CAPITOLO QUATTORDICI

3364 Words
CAPITOLO QUATTORDICI Se appartenete alla categoria di quelle persone fortunate che non hanno mai affrontato un’enorme tempesta di sabbia in av­vicinamento in campo aperto, posso dirvi che è una delle cose più terrificanti di tutta la natura. Il fatto che stessimo cavalcando verso di essa, invece di al­lontanarci, peggiorava la situazione. Il vento aumentò di in­tensità, soffiandoci fine rena negli occhi. Adesso riuscivo a ve­dere chiaramente i confini più esterni della tempesta. Un’ondata ri­bollente che mulinava lungo la terra, molto più alta delle torri più elevate di Tel Khalujah e larga quanto il Midnight Sea. All’inizio sembrava strisciare come una nebbia ma, men­tre ci avvicinavamo, mi resi conto che quella cosa che avevano evocato stava correndo. I cavalli nitrirono per la paura. «Restate vicini», gridò Tommas. «Proverò a creare una bolla d’aria una volta dentro.» Darius cavalcava a pochi metri di distanza. Era strano non sentirlo dietro di me, ma avevamo preso cavalcature sepa­rate al Barbican. Tirò le redini con la mano destra, mentre la sinistra rimaneva morta lungo il fianco. Il bracciale intorno al polso non mi era mai sembrato tanto pesante. Prende un pezzo del daeva. Lo mutila… Ilyas era molto più avanti, in prima linea. Ora avrei potu­to dire a Darius la verità, raccontargli ciò che avevamo sco­perto al Barbican e Ilyas non lo avrebbe mai saputo. Ma nel tempo che ci misi a pensarci, avevamo coperto la di­stanza che ci separava dalla tempesta. Presi un profondo re­spiro e di riflesso feci il segno della fiamma. Un momento do­po il mondo si trasformò in soffocante polvere marrone. Mi sferzava la pelle, ululava nelle mie orecchie come un coro di Druj. Mi accucciai sulla sella, a testa bassa, mentre i cavalli rallentavano fino ad andare al passo. Sono pazzi, pensai. Non possiamo combattere in questo stato. Non riusciamo neanche a vedere. Questi poveri cavalli so­no ciechi… E quindi sentii una forza aprire un piccolo spazio nel mael­strom. Tommas aveva mantenuto la sua promessa. Pote­vo ancora sentire il ruggito del vento, ma non mi toccava più. Mi domandai quanto gli costasse schermarci e quanto a lungo avrebbe potuto mantenere quello scudo. Una parte di me odia­va Ilyas per aver spinto il daeva così duramente, ma avevo vi­sto più di una punta di euforia negli occhi di Tommas quando aveva creato la tempesta. Si divertiva a lavorare con l’aria e perché non avrebbe dovuto? Era come un uccello con le ali tarpate, di colpo capace di volare di nuovo. E l’aria non faceva gli stessi danni della terra. Non ti spezzava. Si limitava a usar­ti, come un fabbro utilizzava delle mantici per riscaldare la forgia. Strisciammo in avanti, superando un segnale in pietra ro­vinato dalle intemperie che indicava che avevamo trovato la Royal Road verso Persepolae. Estrassi la spada. La tempesta si infrangeva contro la barriera di Tommas e mi domandai cosa sarebbe successo se fosse crollata del tutto. Non avremmo mai trovato una via d’uscita e solo il Sacro Padre sapeva quanto ci sarebbe voluto prima che la tempesta di sabbia si placasse. Eppure Ilyas ci condusse più in profondità. La luce dimi­nuì, trasformandosi in una strana ombra giallastra. E quindi ci tro­vammo nell’aria pulita. E in una scena da incubo. Corpi ingombravano il suolo. Alcuni indossavano l’oro e il bianco delle guardie di Gorgon-e Gaz, ma almeno tre aveva­no le tuniche blu chiaro, con un triangolo attraversato da una sbarra cucito sul petto. Lo stesso simbolo tatuato sul palmo di Darius. Daeva. Sembravano carbonizzati. Alcuni fumavano ancora. Non eravamo fuori dalla tempesta, ma qualcuno aveva creato una cupola abbastanza ampia – un centinaio di volte più grande della bolla evocata da Tommas – da tenerla lonta­na. Dai fulmini neri che scintillavano lungo la sua superficie, immagi­nai che fosse opera dei negromanti. Gli antimagi. Quattro di loro stavano affrontando un gruppo dei daeva so­pravvissuti. Avevano aggiunto altri collegamenti alle catene e vidi uno dei Purificati vestiti di marrone del Barbican barcol­lare in avanti, con l’espressione vuota, mentre il suo nuovo pa­drone marciava attraverso la carneficina, i denti snudati in un ghigno selvaggio. «Con me!» urlò Ilyas, galoppando verso i negromanti. Tommas e molti dei soldati lo seguirono. Indirizzai il de­striero nel verso opposto, dove gli ultimi umani in vita stava­no per essere macellati dai Druj. Contai nove revenant sul campo di battaglia e diverse ombre vaganti che potevano esse­re sol­tanto lich. Myrri ne fece a pezzi uno usando l’aria, men­tre Tijah sollevava la scimitarra e cavalcava contro un reve­nant, invocando il suo ululante grido di battaglia. Mi scossi la sabbia dagli occhi e abbassandomi evitai la lama fischiante di uno di quei guerrieri non-morti. L’aria puz­zava di sangue e carne bruciata. Quindi Darius fu al mio fian­co. Erava­mo tutti e due a cavallo, ma la cosa ci guardava co­munque negli occhi. Parai un altro affondo e sentii i denti tre­mare fino alle radici mentre Darius strisciava alle spalle della creatura. Il revenant era grande ma non molto sveglio. Un mo­mento dopo, la sua testa stava rotolando in aria. Una delle guardie del Barbican urlò mentre un lich lo av­volgeva nel suo freddo abbraccio. Guardai in preda all’orrore mentre la sua bocca si muoveva in silenzio, le vene sul viso e sul volto che diventavano nere. Myrri lo fece a pezzi mentre l’uomo si mordeva la lingua. Un secondo dopo, un altro si sol­levava dietro di lei, ondeggiando come un cobra. Mi lanciai in avanti, colpendo selvaggiamente. La mia lama lacerò quella sostanza simile a inchiostro, ma le parti cominciarono a fon­dersi di nuovo all’istante. Infine Tijah emerse dalle tenebre e insieme riuscimmo a tenerlo a bada abbastanza a lungo perché Myrri si riprendesse e lo distruggesse. Ma l’ondata di Druj sembrava senza fine. Nel momento in cui ne uccidevamo uno, un altro appariva a prenderne il po­sto. Mulinai la spada fino a quando non persi la sensibilità alle braccia. Eravamo stati fortunati con il primo revenant, ma gli altri si stavano dimostrando più difficili da battere. Stavo san­guinando da una dozzina di posti diversi per essere diventata troppo lenta a evitare quelle lame di ferro lunghe un metro e mezzo. Grazie alla forza che prendevo dal legame, nessuna di quelle ferite sarebbe stata fatale, ma cominciavo a sentirmi an­nebbiata, disconnessa dal corpo. Dall’altra parte della cupola, ebbi uno scorcio di Ilyas, e del suo qarha scarlatto, che si tagliava una via attraverso i Druj come una falce attraverso grano maturo. Un negromante pareva essere a terra, ma erano a terra anche molti dei soldati del Bar­bican. Tijah e Myrri erano state separate da me. La pol­vere danzava nella luminosità arancione, anche se la barriera per il momento sembrava reggere. Battei le palpebre per togliermi il sudore dagli occhi e un tre­more scosse il suolo, seguito da una pioggia di rocce e de­triti diretta verso i negromanti. Qualcuno di molto potente stava la­vorando con la terra e non era Darius. Lo avrei saputo. «Nazafareen!» Il mio daeva cavalcò fino a me. Era rico­perto di sangue, in parte suo, in parte del disgustoso icore ne­ro dei revenant. Quel giorno mi aveva soccorso più volte di quante ne potessi contare, lasciando il mio fianco solo per sal­vare un Pu­rificato da morte certa per mano di un revenant, la cui testa ora giaceva al suolo. Mi tolsi il qarha. «C’è qualcosa che devo dirti. Riguardo ai daeva. Ilyas…» Vidi i suoi occhi spalancarsi e guardai alle mie spalle, giusto in tempo per vedere un negromante marciare fuori dal­le tene­bre, facendo tintinnare le catene. I suoi prigionieri pare­vano andare a tempo con i movimenti del loro padrone, flosci come bambole ma senza mai ostacolarlo. I loro capelli erano secchi come erba in inverno, le gengive tirate su denti schele­trici, mentre il sangue e la vita fluivano nelle guance rosee del ne­gromante. Teneva qualcosa di argenteo nella mano. Sem­brava un globo. Il mio cavallo arretrò alla sua vista, nitrendo per il terro­re. Fui sbalzata dalla sella e colpii terra con un tonfo scioccan­te mentre il negromante scagliava la sfera verso di noi. Esplo­se a qualche metro alla mia sinistra. Sottili fili di fiamme si di­ramarono in tutte le direzioni. Sentii la furia di Darius mentre veniva ricacciato indietro. Era ovvio che usassero il fuoco, pensai cu­pamente. Quei corpi carbonizzati avrebbero dovuto essere un avvertimento sufficiente. Capii che non avevo nes­suna idea su come combattere quella creatura. Il negromante camminò direttamente tra le fiamme dan­zanti come se non esistessero affatto. I suoi prigionieri si tra­scinarono dietro di lui e adesso potevo avvertire il loro odore. Di feci e urina e del fetore della miseria umana. Mi voltai e vo­mitai sulla terra spoglia. Pareva il negromante che ci aveva pregato di unirsi a loro sulla piana. Il capo di quel piccolo gruppo di antimagi. Aveva l’aspetto di un uomo comune. A vederlo in una folla, lo sguar­do sarebbe passato oltre. Aveva capelli castani che gli arriva­vano alle spalle, tenuti indietro da un cerchietto dorato. Aveva zigomi affilati e un naso lungo e leggermente ricurvo. Mentre si faceva più vicino, notai che la sua tunica aveva una frangia in fondo e che quella frangia sembrava fatta di capelli umani. Afferrai la spada e la sollevai mentre il cuore mi martella­va nel petto. Si fermò a pochi passi da me e mi guardò. Quindi sorrise. Senza interrompere il contatto visivo, il negromante tirò in avanti uno dei suoi prigionieri – un ragazzino dai capelli neri – e gli passò un coltello lungo la gola. Il bambino si afflosciò contro il petto del negromante, scalciando debolmente. Non poteva avere più di otto anni. Un esserino pelle e ossa, tutto gi­nocchia e gomiti. Lo shock mi afferrò mentre la vita del pic­colo scorreva via in un flusso cremisi. È un atto di clemenza, solo un atto di clemenza, mi ripetei, mentre le lacrime mi offuscavano la visuale. Adesso avrebbe riposato con il Sacro Padre. Cominciai a sollevare la spada, ma non ebbi il tempo di usarla perché il terreno sotto i miei piedi cominciò a tremare e a spalancarsi. Delle mani ne uscirono, le unghie nere e rovina­te. Quindi spuntarono cinque spade arrugginite. «I miei bambini», esclamò il negromante. «Assisti alla lo­ro nascita, Water Dog!» Sapevo di avere un’unica possibilità di uccidere i reve­nant prima che emergessero del tutto così non sprecai il fiato a ma­ledirlo. Cominciai a colpire. La lama passò attraverso car­ne pu­trida, attraverso ossa vecchie e dure come fossili. Gridai il nome di mia sorella, lasciando che il mio odio per i Druj desse forza al mio corpo stanco. Facevo sempre affidamento su Darius. Combattevamo in coppia, guardando l’uno le spalle dell’altra. Non importava quanto si mettessero male le cose, sapevo che il mio daeva mi avrebbe salvata. Non quel giorno. Ma ero ancora una Water Dog. La luce contro l’oscurità. E ancora ci credevo, nonostante le menzogne dei magi. Ero nata per uccidere i Druj. Se non per il Re e per il Satrapo Jaagos, allora per me stessa. Per la giustizia. Quel discorsetto che mi ero fatta quasi funzionò. Riuscii a decapitarne quattro, ma infine un paio di brac­cia simili a ferro si avvolsero intorno a me da dietro e mi sol­levarono da terra. Puzzavano di tomba. Il respiro mi usciva in ran­toli strozzati mentre l’essere stringeva sempre di più. Stelle co­minciarono a esplodere davanti ai miei occhi. Il volto del negromante fluttuava di fronte a me. Lo vidi far scattare un fermo nascosto nel collare del bambino morto e far ricadere il corpo a terra. «Ho sempre voluto un Water Dog», disse, allo stesso modo in cui un ragazzino avrebbe po­tuto dire di volere un cucciolo con cui giocare. Lottai e scalciai mentre si faceva avanti, la fascia aperta tra le mani. Era un oggetto spregevole, ricoperto di sangue e di ciò che sembrava vomito secco. Urlai, poi il revenant mi co­prì la bocca con la mano. «Shhhh», sussurrò il negromante, passandomi il collare in­torno alla gola. Il metallo era freddo come il ghiaccio. «Ci di­vertiremo, tu e io.» Fece passare le dita lungo il mio seno. «È un lungo viaggio fino a Bactria. Ma tu sei giovane e forte. Starò attento a non usarti troppo velocemente.» Le mie ginoc­chia si piegarono mentre il collare si chiudeva di scatto. «La­sciala andare», disse quindi al revenant. Sentii la sua mente, oscura e strisciante come un tronco in putrefazione. La luce del fuoco si rifletteva sulle catene, ri­flessa a sua volta dai suoi occhi. «In ginocchio», ordinò il negromante. Mi abbassai. La mia spada giaceva ai suoi piedi, ma la co­sa non mi riguardava. Lui mi possedeva, ormai. «Credo che ti chiamerò Lea», disse, quasi parlando a se stesso. «Era il nome di mia madre. Hai i capelli dello stesso colore. Come miele riscaldato dal sole.» L’espressione sul suo volto mentre afferravo l’elsa e lo in­filzavo alla pancia fu impagabile. «Sono già legata, pazzo», gli dissi, dando alla lama una torsione e quindi portandola in un arco che gli recise la mano all’altezza del polso. La catena non aveva ancora toccato terra quando tagliai la testa del revenant con un colpo di rovescio. Perché dal momento in cui il collare si era chiuso intorno al mio collo avevo sentito il mio daeva ricacciarlo indietro. Il mio vero legame, che precedeva tutti gli altri. Un muro scintil­lante intorno alla mia mente e alla mia anima che le dita ra­schianti del negromante non potevano penetrare. Per qualche ragione, non aveva potuto sentirlo. Il potere del Nesso, del mondo vi­vente, era al di là della sua percezione. Nel momento in cui il negromante perse i suoi schiavi, le fiamme morirono. Urlò per il dolore e la rabbia. Indossavo an­cora la fascia, la fine della catena che si trascinava nella sabbia con la sua mano recisa nella manetta come un qualche tipo di pallido ragno. Me la sarei voluta togliere più di quanto avessi mai desiderato qualcosa in tutta la mia vita. Quante per­sone quella creatura aveva torturato e ucciso nel corso degli anni? Mi guardò, ancora tenendosi la pancia, e sorrise. Portai lo stivale in avanti per calciarlo sul volto. Non sa­rebbe morto velocemente, decisi. No, affatto. E quindi un’ombra si staccò dal suo corpo e si solidificò in un secondo antimagus. Realizzai con qualcosa di vicino alla disperazione che quella battaglia non era ancora finita. La ferita alle viscere avrebbe dovuto essere mortale, se lui fosse stato davvero umano. Ma era qualcosa di più, persino senza le povere creature di cui si nutriva. Grazie al Padre, le altre erano ancora vive. Una donna e uno dei Purificati del Bar­bican. Si rannicchiarono a terra, tremando. Ero contenta che fossero sopravvissuti sia perché c’era stata già abbastanza morte quel giorno sia perché il pensiero di affrontare altri die­ci revenant mi faceva venire voglia di rannicchiarmi vicino a loro. Sentii Darius dietro di me un attimo prima che mi spin­gesse via per affrontare i negromanti gemelli. Ciascuno regge­va una lama presa dai revenant che avevo ucciso, brandendola con una mano sola. «Grazie», sussurrai. Darius mi lanciò un’occhiata e, come per miracolo, le lab­bra si distesero in un sorriso. «Pensavo che saresti stata una bistec­ca difficile da masticare per lui, legame o meno.» Avvertii il manto di sangue e sabbia spaccarsi sul mio volto mentre ghignavo a mia volta. «Oh, adulatore dalla lin­gua d’argento.» Un attimo dopo stavamo di nuovo combattendo per le nostre vite. Parata, affondo, parata, affondo. I negromanti erano abili con la spada, ma Darius e io eravamo migliori. Ancora e anco­ra as­sestammo dei colpi che avrebbero dovuto essere fatali. Ogni volta guarirono in pochi secondi. Lo sfinimento mi tra­volse mentre mi giravo da un lato ed evitavo appena un colpo diretto al volto. Ma i negromanti non mostravano cenni di stanchezza. Come immagini speculari, a uno mancava la mano sinistra, all’altro la destra. Se fossimo riusciti a ucciderne uno in qual­che modo, si sarebbe diviso a sua volta in due? Il pen­siero mi gelava fin nel profondo. Darius barcollò mentre il negromante che stava affron­tando lo colpì di piatto sul braccio avvizzito. Cadde su un gi­nocchio, rialzando la spada giusto in tempo per evitare un af­fondo mor­tale. Il vento stava soffiando in loro favore, realizzai con una paura nauseante. E quindi udii il suono di zoccoli. «Il cuore!» gridò Ilyas. «Attraverso il cuore!» «Ci ho già provato!» urlai di rimando attraverso i denti serra­ti. «Non…» «Nello stesso momento! Tutti e due nello stesso momen­to!» Darius balzò in piedi e attraverso il legame avvertii un’esplosione finale della nostra energia condivisa. Ci met­temmo schiena contro schiena. Ebbi uno scorcio di capelli do­rati e un passo zoppicante che mi era familiare mentre Tom­mas arri­vava, seguito da Tijah e Myrri. I negromanti ulularo­no mentre venivano sollevati da catene d’aria. Quando levita­rono diretta­mente sopra le punte delle nostre armi, i daeva li lasciarono andare. Darius grugnì sotto il peso dell’antimagus mentre veniva im­palato sulla sua spada, ma il suggerimento era giusto: pro­prio attraverso il cuore. All’inizio pensai di aver sbagliato i calcoli con il mio. Cadde sulla lama ma la sostanza era come aria. Quindi capii che dovevo essere impegnata a combattere il ge­mello d’ombra, qualunque cosa fosse. L’anima della creatu­ra, forse, se ancora ne aveva una. In ogni caso, il nostro nemi­co era finalmente morto. Abbassai la spada per quella che sembrava la prima volta nel giro di ore e tastai freneticamente lungo il bordo interno del collare. Non riuscivo a sopportare la sensazione di quel metallo ripugnante contro la pelle per un altro secondo. «Lascia fare a me», disse Darius con calma e io mi bloc­cai, il cuore che andava all’impazzata, mentre le sue dita mi acca­rezzavano la nuca. La fascia si aprì e Darius la fece cadere a terra. Quindi ci sputò sopra e io ebbi il desiderio di baciarlo, per quanto strano potesse sembrare. «Come lo hai capito?» chiesi a Tommas. Aveva un aspet­to terribile, ma a quel punto tutti eravamo nelle stesse condi­zioni. «Nel peggiore dei modi», rispose. «Finalmente abbiamo avuto un po’ di fortuna.» «Non fortuna», grugnì Ilyas, facendo il segno della fiam­ma. «La volontà del Sacro Padre.» Tommas annuì, gli occhi guardinghi. «Naturalmente.» «I soldati del Barbican?» domandò Darius. «Tutti morti», tagliò corto Ilyas. «E i daeva?» «Cinque corpi che indossavano il blu. Ma dobbiamo fare un conteggio formale. Anche degli antimagi.» Gli occhi del capi­tano percorsero la cupola. Mi domandai se avesse trovato il fuoco. Ma sapevo che se lo avesse fatto allora sarebbe stato tra le sue mani. Era troppo pericoloso lasciarlo in giro. «Bene, facciamo in fretta, perché credo che il soffitto stia per crollare», osservò Tijah. Alzai lo sguardo e vidi che aveva ragione. La cupola era stata costruita dai daeva o dai negromanti, entrambi morti ora, e adesso la tempesta di sabbia – la cui furia non era sce­mata – stava cominciando a gonfiarsi verso l’interno. La dife­sa magica stava cedendo. «Potrei essere capace di tenerla…» cominciò a dire Tom­mas. Mi accigliai mentre mi voltavo e guardai dietro di lui. Il ra­gazzino era lì, in piedi. Era quello che il negromante aveva ucciso. Gli occhi erano mandorle nere nel volto e reggeva lo stesso coltello che gli aveva tolto la vita. Aprii la bocca per ur­lare mentre affondava la lama in profondità nella coscia di Tommas. Gli occhi color smeraldo del daeva si spalancarono per la sorpresa. Vacillò ma non cadde. «Spettro!» La voce era acuta, spezzata, e mi ci volle un mo­mento per capire che era la mia. Un istante dopo, la testa del bambino era andata. Ilyas abbas­sò la spada e arrivò giusto in tempo per sorreggere Tom­mas quando le gambe del daeva finalmente cedettero. «Va tutto bene, va tutto bene», disse Ilyas con voce rassi­curante, cullando Tommas tra le braccia. «Vediamo con cosa ab­biamo a che fare.» Sollevò la tunica e il suo volto si paraliz­zò. «Guarirà, vero?» chiesi, inginocchiandomi al suo fianco. Tijah, Myrri e Darius si erano raccolti intorno a noi. Non mi era parsa una ferita grave. Non un affondo al cuore o al collo o a qualche altro organo vitale. Ma potevo vedere la pozza di sangue che si allargava a terra. Ilyas si strappò di dosso il qarha e lo legò stretto intorno alla coscia di Tommas. «Tijah, Myrri andate a decapitare il re­sto dei morti», abbaiò il capitano. «Adesso!» Tijah annuì, il volto teso per la preoccupazione. Si allon­tanarono. «Darius, Nazafareen, aiutatemi…» Di colpo sembrava sper­duto. Il sangue stava continuando a fuoriuscire nonostan­te il bendaggio e io capii che il coltello aveva perforato la grossa vena nella gamba di Tommas. «Rispingilo dentro. Usa il potere!» urlò Ilyas a Darius. «Io… ci proverò», disse Darius. «Ma non so come funzio­nerà con il tessuto vivente. È troppo delicato.» «Fa’ qualcosa e basta!» Mi tolsi il qarha e lo avvolsi sopra quello di Ilyas. Darius os­servò la ferita e attraverso il legame avvertii un delicato flusso di potere. Ciononostante la pozza si allargò ancora. Alla fine, sentii il daeva che lasciava andare il potere. Mi guardò e scosse appena il capo. Quindi gli occhi di Tommas si spalancarono. «Ilyas?» «Sì, sì, sono qui.» Ilyas prese la mano del daeva, strin­gendola delicatamente. «Io… io vorrei andare a vedere il mare. Ancora una vol­ta.» Ilyas sbatté le palpebre, confuso. «Il mare?» «Il Middle Sea. Mi è mancato… per tutti questi anni.» Il volto di Ilyas collassò. «Ti prego, non andare», sussur­rò. «Ti ci porterò, te lo giuro. Solo… non abbandonarmi.» Tommas impiegò altri sei minuti per morire. Rimase pri­vo di sensi per gran parte del tempo. Non ci furono altre paro­le tra loro. Ma improvvisamente capii ciò che sarebbe stato ovvio se solo avessi aperto gli occhi. Ilyas amava il suo daeva più di ogni altra cosa al mondo. Lo amava profondamente e appassionatamente. E si odiava per quello. Odiava tutti e due. Non perché Tommas fosse un maschio. Non c’era alcuna vergogna in un uomo che amava un altro uomo. Ma Tommas non era solo un uomo. E quello era il cuore di tutta la questio­ne. Piansi per Tommas, perché anch’io gli volevo bene. E piansi per Ilyas. Ma piansi anche per il resto di noi che erano ancora vivi. Perché l’ultima cosa che rendeva umano il nostro capitano ormai era andata.
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