greci, i persiani e i romani. Ma più di tutto colpiva la sua immaginazione la figura del Corriere Ottocentesco: una figura leggendaria, che galoppava per chilometri su veloci cavalli dal morso schiumato per consegnare messaggi che avrebbero potuto cambiare il corso della storia.
Per questo, senza provare rimorso, a Pontedera aveva eliminato la profanazione della pubblicità, che contaminava lo spirito nobile del Corriere Postale.
A Ceserana si era sparsa la voce dell’arrivo del nuovo postino e c’era gente che faceva capolino dalle finestre.
Lassù il grigio delle case si era dissolto alla luce del sole, diventato così intenso da far brillare la vallata. Lontano, sul monte opposto a Ceserana, si scorgeva un campanile emergere nitido dai tetti di un paese che il chiarore del mattino sembrava ravvicinare.
Antonio e il postino in missione continuarono la loro distribuzione, seguendo l’andare curvo della strada che in certi tratti si faceva ancora più ripida. Passarono sotto basse volte che portavano alle case allineate sul versante a mezzogiorno del paese, da cui si scorgeva Migliano; aprirono cancelletti di esigui orti rubati a spazi inesistenti; salirono su terrazze racchiuse da ringhiere di ferro. Tutto era piccolo, in quel paese, ma anche molto solido.
Passarono dai ciabattini, padre e figlio, al lavoro nella loro bottega annunciata da un martellare che si sentiva da lontano. Entrando sembrava di andare indietro nel tempo: il lavoro era fatto a mano, chini sul desco di castagno. L’odore della bottega era carico di cuoio, colle e vecchie scarpe. Antonio consegnò ai ciabattini “La Nazione” e una cartolina dall’Australia.
Fatti pochi passi si trovarono davanti alla pila pubblica dove le donne lavavano: si interruppero e squadrarono il nuovo postino. Si sentiva soltanto lo sgorgare della fontana e lo sciabordare dell’acqua nelle vasche dove galleggiavano i panni. Poi una di loro disse “Benvenuto!” e anche le altre salutarono.