CAPITOLO DODICI
Cavalcammo così duramente da temere che Ilyas avrebbe ucciso i cavalli, ma non raggiungemmo i fuggitivi sulla pianura. Né incontrammo di nuovo i negromanti. Così mi preparai al peggio quando cogliemmo il primo scorcio del Barbican qualche ora più tardi.
Mi aspettavo un cumulo di macerie. Altri corpi spezzati. Ma all’apparenza la fortezza era immacolata. Si trovava su un blocco di roccia nel mezzo di un lago poco profondo. Fuochi bruciavano lungo le pareti grigie, a mezzo metro l’uno dall’altro. Soldati armati di tutto punto custodivano l’ingresso e altre dozzine di sentinelle ci seguivano dall’alto delle torri circolari che collegavano ogni angolo. Un ponte di legno si stagliava sull’acqua e conduceva a un massiccio cancello di ferro.
Tirammo le briglie sulla riva. L’aria aveva uno strano odore e potevo avvertire il disagio di Darius.
«L’ultima difesa», disse a voce bassa. «Se la fortezza viene attaccata, non devono far altro che scagliare una torcia nel lago e l’acqua brucerà. Una combinazione di resina di pino, nafta e altre sostanze che non riconosco.»
«Ma non lo hanno fatto», osservai.
«No, non lo hanno fatto.»
«Darius!» chiamò Ilyas. «I fuggitivi. Sono venuti da questa parte?»
«Io…» Darius si accigliò e io avvertii il potere fluire nel legame. «Sono passati un po’ più a sud. Ma… non capisco…»
«Cosa? Dimmi!»
Darius scosse il capo. «Se ne sono andati, capitano.»
«Cosa intendi?»
«Intendo che non riesco più a percepire la loro presenza.»
«Che siano morti?» domandò Ilyas, speranzoso.
Sapevo a cosa stava pensando. Che i negromanti li avessero catturati e che forse entrambe le fazioni si fossero massacrate in battaglia. Due uccelli presi con una sola pietra.
«Potrebbe darsi», disse Darius. Ma ne dubitava. E anch’io.
Ilyas prese un profondo respiro. «Nazafareen, vieni con me. Gli altri aspetteranno qui. Andiamo a scoprire se hanno visto qualcosa.»
Feci partire il mio cavallo al trotto e attraversammo il ponte, il suono degli zoccoli che echeggiava sulle assi di legno. Quando raggiungemmo i cancelli, Ilyas fece il segno della fiamma e spiegò che eravamo stati mandati dal Satrapo Jaagos, ma non aggiunse altro. I soldati, tutti uomini con i volti duri, aprirono i cancelli lo spazio sufficiente per farci passare, quindi li serrarono di nuovo.
Entrammo prima in un cortile e quindi nella fortezza vera e propria. Ovunque bruciavano le torce e scagliavano luci tremolanti sulla nuda pietra. Nessun daeva sarebbe potuto entrare in quel posto.
Scendemmo da cavallo e due magi incappucciati vestiti di semplici tuniche marroni portarono via gli animali. Un terzo ci fece segno di seguirlo. Non riuscii a vederlo in faccia, ma le sue mani avevano una notevole quantità di cicatrici. Bruciature, a giudicare dall’aspetto.
«Si fanno chiamare Purificati», mi sussurrò Ilyas mentre seguivamo il magus lungo il corridoio. «Accolgono il dolore di lavorare con il Sacro Fuoco. È un segno della loro devozione.»
Annuii, chiedendomi quanto quelle cicatrici si estendessero sotto le vesti. Ero pia quanto chiunque altro, ma il pensiero di bruciare il mio corpo per amore del Sacro Padre mi faceva sentire male.
«L’Alto Magus», disse il nostro accompagnatore, aprendo una porta.
Un uomo si ergeva davanti a un piccolo altare del fuoco. Era curvo e con i capelli bianchi – proprio come pensavo che un magus dovesse essere quando ero una ragazzina – ma i suoi occhi neri erano illuminati dall’intensità di un vero zelota. Indossava una veste bianca con un faravahar d’oro ricamato sul petto. Notai la severità della bocca dalle labbra sottili, l’estrema magrezza del volto, e capii subito che quello era un uomo molto diverso dal magus che avevamo a casa.
«Dei Water Dog da Tel Khalujah», disse l’Alto Magus. La voce era profonda e rauca, come se non la usasse spesso. «Cosa vi spinge al Barbican?»
Di nuovo, Ilyas fece il segno della fiamma prima di parlare. «Una settimana fa c’è stata un’evasione da Gorgon-e Gaz. Sei daeva. Li abbiamo seguiti attraverso le montagne e ora attraverso la piana. Le tracce conducevano qui, ma… be’, sembra che li abbiamo persi.»
L’espressione dell’Alto Magus non cambiò, anche se la sua disapprovazione era evidente. «Capisco. E perché avete pensato di trovarli qui?» Fece un gesto verso l’altare, verso la moltitudine di torce che bruciava sui supporti. «Noi non temiamo i daeva.» Sputò la parola come se fosse un pezzo di carne andata a male. «Questa fortezza è inespugnabile.»
«Questo lo so bene, Alto Magus», disse Ilyas. «Ma fino a pochi minuti fa si stavano dirigendo proprio verso il Barbican. Temevamo un assalto di qualche tipo.»
«Le vostre paure sono infondate. Qui va tutto bene.»
«Abbiamo anche incontrato dei negromanti sulla pianura», continuò Ilyas. «Hanno dei prigionieri umani. Se avete soldati da inviare…»
«Temo di non poterlo fare», replicò l’Alto Magus. «Specialmente con dei daeva pericolosi in libertà. Ora, se volete scusarmi, ho altre questioni di cui occuparmi.»
Stava per voltarsi, quando mi trovai a parlare. Non avevo in mente di farlo, ma mi era appena venuta un’idea. Non pensavo fosse una coincidenza che i fuggitivi fossero passati così vicini al Barbican. Se ciò che avevano detto i negromanti era vero, avrebbero dovuto evitare Bactria a ogni costo. La Regina Neblis aveva chiaramente un conto in sospeso con loro. Non era una loro alleata, anzi, l’opposto. Se avesse catturato quei daeva, probabilmente li avrebbe torturati a morte.
Cosa che lasciava loro due scelte. Scappare a sud, verso il deserto del Sayhad e la satrapia di Al Miraj, o a nord verso uno dei villaggi costieri del Midnight Sea, dove una nave avrebbe potuto condurli direttamente tra le file di Eskander. Quella sarebbe stata la scelta più ovvia. Ma non avevano fatto nessuna delle due cose. Avevano rischiato di attraversare l’aperta pianura, con i Water Dog che li inseguivano. Fino a quando non li avevamo persi, avevano percorso una linea retta fino al Barbican. Lì doveva esserci qualcosa che loro volevano.
«Aspettate», dissi.
Ilyas si accigliò e provò a prendermi il braccio, ma me lo scrollai di dosso.
L’Alto Magus mi osservò. «Parla, ragazza», disse, impaziente.
Presi un profondo respiro. Se mi fossi sbagliata, saremmo stati fortunati ad andarcene tutti interi. «A Gorgon-e Gaz le guardie li hanno assistiti nella fuga.» Mi fermai, lasciando che la dichiarazione venisse assimilata. «Hanno avuto un aiuto dall’interno.»
Gli occhi neri da predatore dell’Alto Magus si fissarono su di me. «Cosa stai suggerendo, esattamente? Che ci sono dei traditori qui?»
«No, Alto Magus. Non penserei mai una cosa del genere. Solo che magari sarebbe opportuno controllare se qualcuno se n’è andato o è tornato nelle ultime ore», risposi. «Soldati. Purificati. Chiunque.»
Credetti che avrebbe potuto scagliarmi sulle fiamme dell’altare, ma l’Alto Magus si bloccò. I suoi occhi vagarono lungo la stanza. Anche Ilyas e io rimanemmo immobili.
«No, è impossibile», disse alla fine. «Come capirete tra un momento. Il ponte è l’unica via per entrare o uscire.»
Lo seguimmo mentre si incamminava fuori dalla porta e lungo il corridoio, attraverso il cortile interno fino ai cancelli. I soldati scattarono sull’attenti quando lo videro.
«Qualcuno oggi si è allontanato?» domandò l’Alto Magus. «Dite la verità o lo saprò.»
Le guardie parvero confuse.
«Be’, sì», disse una di loro. «Due Purificati hanno attraversato i cancelli non più di un’ora fa. Per ordine tuo, Alto Magus. Ho controllato i documenti personalmente. Recavano il tuo sigillo.»
La faccia dell’Alto Magus sembrò crollare su se stessa. «Una contraffazione», mormorò. «Qui è avvenuto un tradimento.»
I soldati sembrarono terrorizzati e mi dispiacque per loro.
«Chi era? Quali erano i loro nomi? Parlate!»
«Il Magus Yari e il Magus Mahvar», balbettò la guardia. «Portavano una piccola urna con loro. Hanno detto che era un dono per il Re.»
Quel po’ di colore che rimaneva nel volto dell’Alto Magus svanì a quelle parole. Portò una mano tremante alla fronte. «Non può essere… mai, in duecento anni…»
All’improvviso sembrò fragile e sperduto, solo un vecchio in una tunica sfarzosa.
Ilyas imprecò sottovoce e fece un passo in avanti, prendendo l’Alto Magus per il gomito. «Cosa hanno rubato?» domandò con fermezza. «Il Sacro Fuoco?»
L’Alto Magus non rispose.
«Posso ancora riprenderlo, ma devi spiegarmi tutto», continuò Ilyas. «Dov’era custodito?»
Pareva sul punto di scuoterlo fino a ottenere una risposta, quando l’Alto Magus parlò, la voce appena un sussurro. «Ve lo mostrerò.»
Ci condusse in una camera nel cuore della fortezza. Nel tragitto superammo diversi Purificati incappucciati, ma l’Alto Magus li ignorò. Mi aspettavo un altare, ma la mia prima impressione fu che eravamo entrati nella forgia di un fabbro. Vidi un’incudine e un martello e altri utensili, una morsa che reggeva diversi bracciali realizzati a metà. Vassoi di pepite d’oro grezzo.
Al centro della sala c’era un piedistallo vuoto.
«Sacro Padre, perdonami.» L’Alto Magus seppellì il volto tra le mani.
«Non lo tenete sotto chiave e custodito?» chiese Ilyas, incredulo.
«Era custodito. I soldati, il lago… mai…» Prese un profondo respiro. «Qui i fratelli servono la fiamma. Abbiamo sempre dato per scontato che la minaccia giacesse fuori da queste mura, non al loro interno.»
«Perché avrebbero dovuto prenderlo?» borbottò Ilyas. «Perché?» Camminò fino ad appoggiare il palmo sulla nuda pietra. «Per forgiare nuovi bracciali? Ma a quale scopo?»
L’Alto Magus alzò lo sguardo. «Non per forgiarne di nuovi», rispose con voce spenta. «Ma per spezzarli.»