Capitolo I-3

2034 Words
«Non guardi da quella parte!», proruppe, senza rendersi conto della stranezza di una tale ingiunzione rivolta a persone libere. Ma non fu nemmeno necessario un chiarimento, perché in quell’istante arrivò l’automobile, si sedettero e partirono. K. si ricordò allora di non avere notato quando l’ispettore e le guardie erano andati via, l’ispettore gli aveva nascosto i tre impiegati e adesso, a loro volta, gli impiegati l’ispettore. Non era prova di grande presenza di spirito, e K. si propose di sorvegliarsi meglio a questo riguardo. Tuttavia si volse ancora involontariamente all’indietro e si sporse dall’automobile, se mai riuscisse a vedere ancora l’ispettore e le guardie. Ma subito si rigirò e si appoggiò comodamente nell’angolo, senza aver fatto nemmeno il tentativo di cercare qualcuno. Sebbene non paresse, proprio ora avrebbe avuto bisogno di una parola di conforto, ma tutti sembravano stanchi, Rabensteiner guardava fuori a destra, Kullich a sinistra, solo Kaminer era a disposizione con il suo ghigno su cui, purtroppo, la pietà umana impediva di scherzare. Quella primavera K. passava le serate quasi sempre allo stesso modo; dopo il lavoro, quando la cosa era ancora possibile - il più delle volte rimaneva in ufficio fino alle nove - faceva una piccola passeggiata da solo o con degli impiegati, poi entrava in una birreria e vi si tratteneva fino alle undici seduto al suo tavolo abituale in compagnia di altri clienti, per lo più anziani. C’erano però anche delle eccezioni a questo programma, quando K., per esempio, veniva invitato a una gita in macchina o a cena nella sua villa dal direttore della banca, che stimava molto le sue capacità e la sua fidatezza. Una volta la settimana, poi, andava da una ragazza di nome Elsa, che di notte, fino alla tarda mattinata, lavorava come cameriera in un’osteria e di giorno riceveva visite solo stando a letto. Quella sera però - la giornata era trascorsa veloce tra il lavoro faticoso e molti auguri di compleanno, rispettosi e cordiali - K. intendeva rientrare subito a casa. Ci aveva pensato in ogni breve pausa del lavoro; senza sapere esattamente il perché, gli pareva che gli avvenimenti del mattino avessero causato un gran disordine in tutto l’appartamento della signora Grubach, e che fosse necessario proprio lui per ristabilire l’ordine. Ma una volta fatto ordine, ogni traccia di quegli avvenimenti sarebbe stata cancellata e tutto avrebbe ripreso il vecchio andamento. Dai tre impiegati, in particolare, non c’era niente da temere, si erano confusi nuovamente nella marea impiegatizia, non si notava nessun cambiamento in loro. K. li aveva chiamati più volte, singolarmente o insieme, nel suo ufficio, senz’altro scopo che di osservarli; ogni volta aveva potuto lasciarli andare soddisfatto. Quando alle nove e mezzo di sera giunse davanti alla casa in cui abitava, incontrò sul portone un ragazzo che se ne stava lì a gambe larghe e fumava la pipa. «Lei chi è?», chiese subito K. e accostò il viso al ragazzo, nella penombra dell’androne non si riusciva a vedere molto. «Sono il figlio del portiere, signore», rispose il ragazzo, si tolse la pipa di bocca e si fece da parte. «Il figlio del portiere?», chiese K., battendo impazientemente a terra con il bastone. «Il signore desidera qualcosa? Devo andare a chiamare mio padre?». «No, no», disse K., e nella sua voce c’era un tono d’indulgenza, come se il ragazzo avesse fatto qualcosa di male ma lui lo perdonasse. «Tutto bene», disse poi, e proseguì, ma prima di prendere le scale, si girò ancora una volta. Sarebbe potuto andare dritto in camera sua, ma poiché voleva parlare con la signora Grubach, bussò subito alla sua porta. Lei stava rammendando una calza di lana seduta al tavolo, su cui c’era ancora un mucchio di vecchie calze. K. si scusò in tono vago di essere venuto così tardi, ma la signora Grubach fu molto gentile e non volle sentire scuse, per lui era disponibile in qualsiasi momento, sapeva bene, lui, di essere il suo inquilino preferito. K. si guardò attorno nella stanza, tutto era tornato esattamente come sempre, tazze e piattini della colazione, che al mattino erano sul tavolino vicino alla finestra, erano già stati portati via. «Cosa non fanno le mani di una donna senza che tu neanche te ne accorga», pensò, lui sarebbe stato capace di rompere tutto sul posto, non certo di portarli via. Guardò la signora Grubach con una certa gratitudine. «Perché lavora ancora a quest’ora?», chiese. Sedevano ora tutti e due al tavolo, e K. affondava di tanto in tanto la mano nelle calze. «C’è molto lavoro», disse lei, «di giorno sono tutta per i miei inquilini, se voglio tenere in ordine le mie cose non mi resta che la sera». «Oggi le ho dato del lavoro in aggiunta, vero?». «E perché?» chiese quella animandosi, il lavoro abbandonato in grembo. «Voglio dire quella gente che è stata qui stamattina». «Ah», fece l’altra e si rimise tranquilla, «no, non mi hanno dato un lavoro particolare». K. la guardò mentre riprendeva la sua calza. Sembra stupirsi che io ne parli, pensò, come se ritenesse sbagliato che io ne parli. A maggior ragione devo farlo. Posso parlarne solo con una donna anziana. «Sì che le abbiamo dato del lavoro», disse poi, «ma non succederà più». «No, non potrà succedere più», confermò lei e rivolse a K. un sorriso quasi malinconico. «Lo crede seriamente?», chiese K. «Sì», rispose lei abbassando la voce, «ma innanzi tutto lei non se la prenda troppo. Cosa non succede a questo mondo! Dal momento che lei mi parla con tanta confidenza, signor K., posso confessarle che ho un po’ origliato dietro la porta e che le due guardie hanno raccontato qualcosa anche a me. Insomma, si tratta della sua felicità, e questa mi sta a cuore, più di quanto, forse, mi competa, in fondo non sono che l’affittacamere. Qualcosa ho sentito, dunque, ma non posso dire che fosse qualcosa di particolarmente brutto. No. Lei è in arresto, certo, ma non in arresto come un ladro. Se uno viene arrestato come un ladro, allora sì che è brutto, ma questo arresto... Mi sembra qualcosa da gente istruita, mi scusi se dico una sciocchezza, una cosa da gente istruita, che io non capisco, ma che nemmeno si è tenuti a capire». «Non è affatto stupido quel che ha detto, signora Grubach, io almeno sono in parte del suo avviso, solo che giudico tutta la faccenda più drasticamente di lei, e non la prendo nemmeno per una cosa da gente istruita, bensì per un bel niente. Sono stato colto di sorpresa, ecco cosa. Se mi fossi alzato appena sveglio, senza lasciarmi confondere per il fatto che Anna non si era ancora vista, e fossi venuto da lei senza curarmi di chi mi avesse sbarrato il passo, se per questa volta, in via eccezionale, avessi magari fatto colazione in cucina, se avessi mandato lei a prendermi gli abiti in camera mia, insomma, se avessi agito in modo ragionevole, non sarebbe successo nient’altro, tutto sarebbe morto e finito lì. Ma si è così poco preparati. In banca, per esempio, sono preparato, una cosa del genere là non mi potrebbe succedere, là ho un mio usciere personale, sul tavolo davanti a me c’è il telefono esterno e interno, arriva continuamente gente, clienti e impiegati, ma soprattutto poi sono sempre applicato al lavoro, quindi ho tutta la mia presenza di spirito, là mi farebbe addirittura piacere essere messo di fronte a una cosa del genere. Beh, ora è passata, e veramente non volevo nemmeno più parlarne, volevo solo sentire il suo giudizio, il giudizio di una donna di buon senso, e sono proprio contento che ci troviamo d’accordo. Ora deve darmi la mano, questo nostro accordo ha da essere confermato da una stretta di mano». Mi darà la mano? L’ispettore non mi ha dato la mano, pensò e guardò la donna in modo diverso da prima, scrutandola. Lei si alzò, perché anche lui si era alzato, aveva l’aria leggermente imbarazzata, perché non tutto quello che K. le aveva detto le era riuscito comprensibile. Ma proprio per questo imbarazzo disse una cosa che altrimenti non avrebbe voluto dire e che non cadeva nemmeno a proposito: «Non se la prenda tanto, signor K.», fece, con le lacrime nella voce, e naturalmente dimenticò anche la stretta di mano. «Non direi che me la sto prendendo», disse K., improvvisamente stanco, rendendosi conto di quanto fosse inutile ogni consenso della donna. Sulla porta chiese ancora: «La signorina Bürstner è in casa?». «No», disse la signora Grubach, e nel dare quest’asciutta informazione sorrise con tardiva, ragionevole partecipazione. «È a teatro. Voleva qualcosa da lei? Devo riferirle qualcosa?». «Oh, volevo solo scambiare due parole con lei». «Purtroppo non so quando torna; quando va a teatro di solito rientra tardi». «Fa lo stesso», disse K., e già si voltava a testa bassa verso la porta per andarsene, «volevo solo scusarmi con lei per aver approfittato oggi della sua stanza». «Non è necessario, signor K., lei si fa troppi scrupoli, la signorina del resto non sa niente, non era più in casa fin dal mattino presto, e poi è già tutto rimesso in ordine, guardi lei stesso». E aprì la porta della stanza della signorina Bürstner. «Grazie, le credo», disse K., ma poi andò ugualmente alla porta aperta. La luna splendeva quieta nella stanza buia. Per quanto si poteva vedere, ogni cosa era davvero al suo posto, anche la camicetta non era più appesa alla maniglia della finestra. Illuminati in parte dal chiaro di luna, i cuscini sul letto sembravano stranamente alti. «La signorina rientra spesso tardi», disse K., e guardò la signora Grubach come se ne fosse responsabile lei. «Sa come sono i giovani», fece quella a mo’ di scusa. «Certo, certo», disse K., «ma a volte si esagera». «Proprio così», disse la signora Grubach, «quanto ha ragione, signor K. Persino in questo caso, forse. Non voglio certo dire male della signorina Bürstner, è una cara ragazza, buona, gentile, ordinata, puntuale, lavoratrice, tutte cose che apprezzo molto, ma una cosa è vera, dovrebbe avere più orgoglio, star più sulle sue. Questo mese l’ho già vista due volte in strade fuori mano e sempre con un uomo diverso. Me ne dispiace proprio, lo racconto solo a lei, signor K., quanto è vero iddio, ma sarà inevitabile che ne parli anche con la signorina stessa. Del resto, non è solo questo che me la rende sospetta». «Lei è su una strada sbagliata», disse K. furibondo e incapace di nasconderlo, «evidentemente, poi, ha frainteso anche la mia osservazione sulla signorina, non la intendevo così. Anzi, la metto in guardia, senza scherzi, dal dire qualcosa alla signorina, lei si sbaglia assolutamente, conosco molto bene la signorina, non c’è niente di vero in quello che ha detto. Ma forse esagero, non la voglio trattenere, le dica quel che le pare. Buona notte». «Signor K.», implorò la signora Grubach, e lo inseguì fino alla porta della sua stanza che lui aveva già aperto, «non intendo affatto parlare con la signorina, è chiaro che prima la voglio osservare ancora, solo a lei ho confidato quel che sapevo. In fin dei conti, se uno cerca di mantenere pulita la pensione, è nell’interesse di tutti gli inquilini, ed è di questo che mi preoccupo, nient’altro». «La pulizia!», esclamò ancora K. attraverso lo spiraglio della porta, «se lei vuol mantenere pulita la pensione, il primo che deve mandar via sono io». Poi sbatté la porta e non prestò più ascolto a un leggero bussare. Decise invece, dato che non aveva nessuna voglia di dormire, di rimanere ancora sveglio, approfittandone per vedere a che ora sarebbe rientrata la signorina Bürstner. Così sarebbe stato magari anche possibile, per quanto sconveniente, scambiare qualche parola con lei. Mentre stava alla finestra con gli occhi che gli si chiudevano dal sonno, per un istante pensò addirittura di punire la signora Grubach convincendo la signorina Bürstner ad andarsene insieme a lui. Ma subito questo gli parve terribilmente esagerato, e gli venne persino il sospetto che il suo proposito di cambiare casa fosse dovuto ai fatti del mattino. Niente sarebbe stato più insensato, soprattutto più inutile e vile. Quando fu stufo di guardare giù nella strada vuota, si sdraiò sul divano, dopo aver socchiuso la porta che dava sull’anticamera per poter vedere, anche da dove si trovava, chiunque entrasse in casa. Fino alle undici circa rimase sdraiato tranquillo sul divano fumando un sigaro. Ma poi non resistette più fermo, e andò un po’ in anticamera, come se potesse così affrettare l’arrivo della signorina Bürstner. Non che la desiderasse particolarmente, non riusciva nemmeno a ricordarsi bene che aspetto aveva, ma adesso voleva parlare con lei e lo irritava che, con il suo ritardo, avesse portato agitazione e disordine anche sul finire di quella giornata. Era anche colpa sua se lui non aveva cenato e aveva tralasciato il proposito di far visita a Elsa. Poteva, d’altra parte, recuperare ancora l’una e l’altra cosa andando adesso nel locale dove Elsa prestava servizio. L’avrebbe fatto anche più tardi, dopo aver parlato con la signorina Bürstner.
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