«Accorciami le staffe,» disse.
Una volta a posto, in sella, incominciò a raccontare a Fabrizio tutti i disastri che le erano capitati durante la notte. Dopo un racconto interminabile - ma ascoltato avidamente dal nostro eroe, che per la verità non ci capiva niente di niente, ma che sentiva un grande affetto per quella donna - alla fine la vivandiera disse:
«E pensare che sono stati dei francesi a picchiarmi, a derubarmi, a mandarmi in rovina...»
«Come! Non sono stati i nemici?» disse Fabrizio con un'aria ingenua che rendeva incantevole la sua bella faccia, pallida, seria seria.
«Che sciocco che sei, ragazzo!» disse la donna, sorridendo tra le lacrime. «Eppure sei proprio simpatico.»
«E avreste dovuto vedere come è stato bravo a accoppare il suo prussiano!» disse il caporale Aubry - che nella confusione generale si era trovato a passare in quel momento dall'altra parte del cavallo montato dalla vivandiera. «Ma è orgoglioso,» continuò poi... Fabrizio incominciava a agitarsi. Il caporale disse: «E come ti chiami? Perché se riuscirò a fare un rapporto voglio fare il tuo nome.»
«Mi chiamo Vasi,» rispose Fabrizio facendo una faccia strana, poi aggiunse in fretta: «Cioè, Boulot.»
Boulot era il nome dell'ussaro i cui documenti gli erano stati dati dalla moglie del guardiano della prigione di B. Due giorni prima, continuando a camminare, se li era studiati bene, quei documenti, perché adesso incominciava a avere un po' di buon senso e a non meravigliarsi più di tutto quel che vedeva. Oltre ai documenti dell'ussaro, Fabrizio conservava con molta cura il passaporto italiano in base al quale poteva fregiarsi del nobile nome di Vasi, venditore di barometri. Quando il caporale lo aveva accusato di essere orgoglioso, era stato sul punto di rispondere: «Orgoglioso io! Io, che mi chiamo Fabrizio Valserra, marchesino del Dongo, e che mi adatto a portare il nome di un certo Vasi, venditore di barometri!»
Ora Fabrizio pensava: «Bisogna che me ne ricordi: mi chiamo Boulot. Altrimenti, occhio alla prigione! Perché c'è la minaccia della prigione, nel mio futuro.» Intanto il caporale e la donna avevano continuato a parlare di lui.
«Direte che sono curiosa,» disse la donna senza dargli più del tu, «ma se vi faccio delle domande è per il vostro bene. Andiamo, chi siete? Ma veramente, dico.»
Fabrizio non rispose subito. Pensava che sarebbe stato impossibile trovare amici come quelli, gente di cui potersi fidare, da cui farsi consigliare. E ne aveva un gran bisogno, di consigli. «Arriveremo in una piazza militare, il governatore vorrà sapere chi sono. E se si accorgono che non conosco nessuno del 4° ussari, che è il reggimento di cui porto la divisa, occhio alla prigione!» Nella sua qualità di suddito austriaco, Fabrizio sapeva benissimo quanta importanza bisogna dare a un passaporto. I suoi parenti erano nobili, e molto devoti al regime, eppure avevano avuto una infinità di noie, per via dei passaporti. Per questo la domanda della donna non lo urtò affatto. Ma mentre lui esitava a rispondere, cercando le parole più precise in francese, la donna, sempre più incuriosita, disse per indurlo a parlare: «Io e il caporale Aubry potremmo darvi dei buoni consigli.»
«Ne sono sicuro,» rispose Fabrizio. «Mi chiamo Vasi, e sono di Genova. Mia sorella - una donna famosa per la sua bellezza - ha sposato un capitano. Io ho solo diciassette anni, e così lei mi ha fatto venire qui per farmi vedere la Francia, per istruirmi un po'. Quando sono arrivato a Parigi non l'ho trovata. Poi ho saputo che era con l'esercito e sono venuto a cercarla, ma l'ho cercata da tutte le parti senza riuscire a trovarla. Poi è successo che dei soldati si sono insospettiti per il mio accento e mi hanno fatto arrestare. Allora ho dato a un gendarme un po' di soldi - perché allora ne avevo, di soldi - e lui mi ha dato dei documenti e una divisa e mi ha detto: «"Fila, e giurami che non farai mai il mio nome."»
«Come si chiamava?» chiese la donna.
«Ho dato la mia parola,» rispose Fabrizio.
«Ha ragione,» disse il caporale, «quel gendarme è un delinquente, ma il nostro amico non deve dire come si chiamava. E quel capitano, il marito di vostra sorella, come si chiama? Se sappiamo come si chiama potremmo cercarlo.»
«Si chiama Teulier, è capitano del 4° ussari,» rispose Fabrizio.
«E così,» disse il caporale, con un certo tatto, «quando hanno sentito il vostro accento, i soldati vi hanno preso per una spia?»
«Non è mostruoso?» gridò Fabrizio, con gli occhi che gli brillavano. «Io che voglio tanto bene all'Imperatore e ai francesi! È la cosa che mi ha offeso di più, essere insultato in questo modo!»
«Vi sbagliate, nessuno vi ha insultato. L'errore di quei soldati era molto naturale,» disse il caporale con aria severa.
Poi, con molta pedanteria, gli spiegò che nell'esercito bisogna appartenere a un reparto e portare una divisa, altrimenti è logico che vi prendano per una spia. «Il nemico ce ne manda molte, di spie. In questa guerra sono tutti traditori.» E finalmente Fabrizio aprì gli occhi, si rese conto per la prima volta che in tutto quanto gli era capitato negli ultimi due mesi lui aveva avuto torto.
«Ma bisogna che il ragazzo ci racconti tutto,» disse la donna, sempre più incuriosita. E Fabrizio le obbedì. Quando ebbe finito, la donna disse al caporale, in tono serio:
«In sostanza questo ragazzo non è un soldato. Sarà una brutta guerra, adesso che ci hanno fatto fuori, e tradito. Perché deve star qui a farsi rompere la testa gratis pro Deo?»
«Tanto più,» disse il caporale, «che non sa neanche caricare un fucile, né in dodici né in mille tempi. Sono io che glielo ho caricato, quando ha tirato a quel prussiano.»
«E poi va in giro a far vedere a tutti i suoi soldi,» disse la donna. «Appena è solo gli portano via tutto.»
«Il primo sergente di cavalleria che incontra,» disse il caporale, «se lo arruola per suo conto, tanto per farsi pagar da bere. E magari, con tutti i traditori che ci sono in giro, sono capaci di farlo combattere per il nemico. Chiunque gli ordinerà di seguirlo, lui lo seguirà. Farebbe meglio a entrare nel nostro reggimento.»
«Ah no, caporale, scusate!» disse Fabrizio, vivacemente. «È più comodo andare a cavallo. E poi non so caricare un fucile - ma mi avete visto, come vado a cavallo!»
Fabrizio era molto orgoglioso di questo discorsetto. Poi il suo futuro destino fu oggetto di una lunga discussione tra il caporale e la vivandiera. Fabrizio notò che quei due, discutendo, continuavano a ripetere certi punti della sua storia: i sospetti dei soldati, il gendarme che gli aveva venduto divisa e documenti, il modo in cui lui, il giorno prima, si era trovato a scortare il maresciallo, il passaggio dell'Imperatore, il cavallo soffiato, e così via.
Con la sua curiosità di donna, la vivandiera continuava a tornare sul modo in cui gli avevano portato via il cavallo, quel buon cavallo che lei gli aveva fatto comprare.
«Ti sei sentito prendere per i piedi, te l'hanno tirato, via di sotto, per bene, e ti hanno messo seduto per terra, eh?»
«Perché continuano a ripetere le stesse cose?» pensava Fabrizio. «Lo sappiamo benissimo tutti e tre, come è andata.» Non sapeva ancora che in Francia, per la gente del popolo, questo è un modo per ragionare, per farsi venire le idee.
«Quanti soldi hai?» gli chiese improvvisamente la donna. Fabrizio rispose subito. Era sicuro dell'onestà di quella donna - è il lato buono dei francesi, questo.
«Mi resteranno in tutto trenta napoleoni d'oro e otto o dieci scudi da cinque franchi.»
«Ma allora hai campo libero!» gridò la donna. «Tirati fuori da questa confusione, buttati sul fianco, prendi la prima strada un po' libera che trovi sulla tua destra e continua a galoppare, e va' più lontano che puoi dall'esercito. Appena puoi, compra dei vestiti da borghese. Quando sarai a una decina di leghe, e non vedrai più soldati, prendi dei cavalli di posta e va' in qualche bella città, e sta' lì otto giorni a riposare e a mangiar bistecche. Non dire mai a nessuno che sei stato nell'esercito: i gendarmi ti arresterebbero subito come disertore - e anche se sei molto simpatico non sei ancora abbastanza in gamba per farcela a rispondere ai gendarmi. Appena ti sarai messo addosso un vestito da borghese, ricordati di stracciare in mille pezzi quei documenti da ussaro e di riprendere il tuo vero nome. Di' che sei Vasi.» Poi si rivolse al caporale: «Da dove deve dire che viene?»
«Da Cambrai sur l'Escaut. È una bella città, molto piccola, capisci? C'è una cattedrale, e Fénelon.»
«Ecco,» disse la donna. «Non dire mai che c'eri, alla battaglia. Non dir niente di B., non parlare del gendarme che ti ha venduto i documenti. Quando decidi di tornare a Parigi, va' prima a Versailles, poi per entrare a Parigi passa la barriera da quella parte. A piedi, mi raccomando, come se andassi a spasso. I soldi, cuciteli nei pantaloni, e quando devi pagare qualche cosa, tira fuori solo quelli che ti servono. Mi vien da piangere, a pensare a come ti prenderanno per il naso!... Ti porteranno via tutto, lo so. E come farai senza un soldo in tasca, senza sapertela cavare?»
La donna continuava a parlare, e il caporale, che non riusciva a intervenire, doveva limitarsi a far segno di sì con la testa. E improvvisamente la massa dei fuggiaschi incominciò a camminare più in fretta. Poi, di colpo, tutti saltarono il fossato che fiancheggiava la strada a sinistra e si buttarono a correre per i campi. Gridavano da tutte le parti: «I cosacchi! I cosacchi!»
«Riprenditi il cavallo!» gridò la donna.
«Dio me ne guardi!» disse Fabrizio. «Ve lo regalo. Avanti, al galoppo! Scappate! Volete un po' di soldi, per comprare un'altra carretta? La metà di tutto quello che ho è vostra!»
«Riprenditi il cavallo, ti dico!» ripeté la donna, con rabbia. Stava cercando di smontare. Fabrizio tirò fuori la spada. «Tenetevi forte!» le gridò. Poi diede due o tre piattonate al cavallo, e quello partì al galoppo, dietro i fuggitivi.
Il nostro eroe si guardò intorno. Un attimo prima, su quella strada c'erano tre o quattromila uomini che si accalcavano, stretti come contadini in una processione. Dopo la parola «cosacchi», non c'era più nessuno. Scappando, si eran lasciati dietro cappelli, fucili, sciabole. Fabrizio, tutto stupito, prese per un campo sulla destra della strada, salì su un piccolo dosso. Neanche l'ombra, di cosacchi. «Gente strana, questi francesi!» pensò. «Dunque, mi hanno detto di andare verso destra. E allora tanto vale che incominci subito a muovermi. Se sono scappati, forse c'era qualche motivo che io non conosco.» Prese un fucile, si assicurò che fosse carico, smosse la polvere dell'esca, pulì la pietra focaia. Poi scelse delle giberne ben piene.
Si guardò intorno, da tutte le parti. Era completamente solo, in quella pianura che un momento prima brulicava di gente. Lontanissimo, i primi fuggiaschi avevano raggiunto un bosco, e stavano ancora correndo. «Che cosa strana!» pensò Fabrizio. Poi gli venne in mente la manovra attuata il giorno prima dal caporale, e andò a sedersi in mezzo a un campo di grano. Non voleva ancora andar via, aveva voglia di rivedere i suoi amici, la vivandiera, il caporale Aubry.
Contò i soldi che aveva in tasca. Gli restavano solo diciotto napoleoni, non trenta, come credeva. Ma aveva ancora i piccoli diamanti che si era nascosto nella fodera degli stivali, quella mattina, in prigione. Nascose meglio che poteva i suoi napoleoni, e intanto continuava a pensare a come fossero spariti gli altri, così improvvisamente. «Che sia un cattivo presagio?» pensava. La cosa che gli dispiaceva di più era di non aver potuto chiedere al caporale: «L'ho vista davvero, una battaglia?» A lui sembrava di sì, ma sarebbe stata una meraviglia poterne essere sicuro.
«Comunque,» pensava, «anche se sono stato in una battaglia, ero lì con il nome di un altro, con in tasca i documenti di un prigioniero, addirittura con addosso i suoi vestiti! Questo deve essere un pessimo segno. Chissà che cosa ne penserebbe don Blanès! E quel poveraccio di Boulot è morto in prigione! Tutti brutti segni. Il mio destino è di finire in prigione.» Avrebbe dato qualsiasi cosa per sapere se Boulot, l'ussaro, era davvero colpevole. Gli parve di ricordare che la moglie del guardiano gli avesse detto che l'ussaro era stato arrestato non solo per aver rubato delle posate d'argento, ma anche per aver portato via una mucca a un contadino dopo averlo picchiato a sangue. Ne era sicuro: un giorno sarebbe finito in prigione per una colpa che avrebbe avuto qualche rapporto con quella di Boulot. E continuava a pensare a don Blanès, il suo amico. Ah, se avesse potuto chiedergli il suo parere! Poi gli venne in mente che non aveva scritto a sua zia da quando era partito da Parigi. «Povera Gina!» pensò. Gli veniva da piangere. In quel momento sentì qualcosa muoversi, vicino. C'era un soldato con tre cavalli senza briglia. Sembravano morti di fame. Li teneva per la cavezza e gli faceva mangiare del grano. Fabrizio saltò su come una pernice dal folto, e il soldato si spaventò. Il nostro eroe se ne accorse, non poté resistere alla tentazione di recitare per un momento la parte dell'ussaro.