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1697 Words
1 Il freddo di quella sera era pungente, l’aria odorava di neve. Il magistrato Elena Macchi sollevò il bavero a scialle del piumino verde cangiante, portandolo a coprire collo e orecchie. Nonostante i lunghi capelli sciolti sulle spalle, l’aria si infilava malandrina ovunque trovasse uno spiraglio. Lasciò che il fiato caldo si espandesse all’interno del bavero imbottito e si sentì avvolgere la pelle nuda del collo da un piacevole tepore. Calzava un paio di stivali color panna in pelle, alti fino a metà coscia. Il tacco dodici slanciava ulteriormente la sua figura, facendola svettare tra la massa del pubblico femminile che attendeva davanti al teatro Apollonio. «Se non si sbrigano ad aprire queste porte, moriremo congelati», bofonchiò. La bocca fece capolino attraverso la stoffa e le parole si materializzarono in forma di nuvola agli occhi del suo accompagnatore. Da alcuni giorni le temperature erano paurosamente precipitate sotto lo zero. Convenne che non era stata una buona idea indossare il vestito nero con la gonna corta. L’aria soffiava gelida, avvolgendosi attorno alle gambe, fasciate in un paio di collant coprenti ma non troppo. Era la classica sera invernale da trascorrere in casa, davanti alla tivù, sotto allo Scaldotto, oppure a letto, sotto il piumone in compagnia di un buon libro e di una tisana della buonanotte. Solo Aldo Marini avrebbe potuto spingerla a uscire in una sera così. Marini era un artista molto conosciuto tra i raffinati intenditori della musica classica. Elena Macchi adorava i suoi concerti. Fino a quel momento li aveva seguiti solo in televisione, sul canale dedicato alla musica classica, ma ora che il noto pianista si esibiva in città in coppia con una violoncellista, come avrebbe potuto non assistere alla sua esibizione dal vivo? Elena era venuta a conoscenza dell’evento previsto per quel 18 gennaio alle ore 21:00 da un manifesto affisso sul muro dell’Ippodromo, proprio di fronte al Palaghiaccio. Era consuetudine del Comune tappezzare il muro di cinta di via Albani con manifesti degli spettacoli in programmazione al maggiore teatro della città, come se fosse un gigantesco palinsesto. I cartelloni pubblicitari non potevano sfuggire agli sguardi degli automobilisti, strategicamente posizionati di fronte a uno stop in discesa, dove le auto erano costrette a fermarsi. Il magistrato era passata dall’Apollonio una tarda mattinata a ritirare due biglietti, non appena erano state aperte le vendite. Aveva scelto la prima fila, così da poter gustare da vicino l’esibizione. E ora fremeva per entrare e prendere posto. La smania di sentire Marini suonare era pari a quella di scaldarsi all’interno del teatro. «Hai tanto freddo?», domandò Lorenzo 1. La guardava con tenerezza. Le si fece più vicino e le pose un braccio intorno alle spalle, stringendola a sé. Finalmente le porte del teatro si aprirono e la folla si accalcò per guadagnare l’ingresso. «Odio la ressa», sottolineò Elena Macchi. «Vorrei sapere perché la gente ha questa mania di spingere, anche quando ha già il posto assicurato». A Lorenzo sfuggì un sorriso divertito. Già immaginava le fantasie che stavano passando per la testa della sua compagna in quell’istante. Sapeva che avrebbe voluto sguainare il tesserino e presentarsi come il Pubblico Ministero Elena Macchi. “Fate passare”, gli pareva di sentirla, perché era così che Elena si presentava sui luoghi dei delitti. Ma quello era soltanto un teatro. Una come lei non era abituata a dover attendere, non era avvezza alle code, ma, soprattutto, era impaziente e voleva che tutto le fosse servito secondo le sue istruzioni. Lorenzo Chiari aveva conosciuto il magistrato a una serata di gala. Erano stati presentati da Lucia, sorella di lui, noto avvocato di Varese. Lorenzo era rimasto affascinato immediatamente dalla figura austera del magistrato, dai suoi occhi verdi, glaciali, come non ne aveva mai visti, eppure, allo stesso tempo caldi e profondi. Aveva colto il magnetismo del suo sguardo ed era rimasto abbagliato dal fascino prepotente di quella donna così fieramente sicura di sé. C’era da dire che la fama del magistrato la precedeva in ogni occasione. Tutti quelli che avevano avuto a che fare con lei sapevano di che pasta fosse fatta e non c’era nessuno che fosse in grado di tenerle testa. Elena Macchi otteneva sempre quello che voleva, andava dritta verso l’obiettivo, come una freccia, scoccata da un abile arciere, centra il bersaglio al primo colpo. C’era chi non la sopportava per quel suo carattere duro, caparbio e ostinato. Non era sua abitudine sprecare sorrisi, tantomeno lasciarsi andare ad atteggiamenti confidenziali. Il Pubblico Ministero teneva sempre le distanze con chiunque. Correva voce che non avesse amici, soltanto semplici conoscenze, limitate al campo lavorativo. Pure in quello affettivo il magistrato non aveva mai avuto una relazione duratura. Aveva innata l’indole della cacciatrice, non amava legarsi a qualcuno, ma non disdegnava incontri focosi con aitanti giovani in cerca di avventure. La parola innamoramento era bandita dal suo vocabolario. Eppure, col passare degli anni, il peso della solitudine aveva cominciato a farsi gravoso anche per lei, tanto che aveva ceduto alla corte di Lorenzo, nonostante non ne fosse innamorata. I due facevano coppia fissa da un po’, ma il P.M. aveva voluto mettere subito in chiaro alcune cose riguardo il loro rapporto, prima fra tutte ognuno a casa propria. Non sopportava l’idea di dover condividere i propri spazi con un’altra persona. Aveva trascorso un’intera vita nella solitudine delle pareti domestiche ed era abituata a gestirsi il proprio tempo e i propri spazi a modo suo. Non avrebbe mai accettato interferenze di alcun tipo. Agli occhi della gente, Elena e Lorenzo formavano una coppia bene assortita, entrambi di bell’aspetto, l’aria interessante, una buona posizione sociale. All’interno il teatro era caldo e accogliente. Elena Macchi e Lorenzo Chiari presero posto a sedere, accompagnati da una giovane donna con una targhetta sul petto. C’era fermento in sala, in attesa che il concerto avesse inizio. Il vociare del pubblico risultava fastidioso alle orecchie del magistrato, stanca della lunga giornata lavorativa. Finalmente si spensero le luci e il vociare scemò gradatamente, fino a ridursi a brusio e poi silenzio. Uno scroscio di applausi invase la sala, non appena Aldo Marini e la violoncellista Micaela Villa fecero il loro ingresso sulla scena. Elena Macchi rimase colpita dall’aspetto appariscente della giovane strumentista dai capelli rosso fuoco. La donna indossava un elegante abito nero, lungo, molto scollato sul davanti, che metteva in mostra un seno piccolo, ma perfetto. Dopo un breve inchino, i musicisti presero posto e a un cenno di intesa tra i due, l’esibizione ebbe inizio. I brani spaziarono da Cherubini a Schubert, secondo un repertorio che andava dal Barocco al Romanticismo. Lorenzo allungò una mano verso quella della sua compagna e gliela presa con un tenero gesto. Elena lasciò fare, ma non gli rivolse mai lo sguardo per tutta la durata del concerto, rapita com’era dalla magia di quella musica. Aveva un’espressione estasiata dipinta sul volto. Quella musica ascoltata dal vivo era tutta un’altra cosa. Il maestro sprizzava un’energia contagiosa, mentre muoveva con grazia ed eleganza le lunghe dita sulla tastiera. Sentirlo suonare trascinava in una dimensione al di fuori di quella reale. Era come se fosse stata la musica a muovere lui e non viceversa. Elena Macchi si lasciò rapire dalle note e dalla visione di quell’uomo dotato di un magnetismo fuori dall’ordinario. Al termine dell’esibizione, tutti si alzarono in una standing ovation, reclamando il bis. Marini e la Villa, dopo numerosi e ripetuti inchini, mano nella mano, tornarono ai propri posti e accontentarono il pubblico esibendosi in un brano del tutto inconsueto : All of Me di John Legend. L’ovazione finale durò un’infinità di tempo. Erano le 22:30 quando Elena e Lorenzo uscirono dalle porte a vetro dell’Apollonio per dirigersi verso il parcheggio delle Corti, dove Lorenzo aveva posteggiato la Volvo. «Concerto meraviglioso!», commentò Elena, lasciandosi prendere sotto braccio. «All of Me suonata in quel modo non l’avevo mai sentita». «Davvero due grandi artisti», convenne Lorenzo, infilandosi una mano nella tasca del cappotto in cerca del telecomando dell’auto. «Accidenti!», esclamò, arrestandosi di colpo. «Che c’è?». Elena si fermò a sua volta. «Il telecomando della macchina. Deve essermi scivolato fuori dalla tasca». «Ne sei certo? Magari lo hai messo in quella dei pantaloni». «No, non c’è. Era nel cappotto, sono sicuro. Torno dentro a controllare. Vieni con me?». «No, dai, ti aspetto qui. Muoviti, però». Elena rimase ferma a osservare Lorenzo che si dirigeva di corsa verso il teatro. Ci mancava solo che avesse perso la chiave! In quell’istante, anche Aldo Marini e Micaela Villa uscirono dal lato posteriore del teatro, quello che recava sulla porta la scritta uscita artisti. Elena Macchi rimase ferma a osservarli, mentre scendevano la scalinata di ferro, lui avvolto in un giubbotto scuro, lei in una vistosa pelliccia di visone. Il P.M. era sufficientemente vicina da notare che il Marini non era particolarmente allegro, nonostante il successo conseguito quella sera. Le parve che avesse lo sguardo mesto. La violoncellista, invece, lo guardava con tenerezza. I gesti, le attenzioni l’uno nei confronti dell’altra facevano pensare che tra i due non ci fosse soltanto un rapporto di amicizia. Lorenzo tornò poco dopo col telecomando in mano. «Era scivolato sotto la poltrona». Attraversarono la piazza pavimentata in porfido e si diressero verso l’ingresso del grande parcheggio coperto di piazza Repubblica. Si trovarono davanti la coda alle casse automatiche. «Vuoi andare subito a casa o ti va di bere qualcosa?», chiese Lorenzo, nell’attesa. «Sono stanca. Voglio andare a casa». «Vuoi che salga un po’ da te?». Ecco dove Lorenzo sbagliava: le chiedeva sempre cosa volesse. Accidenti a lui e alle sue buone maniere! Come avrebbe potuto perdere la testa per un uomo così? “Perché non provi a essere meno educato? Perché invece di chiedermi posso non dici voglio salire da te?”. Elena necessitava di un uomo vero, non di un damerino. Anche a letto. Era cacciatrice nell’animo, ma nell’atto sessuale le piaceva essere dominata. Lorenzo, al contrario, era sempre attento a non commettere sbagli. Troppo controllato. Non si fa l’amore con educazione e soprattutto non si chiede il permesso di farlo. Mai una volta che l’avesse posseduta con prepotenza, come piaceva a lei. Rischiava di diventare noioso. Le passarono per la testa le notti di fuoco trascorse con partner improvvisati, conquiste di una sola notte. Odiava l’abitudine, odiava la monotonia. Lorenzo era dolce, per carità, era gentile, raffinato, ma sotto le lenzuola lo avrebbe voluto maschio, animale, cosa che lui non era mai stato. La Volvo arrestò la corsa in via Monastero Vecchio, davanti alla vecchia villa liberty trasformata in residenza condominiale. «Vuoi che salga un momento? È presto per andare a dormire», disse Lorenzo senza spegnere il motore. “Se sale, si scopa”, pensò Elena. Non era molto entusiasta dell’idea, però... Guardò l’orologio al polso: le 23:10. L’indomani si sarebbe dovuta alzare presto, per recarsi in tribunale. Indugiò un istante, poi prese la sua decisione. «D’accordo, sali».
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