Capitolo II
Da sempre i contadini e i pastori sapevano che la montagna sopra il paese era magica.
Le donne che volevano avere figli erano sicure che, se fossero salite lassù fino alla grotta delle colonne e si fossero fermate a pregare, lasciando poi un pane, una focaccia, un agnello, della frutta e avessero bevuto l’acqua cristallina che sgorgava dalla roccia lì vicino, nel giro del mese successivo sarebbero rimaste incinte e avrebbero partorito figli sani e belli, come già avevano fatto le loro mamme e prima di loro le mamme delle loro mamme.
Le più coraggiose si erano spinte fino all’imboccatura della caverna e giuravano di aver sentito un respiro profondo e cadenzato. Se si facevano temerarie e avanzavano ancora, subito si levava un grande vento che le respingeva indietro, impaurite.
Era come se quella caverna, in cui nessuno, nemmeno gli uomini, osava entrare, fosse custodita dalle aquile delle rocce, che, agitando le grandi ali, respingessero i curiosi e gli intrusi.
Le aquile gli abitanti di quelle zone le vedevano volare lassù, in lenti giri regali. I loro nidi dovevano essere là dentro e guai a chi avesse osato entrare.
Davanti all’imboccatura della caverna nel corso di anni e anni passarono donne con corte tuniche, allacciate a vita, madri in lacrime per chiedere il ritorno di figli e mariti partiti su grandi navi a remi e poi a vela.
Si vedevano inginocchiati a chiedere buona fortuna soldati armati di spada e poi di archibugio, che partivano per battaglie e guerre non loro: a morire per signori che non conoscevano.
E ancora contadini, pastori, operai per chiedere il coraggio di combattere per la libertà della loro terra, insieme agli stranieri con la camicia rossa.
Vecchi rimasti soli che pregavano a bassa voce per i figli partiti per il nord di quel continente, a difendere una patria che nessuno sentiva propria.
Donne vestite di nero e bambini scalzi per chiedere aiuto per il grande viaggio che li avrebbe portati in una terra lontana dalla fame, che si leggeva nei loro occhi scavati e nelle loro pance gonfie.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, quando qualcuno implorava disperato, dalla grotta usciva un mormorio, una corrente calda che li faceva sentire bene: almeno pareva che qualcuno finalmente pensasse a loro.
In quel lembo di Sicilia, tra le montagne e il mare, la gente aveva sempre vissuto di povertà e speranza. Molte religioni si erano avvicendate per offrire verità: a prendere molto e a regalare solo parole.
Ma il popolo di quelle contrade non si lasciava portare via la magia da nessuno.
Erano sicuri che fosse lì solo per loro. Con gli stranieri non ne parlavano quasi mai.
I figli tornavano sempre e i bimbi continuavano a nascere e nessuna aveva il ventre secco, se andava lassù, beveva l’acqua, parlava con la magia della montagna e lasciava un’offerta.
Tra loro si raccontavano le storie della consolazione e, quando qualcuno aveva bisogno, bastavano pochi sguardi d’intesa.
“Sali sulla montagna” si dicevano.
Poi lunghi silenzi sui sentieri solitari, con la speranza nel cuore e la preghiera sussurrata a fior di labbra: tra il vento che fischiava sulle rocce e lo stridere delle aquile.
Il sole si spostava sull’orizzonte: più alto, più basso. La luce durava di più, ancora di più. Poi di meno, sempre di meno.
Di notte un sole freddo, pallido, oscurava le stelle, poi rimpiccioliva e scompariva in una piccola falce e il cielo si riempiva di moltitudini di bagliori. Sempre uguale.
Ricordava i suoi compagni.
I secoli passavano su quel pianeta e lui restava nascosto nell’ombra.
Poi per riempire il vuoto del tempo aveva incominciato ad ascoltare e a esaudire tutti gli esseri che chiedevano aiuto. Solo quelli, però, che salivano da lui e lo pregavano come fosse un dio: il loro dio.
E tutto scorreva senza fine. Sempre uguale.
Erano mesi che, di quando in quando, sentiva tuoni diversi dal solito. Erano più secchi, più frequenti, cambiavano tonalità: più alti, più bassi, più profondi, più acuti, continui.
Poi il silenzio e solo il rumore cupo di quelle cose in cielo, che si allontanavano e non erano aquile, mentre laggiù, vicino al mare: il fumo e il fuoco.
In quel tempo, davanti alla grotta erano passati uomini con divise diverse, che parlavano lingue diverse, ma con tutti gli era bastato concentrarsi ed erano andati oltre, come se quell’antro buio non fosse degno neanche di essere guardato.
Anche quando pioveva e lì avrebbero potuto trovare riparo, preferivano scendere più giù, dove c’erano altre caverne e lui, da lì, sentiva arrivare l’odore del fuoco e del cibo che facevano scaldare, mentre voci giovani ridevano forte e cantavano.
Sapeva che nel loro cuore c’era la paura di morire troppo presto. Paura, insieme alla voglia di scappare, ma anche loro come lui ubbidivano ad un capo e avevano un nemico da sconfiggere.
Era qualche giorno che i soldati se ne erano andati, trascinandosi dietro le loro pesanti armi.
Non si sentivano più tuoni vicini, ma, lontano, verso il punto in cui la luce era più alta, i colpi erano ricominciati e si spostavano verso di lui, lentamente, ma inesorabilmente.
“La paura e la morte si avvicinano ancora.”
Quel giorno lo sentiva nel cuore e nella mente, dove risuonavano voci e grida, mentre il sole era sempre più alto.
Poi lo vide.
Se ne stava lì, seduto a guardare verso la valle e più lontano il mare.
Era un ragazzino: lungo e secco. Gambe stecchite, che spuntavano da pantaloncini laceri e una canottiera sporca, strappata in più punti sulla schiena.
“Forse è caduto.”
Era impolverato e si vedeva il sangue secco sul tessuto e ne usciva ancora da profondi graffi sulle gambe.
“Deve aver corso, senza badare alle rocce e ai rovi.”
Pure i capelli erano ingrommati di terra e sangue.
“È caduto correndo… Fuggiva. Ha del sangue anche in faccia, ma non sembra ferito.”
Pensava ancora dall’ombra.
Il ragazzino aveva il respiro affannato e le labbra screpolate per l’arsura.
Se ne stava immobile: nonostante il caldo e la sete che certamente doveva avere, sembrava non si fosse accorto dell’acqua che sgorgava da una delle colonne di roccia vicino all’ingresso della caverna.
Il tempo passava, il sole era alto, inesorabile.
“Alzati su, che cosa aspetti? Vai a bere” continuava a pensare.
Il piccolo non girò neanche la testa.
Solo allora si accorse che la polvere all’angolo degli occhi era lavata via: stava piangendo.
“Che cosa vuole da me, non è come gli altri: non mi chiede nulla, non mi ha portato nulla.
Se non gli servo, faccia quello che vuole: basta che non entri, altrimenti…”
Pensò risentito perché non si rivolgeva a lui con il solito timoroso rispetto.
Ormai si era abituato a essere la magia della montagna, a cui tutti pensavano e si rivolgevano. Sempre.
Il sole aveva cominciato a scendere e quello era ancora lì a guardare, senza vedere.
Gli rivolse il pensiero e sentì la sua paura e la riconobbe.
Luce, tuono, distruzione: la sua paura.
Poi forte, impotente, avvertì l’odio: come il suo.
Si fermò nella sua mente e vide...