Venerdì 24 luglio, h. 20.08
Ci fu un boato, fragoroso nella cupa sera d’estate, e urla lamentose di sirene che propagavano l’allarme nell’aria spessa e poi una colonna di fumo greve e denso come catrame che appesantiva ancora di più il cielo basso, schiacciato sopra Asti.
Era l’ora dei rientri in un torrido venerdì e l’esplosione sembrò coricarsi sulle strade, sovrapponendosi al frastuono del traffico. File di veicoli che si allungavano lungo i corsi e avanzavano lente tra colpi di clacson, frenate improvvise e improperi esclamati nel chiuso climatizzato degli abitacoli. Da corso Don Minzoni a corso Torino, il consueto fluire dei mezzi si era bloccato e, come un’arteria ostruita, il corpo della città aveva incominciato una graduale ma inarrestabile sofferenza; la fragilità del mondo moderno mostrava così tutta la sua desolata concretezza.
C’era stato un incidente alla rotonda che immetteva in viale Don Alfredo Bianco; uno scontro drammatico e sanguinoso, che donò a quella fine giornata altro caos alla catastrofe che si stava diffondendo.
Rottami e frammenti sparsi di una motocicletta ingombravano l’asfalto della rotonda e un SUV dal frontale disfatto giaceva di traverso sull’imbocco in direzione del cimitero. Diversi automobilisti si erano arrestati di fronte allo sfacelo, erano scesi dai loro mezzi, le quattro frecce attivate, e armati di cellulari scattavano foto o telefonavano mentre altri sostavano nervosi, assistendo al dipanarsi della tragedia. Lì vicino, un corpo inerme e scomposto giaceva davanti a una casa dai doccioni in stile gotico.
Su tutto, la nube nera e compatta che continuava a spingersi su, nell’imbrunire afoso, coprendo la città con una cappa acre e fuligginosa.