Capitolo V-2

1800 Words
«Che ti venga un colpo!» Esclama Mikòlka, fuori di sé per la rabbia. Getta la frusta, si china e tirata su dal fondo del carro una lunga e grossa stanga, l'afferra con tutt'e due le mani e l'alza a fatica sopra la bestia. «Ora la fa in pezzi!» Gridano intorno. «L'ammazza!» «È roba mia!» Urla Mikòlka, e con tutto lo slancio di cui è capace fa ricadere la stanga. Si sente un tonfo sordo. «Frustatela, frustatela! Perché vi siete fermati?» Si levano voci dalla folla. Mikòlka, intanto, brandisce un'altra volta la stanga, e un altro colpo piomba sul dorso dell'infelice rozza che si accascia con tutto il deretano, ma subito balza di nuovo sulle zampe e tira, tira con le sue ultime forze ora di qua, ora di là, per smuovere il carro. Ma da ogni lato le arrivano addosso sei fruste, mentre la stanga si solleva e ricade per la terza volta, poi per la quarta, con ritmo regolare, con slancio. Mikòlka è furioso perché non è riuscito ad accopparla con un sol colpo. «Ha la pelle dura!» Gridano intorno. «Adesso scommetto che cade, ragazzi! Adesso crepa!» Grida dalla folla uno che se la sta godendo un mondo. «Ci vorrebbe la scure, altro che storie! Finirla con un colpo!» grida un terzo. «Che ti venga il cancro! Fate largo!» Si mette a urlare come un pazzo Mikòlka; getta via la stanga, si china di nuovo a cercare nel carro e tira su una spranga di ferro. «Attenzione!» Grida, e molla con tutta la sua forza un gran colpo al suo povero cavallino. Ecco, il colpo è partito; la bestia barcolla, si accascia, fa come se volesse ancora tirare, ma la sbarra le ricade sul dorso ed essa stramazza a terra, come se le avessero tagliato tutte e quattro le zampe d'un sol colpo. «Finitela!» Grida Mikòlka, mentre balza giù dal carro, completamente fuori di sé. Alcuni contadinotti, anch'essi rossi e ubriachi, afferrano quel che gli capita sotto mano, fruste, bastoni, la stanga, e corrono verso la cavallina ormai sul punto di crepare. Mikòlka si mette di fianco e continua a menarle inutilmente altri colpi sul dorso. La rozza allunga il muso, emette un pesante sospiro e muore. «L'ha proprio fatta fuori!» Gridano nella folla. «È roba mia!» Urla Mikòlka, con la spranga in mano e gli occhi iniettati di sangue. Sta lì, e sembra scontento di non aver più nessuno da picchiare. «Davvero non sei cristiano!» Gridano numerose voci dalla folla. Il bambino, ormai, non sa più quello che fa. Gridando si fa largo tra la folla, si avvicina alla bestia morta, ne cinge con le braccia il muso insanguinato e la bacia, la bacia sugli occhi, sulle labbra... Poi, d'un tratto, balza in piedi, e fuori di sé si slancia con i piccoli pugni alzati contro Mikòlka. Proprio in quel momento il padre, che già da un pezzo lo rincorre, finalmente lo acchiappa e lo conduce via dalla folla. «Andiamo! Andiamo!» Gli dice, «andiamo a casa!» «Babbo! Ma perché... hanno ammazzato il povero cavallino?» Domanda singhiozzando, mentre gli manca il respiro e dal petto oppresso le parole gli escono come strida. «Sono ubriachi, se la spassano, non è roba che ci riguarda, andiamocene!» Dice il padre. Il ragazzo lo abbraccia, ma il petto gli si serra, gli si serra sempre di più, vorrebbe tirare il fiato, gettare un grido, e si sveglia. Si svegliò tutto sudato, con i capelli bagnati di sudore, sentendosi soffocare, e si sollevò pieno di spavento. «Grazie a Dio, era soltanto un sogno!» Disse, sedendosi sotto l'albero e tirando un profondo respiro. «Ma cosa mi piglia? Che sia la febbre? Un sogno così schifoso!» Si sentiva come rotto in tutto il corpo, e aveva nell'anima un senso di buio e di torbido. Mise i gomiti sulle ginocchia e si puntellò il capo con ambo le mani. «Dio mio!» Esclamò, «ma davvero io prenderò una scure, mi metterò a colpirla sulla testa, le fracasserò il cranio?... E poi scivolerò nel sangue tiepido, appiccicoso, per forzare la serratura e rubare; e mi nasconderò tremando, tutto inondato di sangue... con la scure... O Signore, è davvero possibile» Nel dire così tremava come una foglia. «Ma cosa mi è venuto in mente?» Proseguì, risollevandosi come in preda a profonda meraviglia. «Eppure sapevo benissimo di non essere in grado di farlo... Ma allora, perché mi sono tormentato fino a questo momento? Se ancora ieri, dico ieri, quando andavo a compiere questa... questa prova, ancora ieri ho capito perfettamente di non farcela... E allora, perché adesso...? Perché continuo ad avere dei dubbi? Se proprio ieri, scendendo le scale, io, io stesso ho detto che è una cosa vile, infame, bassa, bassa... e al solo pensarci da sveglio mi è venuta la nausea e sono inorridito... «No, non ce la farò, non ce la farò! Anche se tutti i miei calcoli sono perfetti, e tutto ciò che ho deciso in questo mese è chiaro come il giorno e giusto come la matematica! O Signore! Tanto, non mi deciderò comunque a farlo! Non ce la farò, non ce la farò!... Ma allora, perché fino a questo momento...?» Si alzò in piedi si guardò attorno smarrito, come meravigliandosi d'essere lì, di trovarsi sul ponte T. Era pallido, gli bruciavano gli occhi, si sentiva spossato in tutte le membra; all'improvviso, tuttavia, gli parve di respirare più facilmente. Sentì d'essersi liberato di quel tremendo fardello che lo aveva oppresso così a lungo, e di avere d'un tratto l'anima leggera e in pace. «Oh Signore!» Pregava, «indicami la strada giusta, e io rinuncerò a questo mio... a questo sogno maledetto!» Nell'attraversare il ponte contemplava con un senso di calma e di pace la Neva, il vivido tramonto rosso acceso del sole. Nono-stante la sua debolezza, non si sentiva nemmeno più stanco. Come se nel suo cuore un bubbone, che era andato maturando per tutto il mese, d'un tratto si fosse aperto. Libertà, libertà! Era libero, ora, da quelle malie - dal sortilegio, dal fascino, dall'ossessione! Più tardi, quando gli capitava di ricordare quel tempo e tutto ciò che gli era accaduto in quei giorni, minuto per minuto, punto per punto, circostanza per circostanza, ogni volta lo colmava di stupore superstizioso un fatto, che non era in sé tanto straordinario, ma che sempre gli apparve, in seguito, come una specie di preannuncio. E precisamente, non riusciva in alcun modo a capire e a spiegarsi come mai lui, che era così stanco, esausto, e avrebbe avuto tutte le ragioni per tornarsene a casa dalla via più corta, vi era invece tornato passando dalla piazza Sennàja, situata completamente fuori dalla sua strada. Non che fosse un gran giro, ma era del tutto superfluo. Certo, gli era successo altre decine di volte di tornare a casa senza nemmeno ricordare le vie percorse; ma perché - doveva domandarsi poi per sempre -, perché quell'incontro così importante, così decisivo per lui, e insieme così estremamente fortuito, lì in piazza Sennàja dove non aveva nessun motivo di andare, perché quell'incontro proprio in quell'ora, in quel minuto della sua vita, e proprio mentre lui era in quello stato d'animo, e proprio nelle circostanze in cui poteva esercitare la più decisiva, definitiva influenza sul suo destino? Come se lo stesse aspettando lì, al varco, a bella posta! Erano circa le nove quando attraversò la piazza Sennàja. Tutti i venditori delle bancarelle, delle ceste, delle botteghe e delle bottegucce, stavano chiudendo: riponevano la mercanzia e se ne andavano a casa, esattamente come i loro clienti. Accanto alle bettole seminterrate, nei sudici e puzzolenti cortili delle case di piazza Sennàja, e ancor più accanto alle osterie, si affollavano rivenduglioli e cenciaioli d'ogni specie. Raskòlnikov, quando usciva senza una meta precisa, era attirato soprattutto da quei luoghi e da tutti i vicoli adiacenti. Lì gli stracci che indossava non attiravano la sprezzante attenzione d'alcun passante; si poteva andare in giro vestiti in qualsiasi modo senza scandalizzare nessuno. Proprio all'angolo del vicolo K., un bottegaio e una contadina, sua moglie, tenevano la loro merce disposta su due tavoli: filo da cucire, nastri, fazzoletti di percalle ecc. Anche loro stavano preparandosi per andare a casa, ma indugiavano discorrendo con una conoscente che s'era avvicinata. Costei era Lizavèta Ivànovna, o semplicemente, come tutti la chiamavano, Lizavèta, sorella minore di quella tal vecchia Alëna Ivànovna, moglie di un impiegato del registro e usuraia, dalla quale il giorno prima Raskòlnikov era andato a impegnare l'orologio e a fare la sua prova... Già da un pezzo egli sapeva tutto sul conto di questa Lizavèta, e anche lei lo conosceva un poco. Era una zitella alta e goffa, timida e buona, quasi un'idiota, sui trentacinque anni, che viveva in casa della sorella in condizioni di vera e propria schiavitù, lavorava per lei giorno e notte, tremava al suo cospetto e si lasciava perfino picchiare. Ora se ne stava lì tutta pensosa, con un fagotto in mano, davanti al bottegaio e alla donna, ascoltandoli attentamente. I due le stavano spiegando qualcosa con molto calore. Quando Raskòlnikov la vide, una sensazione curiosa, simile a profondissima meraviglia, s'impossessò di lui, benché in quell'incontro non vi fosse nulla di così sorprendente. «Voi, Lizavèta Ivànovna, dovreste decidere da sola,» diceva forte il bottegaio. «Venite domani verso le sette. Ci saranno anche gli altri.» «Domani?» Fece Lizavèta strascicando le parole, e riflettendo, come se non sapesse decidersi. «Che paura vi ha messo addosso quella Alëna Ivànovna!» Prese a cicalare la moglie del bottegaio, una donnetta vivace. «A guardarvi, sembrate una bambina. Non è vostra sorella carnale, è una sorellastra, eppure vi comanda a bacchetta.» «Per questa volta, non dite niente a Alëna Ivànovna,» la interruppe il marito. «Ecco il mio consiglio: venite a trovarci senza avvertirla. È un buon affare. Poi, vostra sorella lo capirà da sola.» «Allora, devo proprio venire?» «Domani alle sette; verrà anche qualcuno di loro; e decidete da sola, questa volta.» «Prenderemo il tè,» aggiunse la moglie. «Va bene, verrò,» disse Lizavèta, e si mosse lentamente, come se stesse ancora riflettendo. Raskòlnikov era già passato oltre e non poté sentire altro. Era passato in silenzio, inosservato, cercando di non perdere una sola parola di quanto andavano dicendo. La sua meraviglia iniziale s'era trasformata pian piano in orrore, come se un brivido di freddo gli fosse sceso per la schiena. D'un tratto era venuto a sapere, in modo del tutto fortuito e imprevisto, che il giorno seguente, alle sette di sera precise, Lizavèta, sorella della vecchia e unica persona che abitasse con lei, non si sarebbe trovata a casa, e che dunque la vecchia, alle sette di sera precise, sarebbe rimasta sola in casa. Per arrivare a casa gli mancavano pochi passi. Quando entrò, si sentiva come un condannato a morte. Non pensava a nulla, non era assolutamente in grado di pensare, ma d'un tratto si sentì come se avesse perso ogni libertà di ragionamento e ogni forza di volontà e tutto si fosse deciso di colpo una volta per sempre. Anche se avesse atteso per anni e anni l'occasione propizia, con un piano ben preciso in mente, anche così non avrebbe mai potuto contare su una circostanza più favorevole alla riuscita del piano di quella che gli si offriva adesso. Sarebbe stato ben difficile venire a sapere alla vigilia, con la massima precisione e con il minimo rischio, senza nessuna pericolosa domanda o investigazione, che il giorno dopo, a una data ora, la vecchia alla cui vita si intendeva attentare sarebbe rimasta in casa completamente sola.
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