AMORE E MORTE ZOMBIEdi Daniele Picciuti
1. Fottuto a morte
Le corde erano tirate al massimo. A ogni movimento, la carrucola strideva, coprendo i mugugni della morta.
Bernard rideva.
Osservò le mani della zombie, tenute ferme dai legacci, per accertarsi che non succedesse come l’ultima volta, quando quella fottuta si era segata il polso, riuscendo a brandire il moncherino come un’arma e a colpire il suo amico André dritto in bocca.
Bernard sbuffò. Non avrebbe fatto lo stesso errore.
Aveva scelto una vittima più fresca, che doveva essersi trasformata da non più di due settimane. L’aveva trovata sul bordo di un marciapiede, un pellicciotto sporco di sangue sopra una minigonna di pelle e calze a rete tutte strappate. La borsetta appesa al braccio.
Era strano come, a volte, i morti continuassero a fare ciò che facevano in vita.
Quella puttana era diventata una puttana zombie.
Grande, aveva pensato, prima di ficcarle un sacco in testa e caricarla in macchina.
Adesso, nella stanzetta del sotterraneo attrezzata di tutto punto, la troia giaceva con il culo in aria, la schiena arcuata in avanti, gambe e braccia tenute stese dal giogo che lui e André avevano costruito per il proprio sollazzo.
Bernard si tirò giù i calzoni e, con cura maniacale, si infilò il preservativo sul membro, già dritto e pronto all’uso. Rise. «Adesso ti fotto!»
Si dispose dietro alla morta e la penetrò con violenza. Era così rigida e fredda che quasi fu sul punto di venire. Si costrinse a resistere, ridendo, mentre quella si agitava. Poi si girò verso André, che lo fissava con occhi bianchi sulla sedia dove lo aveva legato.
«Cazzo, amico», mormorò, notando il suo sguardo famelico, «te la lascio, dopo. Giuro.»
Non si accorse del preservativo che si rompeva. Continuò a scopare per altri due minuti buoni prima che fosse il virus a penetrarlo.
E a fotterlo a morte.
2. Il ruolo dell’umorista
A trovare i tre morti viventi nel seminterrato furono Maurice e Jacques, due nomadi della zona sud di Parigi, che trascorrevano la maggior parte del tempo a razziare le abitazioni abbandonate per garantirsi la sopravvivenza e, di tanto in tanto, qualche merce di scambio per scroccare un passaggio in aree della città che gli erano precluse.
Lo spettacolo che si parò loro davanti li ammutolì per qualche istante. Non avrebbero saputo dire se facesse più ribrezzo lo zombie con il preservativo sul grosso membro eretto o quella disgraziata che aveva un braccio legato al tavolo e l’altro libero – sia pure piegato in maniera innaturale, segno che doveva essersi liberata spaccandosi l’osso – con cui arpionava l’aria nella loro direzione. Ma non era neanche quello a essere strano, le gambe erano messe molto peggio: spaccate in mezzo, divaricate come se l’avessero costretta a una ignobile imitazione di un lottatore di sumo.
Il terzo, legato alla sedia, mandava strani versi, simili a risate.
«Cristo», mormorò Jacques, «secondo te che stavano facendo?»
Maurice non aveva voglia di pensarci. Si avvicinò a quello con il membro in erezione e gli falciò la testa con la mannaia. Il cranio scarnificato rotolò ai piedi di quello legato, che parve ridere più forte.
«Che cazzo avrà da ridere?»
Maurice fece spallucce. Non gli interessava. Si avvicinò alla lottatrice di sumo abbastanza da consentirle di avventarglisi contro, la schivò e le mozzò il capo con un movimento fluido e secco.
Guardò anche lei stramazzare a terra.
«Con quello che facciamo?» domandò Jacques, ipnotizzato da quei versi bizzarri.
«Tu credi stia davvero ridendo?» fece di contro Maurice.
«Lo sai come sono quelli freschi. Conservano emozioni umane fino a quando non cominciano a perdersi i pezzi. Io dico che si sta sbellicando.»
«In genere sono i posseduti quelli che ridono. Non mi risulta che i vaganti lo facciano.»
«C’è sempre qualche eccezione. Una volta ne ho incontrato uno con una mazza da golf in mano. Si fermava ogni due metri a colpire il pavimento, sai, come se ci fosse una pallina, ma non c’era proprio un bel niente.»
«Lasciamolo lì», concluse il compagno. «È legato come un salame, non darà fastidio a nessuno.»
«Mi sta bene.» Jacques sorrise, rivolgendosi poi allo zombie sulla sedia. «Ti ha detto maledettamente bene, umorista. Buona permanenza all’inferno.»
Tornarono sui loro passi, risalendo in superficie. L’edificio al piano terra era in stato di semi abbandono. C’era polvere ovunque anche se uno strato meno grigio ricopriva il tavolo e le sedie in cucina, segno che qualcuno doveva averli utilizzati fino a non molto tempo prima.
Jacques posò la pistola e l’accetta sul tavolo, quindi si sedette, restando a osservare Maurice che apriva il rubinetto del lavandino per ripulire la mannaia dalla materia grigiastra di cui si era impregnata.
«Questa è una zona di posseduti», fece Jacques, guardandosi intorno, «ma questi sono… diversi.»
«Sono vaganti», confermò Maurice, continuando a raschiare l’arma con uno straccio. «Non se ne vedono molti da queste parti e da quello che so il contagio avviene per contatto, se ti mordono o se mischi il tuo sangue con il loro.»
«Se li guardi non ti infettano?»
Maurice scosse il capo. «Pare di no. Questo almeno è quanto ho sentito.»
Jacques si prese un po’ di tempo per riflettere. Osservò le mani dell’amico sporche di rimasugli cadaverici e sapone. Rimirò le mensole sopra il lavello, le boccette piene di erbe aromatiche e spezie. Indugiò sulla scritta Bière du Démon che spiccava su un adesivo appiccicato al frigorifero.
Si alzò e andò ad aprire lo sportello. Dentro, in bella mostra, una fila di bottiglie di birra aspettava solo di essere scolata.
«Potremmo usarlo», disse infine, afferrando due Ceres. Ne porse una all’amico.
Maurice la prese e la stappò con un gesto secco contro il bordo del lavandino. «Chi?»
«Il vagante in cantina. Potremmo usarlo contro i posseduti.»
L’amico strinse le palpebre, come per cercare di afferrare qualcosa che ancora gli sfuggiva. «Spiegati.»
«Cosa accadrebbe se un vagante contagiasse un pentito?»
«Vuoi contagiare un fratello?»
«E dai, io non credo a niente di quello che professano quei fanatici di merda e tu sei ateo convinto. Giriamo da mesi in cerca di un gruppo che non compia sacrifici umani. Noi non siamo religiosi per un cazzo, Maurice. Siamo solo nati nel posto sbagliato.»
«Lo so. Quindi che vorresti fare?»
«Portiamo Mister Umorismo al Tempio. E sguinzagliamolo. Penseranno tutti che sia un posseduto ed eviteranno di guardarlo, senza aspettarsi un attacco diretto. Hai visto quanto sono feroci. Io penso ne infetterebbe almeno tre prima di essere abbattuto.»
«Sei parecchio astioso», osservò Maurice, sollevando la birra verso il compagno. «Mi piace. Quei luridi bastardi la pagheranno cara.»
«Per Ann Marie», disse Jacques, facendo cin cin.
Seguirono alcuni istanti di silenzio. Sorseggiavano birra e riflettevano.
«Penso spesso a lei», ammise Maurice, «e voglio morti i responsabili quanto te. Ma non credo funzionerà. Se anche riuscissimo a far entrare quel vagante nel tempio, loro potrebbero usare i posseduti che hanno addomesticato per fermarlo. E comunque, al massimo ucciderebbe un paio di guardiani. Non arriverà mai al questore né tantomeno al sacerdote.»
«Tentar non nuoce. Che abbiamo da perdere?»
«Be’, la vita, per esempio. Come pensi di far arrivare il vagante fino al tempio senza che nessuno tenti di decapitarci?»
Jacques sorrise. «Ho un piano.»
3. Benvenuti al Tempio
Jacques era seduto al posto di guida di una vecchia Citroën, un residuato tecnologico che si reggeva ancora su se stesso nonostante ormai non avesse più nemmeno un pezzo originale. Gli sportelli erano arancioni, a differenza del resto della carrozzeria, nera, e del cofano davanti, cremisi. Un osservatore attento, però, vedendola avvicinarsi, avrebbe notato subito che quel rosso scuro non era vernice, ma il sangue rappreso di qualche morto vivente.
Maurice, seduto sul sedile accanto, teneva la pistola sul bordo del finestrino, con il preciso scopo di intimidire chiunque potesse avere la brillante idea di aggredirli per impadronirsi dell’auto.
Erano parcheggiati sul lungofiume. La Senna, poco distante, scorreva tranquilla.
Dietro, nel portabagagli, qualcosa sbatteva con violenza nella parte interna del cofano.
«Che diavolo ha?» sbottò Jacques, che iniziava a irritarsi.
«Non gli piacciono gli spazi stretti», valutò il compagno, fingendo di mirare a immaginari bersagli sul ciglio della strada.
«Umorista e claustrofobico. Dovremmo dargli un premio per l’originalità.»
«Avrà il suo premio», osservò Maurice, «una volta che lo avremo scaricato davanti al Tempio.»
«Funzionerà?»
«È il tuo piano. Finora non ne hai mai sbagliato uno, siamo vivi anche per quello.»
Jacques annuì. «Giusto.»
«Dai tu il via. Io sono pronto.»
«Andiamo.»
Scesero dalla macchina, poi si presero qualche istante per rimirare Pont de Sully, uno dei pochi ponti di tutta Parigi a essere ancora in piedi. Dall’altra parte della Senna sorgeva il Tempio.
L’asfalto era consumato e spaccato dall’incuria, timidi piccioni svolazzavano intorno, accompagnando i loro pensieri bui. L’antico splendore di Parigi era ormai appassito, della città passata alla storia per essere meta romantica dei giovani innamorati non restava che una carcassa grigia, corrosa dal tempo, abbandonata alla mercé dei morti.
Maurice andò ad aprire il portabagagli. Il vagante era legato mani e piedi, ma si dibatteva come un’anguilla fuori dall’acqua. La bocca era tenuta sigillata da un bavaglio improvvisato con del fil di ferro e una maglia di lana attorcigliata intorno.
Jacques aiutò l’amico a estrarlo dal bagagliaio, lo misero in piedi.
«Il cappuccio», disse, sollevando una sacca nera sopra la testa dello zombie, che con gli arti legati appariva stranamente mite. «Avanti.»
Maurice slacciò veloce il bavaglio che li teneva al sicuro dalle fauci del morto, poi si scambiò un cenno con l’amico. Mentre glielo toglieva dalla bocca, l’altro calava il cappuccio.
La sincronia fu perfetta. Il vagante adesso era al buio e questa condizione lo aveva ulteriormente calmato. Con la testa coperta, non solo i due amici erano al sicuro, ma avrebbero rassicurato i pentiti sulle loro intenzioni; era infatti pratica comune catturare i posseduti e poi celargli lo sguardo con bende o cappucci per evitare che ti guardassero negli occhi e ti infettassero. Nessuno avrebbe sospettato che portavano un vagante. Inoltre, lo stato di decomposizione era ancora all’inizio, e questo era una garanzia ancor maggiore di successo. Difficilmente qualcuno si sarebbe accorto della differenza.
Lo trascinarono verso il ponte, senza che quello opponesse alcuna resistenza. Durante il cammino, Jacques guardò più volte la Senna, sotto di loro. Si ritrovò a pensare come quel fiume fosse lì da centinaia di anni, a differenza dell’uomo, che ormai rischiava l’estinzione. Era un testimone del tempo, avrebbe visto scomparire la città e chi la abitava, ingoiati dai morti e dalla natura, e avrebbe proseguito a scorrere, per sempre.
«Hai notato?» fece Maurice, distogliendolo dai suoi pensieri. «Ha anche smesso di ridere.»
«Già», convenne. «Forse ha capito che sta per succedergli qualcosa.»
Quando infine si lasciarono il ponte alle spalle, di fronte a loro si stagliò la sagoma inconfondibile del Tempio del Sacro Pentimento.
Si trattava di una costruzione bassa e ovale, con croci di ferro e ghisa lungo tutto il perimetro. Non c’erano finestre, nessun’altra uscita che non fosse anche l’ingresso, un portone enorme sorvegliato da un manipolo di dodici guardie, note nella comunità religiosa come guardiani. Erano individui della peggior specie, gente abituata a uccidere, priva di scrupoli, ognuno pagato profumatamente per gestire il proprio ruolo. La fedeltà, i pentiti erano abituati a comprarla, soprattutto quando chi gli interessava non era cresciuto secondo i canoni della Sacra Dottrina.
Quando i primi due guardiani videro quella strana coppia avanzare con quello zombie incappucciato in mezzo, si staccarono dal gruppo e andarono loro incontro. Vestivano una specie di divisa che consisteva in una maglia nera con una croce bianca stampata sopra. Impugnavano entrambi una pistola e avevano lunghi coltelli infilati nella cintura.
«Qualificatevi», disse il primo, alzando il palmo della mano in segno di stop.
«Siamo cacciatori di taglie», rispose Jacques. «Abbiamo trovato questo posseduto in città e vorremmo mostrarlo al sacerdote. Ha dei comportamenti insoliti e avremmo piacere a illustrarglieli.»
«Non riceve nessuno», si affrettò a dire il secondo guardiano. «Consegnateci il Posseduto e andatevene.»
«Ma… potrebbe essere pericoloso. Vi dicevo che si comporta in modo…»
«Un Posseduto è un Posseduto», tagliò corto il guardiano. «Nessuno meglio di Clement XXII saprà come gestirlo. Cos’ha di particolare?
«Ecco… ride. Ride molto», spiegò Jacques, «decisamente più di quanto ridano gli altri posseduti. Sospettiamo che la sua parte umana sia sopravvissuta al contagio in percentuale maggiore rispetto agli altri. Credo sia un ottimo soggetto per le ricerche del sacerdote. Sappiamo che è sempre a caccia di esemplari da studiare. Magari potreste parlarne con il questore.»
«Ne parleremo con chi riterremo opportuno.» Il guardiano ghignò, grattandosi la barbetta ispida. «E ora sparite.»
«Be’, in realtà ci aspettavamo una ricompensa», obiettò Maurice.
«Davvero», fece quello, estraendo l’arma. Gliela mostrò, sollevandola lentamente, quindi gliela premette sulla fronte. «E quanto vorreste, sentiamo.»
«Ehi», cercò di mediare Jacques, «non occorre arrivare a tanto. Se non volete pagarci, nessun problema. Ce ne andiamo. Tenetevelo pure.»
I due guardiani scoppiarono in una grassa risata. Afferrarono lo zombie per le spalle e lo costrinsero ad avanzare davanti a loro. Jacques e Maurice osservarono la loro bomba innescata incamminarsi verso il drappello a guardia del Tempio. Ora, secondo la prassi, lo avrebbero condotto all’interno e poi nelle catacombe, dove avveniva l’addomesticamento. A volte, ma non sempre, il sacerdote stesso supervisionava quel delicato lavoro. O capitava che fosse il questore a decidere se portargli o meno un esemplare. Per questo avevano rimarcato il fatto che si trattava di un posseduto particolare. Speravano che almeno uno di loro se ne sarebbe interessato. E che, in un modo o nell’altro, quel figlio di puttana di un vagante sarebbe riuscito a portare a termine la loro personale vendetta.