h 21:30
Il Pronto Soccorso del Cardinal Massaia era saturo. Due codici rossi e un giallo nell’arco di mezz’ora avevano messo sotto pressione il personale di turno. Il conducente del SUV caricato da Alpha1 era in condizioni critiche con una commozione cerebrale e fratture multiple alle gambe, al torace e allo zigomo destro. Quasi in contemporanea, un giovane sinto con problemi cardiaci aveva subito un arresto improvviso. Caricato da una base della Croce Verde, era giunto al pronto soccorso privo di conoscenza. La MSB con il vigile del fuoco si accodò, poi Piero spense la sirena e Giorgio assieme a Vittorio scaricò il paziente.
La sala d’aspetto era gremita di famigliari del povero sinto in fin di vita, una ventina almeno tra donne piangenti con lunghe gonne e code di cavallo e un assortimento eterogeneo di giovani vestiti di tute in triacetato e vecchi con giacche improbabili e canottiere a vista, che continuavano a pressare gli sportelli per avere notizie del ricoverato. L’insistenza e la confusione che montavano indussero l’agente di polizia in servizio a chiamare una pattuglia di rinforzo, alimentando così proteste e livello delle voci.
La sofferenza quella sera sembrava più palpabile del solito, più isterica e sfrenata.
Vittorio parcheggiò la lettiga davanti al locale di medicazione mentre Piero parlava con l’infermiera che stava cercando di smistare gli interventi. Giorgio si guardò attorno. Era in qualche modo calamitato dall’insieme di tragedie che tra le mura del Pronto Soccorso si miscelavano delineando una nuova geografia dell’angoscia.
I sinti ora entravano e uscivano dalla DEA scambiandosi parole nel loro piemontese così marcato e arcaico. Un vecchio dall’aria fiera, con araldici baffi immacolati, piangeva sommesso contro un muro, le mani appoggiate a un bastone e le lacrime che ne solcavano le rughe profonde, cercando di irrorare un volto rinsecchito dal tempo e dalla vita. Una delle donne, forse la madre del ragazzo, si lasciò andare a terra con un ululato berbero, spostando le seggiole a calci, e subito i famigliari si accalcarono addosso in un impeto soffocante di premura e attenzione. Giorgio a quel punto si staccò dalla barella e, cercando di stemperare la tensione che si accumulava come una bomba a orologeria, si offrì in aiuto. Qualcuno lo prese a incomprensibili mali parole ma lui indicò semplicemente la croce rossa cucita sulla manica della giacca. «Croce rossa,» ripeté invitando i presenti a fargli spazio. «Aiutiamo tutti noi,» aggiunse con candore. Con quella dichiarazione, Giorgio ebbe la sensazione di aver trovato una chiave d’accesso. I famigliari della donna, titubanti, si allontanarono, lasciandogli modo di vederla. Era pallida, respirava a fatica e farfugliava parole indecifrabili, una patina di sudore freddo e untuoso le ricopriva la fronte.
Giorgio la sistemò bene distesa sul pavimento, le prese le caviglie robuste e le sollevò le gambe per appoggiarle sul bordo di una delle sedie che aveva vicine.
«Vittorio...» chiamò il collega. «Porta qualche pacco refrigerante, glieli applichiamo ai polsi arteriosi.» Il ragazzo lo raggiunse con lo zaino, picchiò sui sacchetti e li pose sotto le ascelle e sul collo della donna. Rimasero in quella posizione per alcuni minuti, finché la paziente non parve riprendere colore e coscienza.
Il vecchio che prima piangeva dignitosamente era rientrato, parlò a un paio di membri della famiglia e si avvicinò ai due volontari. «Voglio ringraziarvi.»
«Dovere,» rispose sintetico Vittorio.
«Il personale del Pronto Soccorso era già occupato a sufficienza per salvare il vostro ragazzo,» disse Giorgio.
Il vecchio strinse gli occhi. «Il nostro ragazzo non c’è più. Vasu mule, dicono i Rom Harvati...»
«Siamo molto dispiaciuti,» lo assicurò Giorgio.
Il vecchio sollevò una mano, come per lasciar andare; l’agitò come un fazzoletto per l’ultimo saluto. «Non dovete preoccuparvi voi,» disse. «Sono il krisnìtori,» specificò con voce solenne prima di voltarsi e lasciare entrambi per cose più importanti.
Tornarono alla barella. Il vigile del fuoco, che si era presentato come Luigi, aveva assistito alla scena dal suo giaciglio. «Bella pazienza con quella feccia.»
«Diventano feccia se li tratti da feccia,» osservò Giorgio; il pompiere stropicciò il volto in una smorfia, forse di dolore o di disprezzo. «Quelli ti ciulano appena ti volti.»
«Probabile,» rispose Giorgio serafico. «Ma guarda caso io mi sono voltato e non mi è successo niente.»
«Tu lo sai cos’è un krisnìtori?» gli domandò Vittorio mentre puliva gli occhiali dall’appannamento. Giorgio aggrottò la fronte, pensoso: «Se non ricordo male è un pezzo grosso della comunità, una specie di giudice supremo che s’interpella per risolvere questioni giudiziarie e di famiglia...»
«Allora siamo paraculati...» scherzò Vittorio.
Giorgio rise. «Forse. ‘As sâ mài...»
Piero tornò a loro, la cartelletta col foglio d’intervento ben stretta al fianco. «Ragazzi tocca a noi...»
«Notizie degli altri codici?» s’informò Vittorio; Piero storse la bocca in una smorfia che voleva essere cinica. «Quello del SUV è in rianimazione, più di là che di qua, mentre il sinto se n’è andato.»
«Vasu mule» disse Giorgio ricordando le parole del krisnìtori appena incontrato.