II. IL CARRO DI TESPI-1

2179 Words
II. IL CARRO DI TESPI Sigognac scese la scala, parando con la mano la lampada contro le correnti che volevano spegnerla. Il riflesso della fiamma attraversava le sue falangi magre e le coloriva d’un rosso diafano; talché, quantunque fosse la notte ed egli camminasse seguito da un gatto nero invece di precedere il sole, meritava l’epiteto dato dal buon Omero alle dita dell’Aurora. Abbassò la sbarra del portone, socchiuse il battente, e si trovò davanti un individuo contro il naso del quale alzò la lucerna. Illuminata da quel raggio, una grottesca figura si profilò sul fondo buio: una zucca color di burro stantío luccicava alla lucerna e alla pioggia. Grigi capelli incollati alle tempie; naso cardinalizio di sugo settembrino, tutto fiorito di pustolette, che si allargava a modo di cipolla tra due occhietti cangianti coperti da sopraccigli foltissimi e piú che neri; guance flosce, segnate di toni vinosi e incise da fibrille rosse; bocca labbrona di briaco e di satiro; mento a verruca dove stavan piantati pochi peli ritrosi e duri come crini da spazzola: tutt’insieme, una faccia degna di un mascherone da scolpirsi sotto il cornicione del Ponte Nuovo. Ma una certa bonomia arguta temperava l’aspetto a prima vista poco attraente. Gli occhi piegati agli angoli, e la fessura delle labbra rialzata verso gli orecchi indicavan d’altronde l’intenzione di un sorriso grazioso. Questa testa da marionetta, accomodata su un collare d’incerto candore, stava sopra a un corpo attaccato a una gabbana nera, arcuato nel saluto come affettando un’esagerata urbanità. Terminati gl’inchini, il buffo personaggio, prevenendo sulle labbra del Barone la domanda che stava per uscirne, prese la parola con un tono leggermente enfatico e declamatorio: «Vogliatemi scusare, nobile castellano, se vengo solo a battere alla saracinesca della vostra fortezza, senza farmi precedere, a un’ora cosí avanzata, da un paggio o da un nano al suono del corno. Necessità non ha legge, e costringe le persone piú educate a condursi in barbaro modo.» «Insomma, che volete?» l’interruppe secco il Barone, annoiato dalla filastrocca del vecchio mariolo. «L’ospitalità per me e per i miei compagni: principi e principesse, Leandri e Isabelle, dottori e capitani, che vanno per diporto dai borghi alle città sul carro di Tespi; il quale carro, trainato da buoi al modo antico, s’è ora nel fango, a pochi passi dal vostro castello, affondato.» «Se intendo bene quel che dite, voi siete comici di provincia in giro, e avete smarrita la via.» «Impossibile dilucidar meglio le mie parole» rispose l’attore «voi parlate dipinto. Posso io sperare che dalla Vostra Signoria venga la mia inchiesta esaudita?» «Benché la mia dimora sia assai rovinata ed io non abbia molto da offrirvi, ci starete sempre meno male che all’aperto con questa pioggia dirotta.» Il Pedante, poiché tale pareva il suo ruolo nella compagnia, s’inchinò in segno di assenso. Durante il colloquio, Pietro, svegliato dai latrati di Mirello, s’era destato e aveva raggiunto sotto il portico il padrone. Informato dell’accaduto, accese una lanterna, e tutti e tre si avviarono verso la carretta affondata. Il Leandro e il Matamoro spingevano le ruote, e il Re pungeva col pugnale tragico i buoi. Le donne, avvolte nei mantelli, si disperavano, gemevano, gridavano. Il rinforzo inaspettato, e, piú che altro, l’esperienza di Pietro, fecero bentosto superare il mal passo al carro pesante, che, portato su un terreno piú sodo, arrivò al castello, passò sotto la volta ogivale e si accomodò nella corte. Staccati i buoi, passaron nella scuderia accanto al ronzino bianco; le comiche saltarono giú dal carro, aggiustandosi le gonne gualcite, e, guidate da Sigognac, saliron nella sala da pranzo, la piú ospitale del palazzo. Pietro trovò in fondo alla legnaia una fascina e poche stipe che gettò nel camino e che divamparono gioiosamente. Benché fosse appena il principio dell’autunno, un po’ di fiamma ci voleva per asciugare le vesti umide delle signore; e poi la notte era fresca e l’aria sibilava tra gl’intavolati sconnessi della sala disabitata. I comici, benché assuefatti dalla vita errante ai piú svariati alloggi, guardavan stupiti quella strana dimora che gli uomini da gran tempo sembravano aver abbandonato agli spiriti e che involontariamente faceva pensare a tragiche istorie; pure, da gente bene educata, non mostravano né sorpresa né terrore. «Non posso darvi altro che la posata» disse il giovin Barone «la mia dispensa non basterebbe per la cena di un topo. Vivo solo in questo maniero, non ricevo mai nessuno, e voi vedete, senza ch’io lo dica, che qui non abita la fortuna.» «Ciò non monta» rispose il Pedante «ché se in teatro ci passano polli di cartone e bottiglie di legno lavorato, noi sappiamo munirci per la vita comune di vivande piú sostanziose. Quelle pietanze vuote e quei beveraggi imaginari non s’accorderebbero coi nostri stomachi; talché io, come provveditore della compagnia, tengo ognora in serbo qualche prosciutto di Baiona, qualche pasticcio di selvaggina, qualche lombo di vitello di Rivière, e con questo una dozzina di fiaschi di vino di Caorso e di Bordò.» «Ben detto, Pedante» esclamò il Leandro «va’ a scovar le provviste, e se il signore lo permette e si degna di cenare con noi, disporremo proprio qui la tavola del festino. In queste credenze c’è vasellame assai, e queste signore ci apparecchieranno.» A un segno di assenso del Barone, stordito dall’avventura, l’Isabella e la donna Serafina, sedute ambedue ai lati del camino, si alzarono e disposero i piatti sulla tavola che Pietro avea già asciugata e ricoperta con una vecchia tovaglia usata ma bianca. Il Pedante riapparve tosto con un paniere per mano, e pose trionfalmente in mezzo alla tavola una fortezza appasticciata, dai muri biondi e dorati, che chiudeva nei suoi fianchi una guarnigione di pernici e di beccafichi. Attorno a questa gastronomica fortezza collocò sei bottiglie, come opere avanzate che bisognava distruggere per assaltare la piazza. Una lingua di bue affumicata e una fetta di prosciutto compirono la simmetria. Belzebú, che s’era arrampicato in alto su una credenza e seguiva curioso con lo sguardo quei preparativi straordinari, cercava di insignorirsi, almeno con il fiuto, di tutte quelle squisitezze cosí largamente ostentate. Col naso color tartufo aspirava profondamente quei deliziosi profumi; le pupille giubilavano e scintillavano; la bramosia gli inargentava il mento di una bava leggera. Voleva avvicinarsi alla tavola per aver la sua parte di quel festino pantagruelico cosí fuori della sobrietà eremitica della casa; ma la vista di tutte quelle facce nuove lo spaventava, e la gola era combattuta dalla paura. Poiché la luce della lampada non gli sembrava brillante abbastanza, il Matamoro era andato a cercare nella carretta due lumiere da teatro, di legno rivestito di carta dorata e fornite ognuna di parecchie candele; e cosí l’illuminazione divenne sfarzosa. Questi candelieri, che nella forma ricordavano quello a sette bracci della Scrittura, erano destinati d’ordinario all’altare di nozze in fondo alle commedie a sorpresa, oppure sulla tavola del festino nella Marianna di Mairet e nell’ Erodiade di Tristan. A quello splendore, e a quello delle fascine ardenti, la camera morta sembrava rivivere un poco. Fiochi rossori coloravan le gote pallide dei ritratti, e se le matrone virtuose, affogate nei collari e rigide nei guardinfanti, guardavan con aria mordace le giovani comiche folleggianti nel grave maniero, i guerrieri e i cavalieri di Malta sembravano sorridere loro dal fondo delle cornici, lieti di assistere a una tal festa: eccettuati due o tre baffoni grigi ostinatamente arcigni sotto la vernice gialla, fermi ad ogni costo nella cera dispettosa donata loro dal vecchio pittore. Un’aria piú tiepida e piú vivace girava per l’ampia sala in cui di solito non si respirava altro che la muffa umida dei sepolcri. Si scorgeva meno la rovina dei mobili e dei panneggi, e pareva che il pallido spettro della miseria avesse abbandonato per un poco il castello. Sigognac, da prima spiacevolmente sorpreso, si sentiva invadere ora da un benessere nuovo. L’Isabella, donna Serafina, e perfino la Servetta, gli turbavan dolcemente l’immaginazione, e gli facevan piuttosto l’effetto di iddie discese sulla terra anziché di semplici donne mortali. Eran davvero creature deliziose, da far girare la testa anche a conquistatori meno novizi del nostro giovin Barone. Gli sembrava un sogno, e ad ogni momento aveva paura di svegliarsi. Il Barone diede la mano a donna Serafina e la fece sedere alla sua destra. Isabella sedette a sinistra, la Servetta si mise in faccia, la madre nobile si pose a fianco del Pedante, Leandro e il Matamoro s’accomodarono dove vollero. Il giovin signore poté allora studiare con comodo i volti degli ospiti, bene illuminati e spiccanti in pieno rilievo. Esaminò da prima le donne; e noi ne tracceremo qui uno schizzo leggero, mentre nei bastioni del pasticcio apre una breccia il Pedante. La Serafina era una giovane di ventiquattro o venticinque anni, a cui l’abitudine di recitar da prima donna innamorata avea dato un’aria mondana e modi da dama di corte. Il volto ovale un po’ lungo, il naso leggermente aquilino, gli occhi grigi a fior di testa, la bocca vermiglia come una ciliegia, col labbro inferiore segnato da un solco come quello di Anna d’Austria, le formavano un volto avvenente e nobile a cui aggiungevan decoro due onde di capelli castagni scendenti lungo le gote, dall’animazione e dal caldo colorite di rosa. Due lunghe ciocche, che si chiamavan mustacchi, annodate ciascuna con tre cappi di nastro nero, si partivano capricciosamente dalle increspature e ne accrescevano la grazia vaporosa come certi tocchi vigorosi con cui un pittore ultima un dipinto. Il cappello di feltro rotondo, ornato di piume di cui l’ultima girava come un pennacchio sulle spalle della dama mentre le altre si attorcevano a rigonfi, le dava un’aria sbarazzina; un collare da uomo rovesciato, a punto d’Alençon, annodato come i mustacchi con un cappio nero, scendeva su una veste di velluto verde con le maniche frastagliate ad aghetti e alamari, mentre dalla fessura ondeggiava rigonfia la biancheria; una sciarpa di seta bianca a tracolla compiva il tono galante e risoluto di quel travestimento. Cosí acconciata, Serafina aveva un aspetto da Pentesilea e da Marfisa, proprio fatto per le avventure e per le commedie di cappa e di spada. Certamente, non era tutta roba fresca; l’uso aveva chiazzato qua e là il velluto della gonna, la tela di Fiandra era un po’ gualcita, i pizzi sarebbero sembrati gialli a vederli di giorno, i ricami della sciarpa a guardarli da vicino arrossivano e tradivano l’orpello, parecchi aghetti avean perduto i puntali, e i passamani sdrusciti degli alamari si sfilacciavan qua e là; le piume flosce battevano fiacche sulla tesa del cappello, i capelli erano un po’ spettinati, e pochi fili di paglia raccolti nella carretta mescolavano la loro povertà a quella opulenza. Ma queste piccole miserie, cose da nulla, non impedivano a donna Serafina d’avere un portamento da regina in esilio. Se l’abito era sciupato, fresco era il suo volto; e d’altra parte quell’abbigliamento pareva il piú meraviglioso del mondo al giovin Barone, che poco era assuefatto a tali magnificenze e non aveva mai visto altro che contadine vestite con una gonna di lanetta e una cappa di saio. E poi, era cosí incantato dagli occhi della bella, che non faceva caso alle sfilacciature del costume. L’Isabella era piú giovane della donna Serafina, come voleva il suo ruolo d’ingenua; non vestiva cosí alla brava, e si limitava a un’elegante semplicità borghese, come si conviene alla figlia di Cassandra. Aveva un viso gentile, quasi ancora infantile, bei capelli castagni di seta, l’occhio velato da lunghe ciglia, la bocca sinuosa e piccola, e un aspetto di modestia verginale piú spontaneo che finto. Un busto di raso grigio, guarnito di velluto nero e di lustrini, scendeva a punta sovra una gonna dello stesso colore; un collaretto appena inamidato si alzava dietro la nuca graziosa dai riccioli sparsi; aveva al collo un filo di perle false; e benché a prima vista attirasse lo sguardo meno di Serafina, lo tratteneva poi piú a lungo. Non istordiva, ma piaceva; che è forse di piú. La Servetta era ben degna di quell’epiteto di morona che gli Spagnoli dànno alle brune. Aveva la pelle a toni dorati e fulvi come quella di una gitana. Neri come l’inferno erano i suoi capelli folti e crespi; nelle sue pupille giallo-brune scoppiettava una malizia diabolica. Nella sua bocca, grande e purpurea, scintillava a tratti una dentatura da far onore a un lupatto. Del resto era magra e quasi consunta da un ardore irrequieto; ma era quella magrezza giovane e sana che non dà noia a vederla. Certamente, doveva essere esperta a ricevere e a consegnare un bigliettino cosí in città come in teatro; ma come doveva esser sicura delle proprie grazie la dama che si serviva di quella Colombina! Piú di una volta, nel passar per le sue mani, una dichiarazione d’amore non era arrivata all’indirizzo, e il galante, oblioso, s’era indugiato nell’anticamera. Era una di quelle donne che le amiche giudican brutte, ma che sono irresistibili con gli uomini, come fossero impastate di sale, di pimento e di cantaridi; fredde, all’incontro, come un usuraio, quando si tratta dell’interesse. Un costume fantasioso, giallo e azzurro, con una cuffietta di finto merletto, era quello che la vestiva.
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