Capitolo I-2

2500 Words
Il marchese del Dongo, irritato da tutta quella allegria, era stato uno dei primi ad andarsene, ed era tornato nel suo splendido castello di Griante, oltre Como - e le signore avevano portato con loro il tenente Roberto. Il castello era sorto come fortezza. Era situato in una posizione forse unica al mondo, su uno spiazzo a centocinquanta piedi di altezza a picco su quel lago meraviglioso, e ne dominava una gran parte. La famiglia del Dongo lo aveva fatto costruire nel quattrocento, come testimoniavano i molti stemmi scolpiti. C'erano ancora ponti levatoi e profondi fossati, per la verità senza acqua. Ma con quelle mura alte ottanta piedi e larghe sei il castello era difeso da ogni colpo di mano, e per questa ragione piaceva moltissimo al sospettoso marchese. Con intorno una trentina di domestici, che considerava fedelissimi forse perché gli parlava soltanto per ingiuriarli, aveva un po' meno paura di quando era a Milano. Quella paura, del resto, non era del tutto irragionevole. Il marchese si teneva in stretto contatto con una spia sistemata dagli austriaci sul confine svizzero a tre leghe da Griante per agevolare la fuga dei loro prigionieri, e questa era una faccenda che i generali francesi avrebbero potuto prendere sul serio. Il marchese aveva lasciato la giovane moglie a Milano. Era lei che curava l'amministrazione, ed era lei che doveva far fronte alle tasse imposte alla casa del Dongo. La marchesa si dava da fare per ottenere una riduzione, e per questo era obbligata a frequentare i nobili che avevano accettato cariche pubbliche, e anche certi borghesi molto influenti. Poi ci fu un fatto molto importante, nella famiglia. Il marchese aveva combinato un matrimonio tra la sorella Gina e un uomo molto ricco e molto nobile. Ma quel signore si incipriava i capelli; e Gina lo accoglieva scoppiando a ridere, e ben presto fece la pazzia di sposare il conte Pietranera. Questi, in realtà, era un'ottima persona, nobile, e anche molto bello, ma di famiglia che si era rovinata; era anche un acceso sostenitore delle idee nuove. E poi - cosa che portava al colmo la disperazione del marchese - Pietranera era sottotenente nella legione italiana. Dopo quei due anni di felicità e di pazzie, il Direttorio di Parigi, dandosi arie di sovrano ben saldo sul trono, incominciò a dar prova di un odio mortale per tutto ciò che non fosse mediocre. I generali incapaci messi al comando dell'esercito d'Italia persero una battaglia dopo l'altra su quelle stesse pianure veronesi che due anni prima avevano visto i prodigi di Arcole e di Lonato. E gli austriaci si avvicinarono a Milano. Il tenente Roberto, che era diventato comandante di battaglione e che era stato ferito a Cassano, andò per l'ultima volta a casa della sua amica, la marchesa del Dongo. Si salutarono, tristi. Roberto partì insieme al conte Pietranera, che seguiva i francesi in ritirata verso Novi. Gina, a cui il fratello aveva rifiutato la quota legittima dei beni di famiglia, andò dietro alle truppe, su una carretta. Incominciò allora quel periodo di reazione, di ritorno alle vecchie idee, che i milanesi chiamano i tredici mesi - dato che per loro fortuna quel ritorno all'idiozia durò soltanto tredici mesi, fino a Marengo. Tetri vecchioni bigotti ripresero in mano i commerci e la direzione della cosa pubblica, e dopo un po' i benpensanti andarono a raccontare ai contadini che Napoleone era stato impiccato dai mammalucchi in Egitto, proprio come si meritava. Fra quella gente che prima si era ritirata in campagna a brontolare tetramente e che ora tornava, alterata dal desiderio di vendicarsi, il marchese del Dongo era il più furioso, e il suo fanatismo lo portò naturalmente alla testa del partito. Quei signori, bravissime persone quando non avevano paura - ma il fatto è che tremavano sempre - riuscirono a circuire il generale austriaco. Era un buon tipo, ma quando gli dissero che la severità era alta politica si lasciò convincere, e fece arrestare centocinquanta patrioti - quanto c'era di meglio in Italia, in quel momento. Li deportarono alle Bocche di Cattaro, li buttarono nelle grotte, sottoterra. L'umidità e soprattutto la fame fecero rapidamente giustizia di quei criminali. Il marchese del Dongo aveva ora una posizione molto importante, e siccome a tutte le sue ottime qualità si aggiungeva anche una sordida avarizia, si vantava pubblicamente di non aver mandato un solo scudo alla sorella, la contessa Pietranera, che, sempre innamoratissima, non voleva lasciare il marito e stava morendo di fame con lui, in Francia. La marchesa era disperata; e alla fine riuscì a sottrarre qualche piccolo gioiello dal suo scrigno - che il marito le portava via tutte le sere per riporselo sotto il letto, in un bauletto di ferro. La marchesa, che aveva portato al marito una dote di ottocentomila franchi, ne riceveva ottanta al mese per le sue spese personali. E durante i tredici mesi che i francesi restarono lontani da Milano, quella donna tanto timida riuscì sempre a trovare qualche pretesto per continuare a vestire a lutto. Dobbiamo confessare che secondo l'esempio di scrittori importanti abbiamo incominciato la storia del nostro eroe un anno prima della sua nascita. Questo personaggio fondamentale non è altri che Fabrizio Valserra, marchesino del Dongo, come dicono a Milano. Aveva appena fatto lo sforzo di venire al mondo che i francesi furono cacciati, e per il caso che presiede alle nascite si era trovato ad essere il secondogenito di quel vero signore che era il marchese del Dongo - di cui già conoscete la facciona senza colore, il sorriso falso e l'odio furibondo per le idee nuove. L'intera fortuna della famiglia era affidata nel testamento al primogenito, Ascanio, degno ritratto del padre, con l'incarico di amministrarla e di dividerla a suo tempo. E Ascanio aveva otto anni, e Fabrizio ne aveva due, quando, all'improvviso, quel generale Bonaparte che tutti i benpensanti credevano morto e sepolto discese dal San Bernardo. Entrò in Milano. Fu un momento ancora unico nella storia. Cercate di immaginarvi un popolo impazzito d'amore. Pochi giorni dopo, Napoleone vinse a Marengo. Il resto è inutile raccontarlo. L'esaltazione dei milanesi fu incredibile, ma questa volta c'era anche la voglia di vendicarsi. Gli avevano insegnato l'odio, a quella brava gente. Poi tornarono i superstiti dei patrioti deportati alle Bocche di Cattaro, e il loro ritorno fu celebrato con una festa nazionale. Era strano vederli, così magri, pallidi, i grandi occhi stupiti, in mezzo a tutta quella allegria. Il loro arrivo fu il segnale della partenza per le famiglie più compromesse. Il marchese del Dongo fu tra i primi a fuggire, e tornò di nuovo a Griante. I capi delle grandi famiglie erano pieni di odio, di paura. Ma le loro mogli e le loro figlie si ricordavano di quanto erano state felici al tempo del primo arrivo dei francesi, e pensavano a Milano, ai balli che erano incominciati in casa Tanzi subito dopo Marengo. Pochi giorni dopo la vittoria, il generale francese incaricato di mantenere l'ordine in Lombardia si accorse che tutti i fattori dei nobili e tutte le vecchiette di campagna non ci pensavano neanche più, a quella folgorante vittoria di Marengo che aveva cambiato la sorte dell'Italia e riconquistato in un solo giorno tredici piazzeforti. Avevano in testa una cosa sola: una certa profezia di san Giovita, il primo patrono di Brescia. Secondo quel sacro oracolo la fortuna dei francesi e di Napoleone sarebbe finita esattamente tredici settimane dopo Marengo. Per scusare, almeno in parte, il marchese del Dongo e tutti quei musoni di nobili campagnoli, bisogna dire che loro, alla profezia, ci credevano davvero, in buona fede. Era gente che non aveva letto un libro in tutta la sua vita - e ora si preparavano tranquillamente a rientrare a Milano alla fine della tredicesima settimana. Ma con il passare del tempo vennero nuovi successi francesi. Tornato a Parigi, Napoleone, con intelligenti decreti, salvò la rivoluzione all'interno così come a Marengo l'aveva salvata dai nemici esterni. Allora i nobili lombardi, nei loro castelli, scoprirono di aver interpretato male la predizione del santo patrono di Brescia: non si trattava di tredici settimane, ma di tredici mesi. Ma i tredici mesi passarono e la Francia sembrava diventare sempre più forte. Saltiamo dieci anni, dieci anni di progresso e di felicità, dal 1800 al 1810. I primi di quegli anni Fabrizio li visse al castello di Griante, scambiando pugni con i ragazzini del paese, senza imparare niente, neanche a leggere. Poi lo mandarono a Milano, al collegio dei gesuiti. Il marchese suo padre pretese che gli insegnassero il latino non su quegli autori antichi che non fanno che parlare di repubblica, ma su un magnifico volume decorato da più di cento incisioni, capolavoro di artisti del XVII secolo; era la genealogia dei Valserra, marchesi del Dongo, pubblicata nel 1650 da Fabrizio del Dongo, arcivescovo di Parma. Dato che la storia della casa era soprattutto una storia militare, le incisioni rappresentavano una quantità di battaglie, e c'era sempre qualche eroico Valserra che dava gran colpi di spada. A Fabrizio quel libro piaceva moltissimo. Sua madre riusciva di tanto in tanto a ottenere il permesso di andare a Milano a trovare il suo adorato figliolo, ma il marito non le dava mai i soldi per il viaggio, e era la cognata, la simpatica contessa Pietranera, a prestarglieli. Dopo il ritorno dei francesi, la contessa era diventata una delle donne più brillanti alla corte del principe Eugenio, viceré d'Italia. Dopo che Fabrizio ebbe fatto la prima comunione, la contessa ottenne dal marchese, sempre ritirato nel suo esilio volontario, il permesso di farlo uscire qualche volta dal collegio. Le sembrò un ragazzo fuori del comune, vivace, molto serio, bello, e tale da non sfigurare in un salotto alla moda; quanto al resto, decisamente ignorante e capace a malapena di scrivere. Con l'entusiasmo che portava in tutte le cose, la contessa promise la sua protezione al direttore dell'istituto a condizione che il nipote facesse grandi progressi e che alla fine dell'anno vincesse un buon numero di premi. E per metterlo in condizioni di meritarseli lo faceva venire a casa sua il sabato sera e spesso non lo rimandava al collegio fino al mercoledì o al giovedì. I gesuiti, benché il principe viceré dimostrasse per loro una particolare simpatia, secondo le leggi del regno avrebbero dovuto essere banditi, e il direttore del collegio si rese conto di quanto avrebbe potuto essergli utile la protezione di una signora tanto influente a corte. Così si guardò bene dal protestare per le assenze di Fabrizio, e alla fine dell'anno il ragazzo, più ignorante che mai, ebbe cinque primi premi. E la contessa Pietranera, accompagnata dal marito, generale comandante di una delle divisioni della Guardia, e da alcuni tra i personaggi più in vista della corte del viceré, andò all'istituto per assistere alla consegna dei premi. Il direttore fu molto complimentato dai superiori. La contessa accompagnava il nipote a tutte quelle splendide feste che segnarono il regno troppo breve dell'amabilissimo principe Eugenio. L'aveva nominato, di sua autorità, ufficiale degli ussari, e Fabrizio, a dodici anni, portava l'uniforme. Un giorno, tutta presa dal suo aspetto delizioso, la contessa chiese per lui al principe un posto di paggio - il che voleva dire che la famiglia del Dongo avrebbe abbandonato l'opposizione. Il giorno dopo la contessa dovette ricorrere a tutto il suo credito per ottenere che il viceré acconsentisse a dimenticare quella richiesta, cui mancava ormai soltanto il consenso del padre del futuro paggio: consenso che sarebbe stato clamorosamente rifiutato. Dopo tale pazzia il marchese, infuriato, trovò un pretesto per richiamare Fabrizio a Griante. La contessa disprezzava nel modo più assoluto suo fratello, lo considerava un tetro idiota capace anche di crudeltà, se ne avesse avuto il potere. Ma era pazza di Fabrizio, e dopo dieci anni di silenzio scrisse al fratello per riavere il nipote con sé. La lettera non ebbe risposta. Al suo ritorno in quella specie di fortezza, costruita per i suoi antenati più bellicosi, Fabrizio conosceva solo due cose: l'equitazione e gli esercizi militari. Il conte Pietranera, che gli voleva bene quanto la moglie, lo aveva fatto cavalcare e lo aveva portato con sé alle parate. Arrivando al castello di Griante, gli occhi ancora arrossati per le lacrime versate nel lasciare la bella casa della zia, Fabrizio trovò ad accoglierlo solo le carezze appassionate della madre e delle sorelle. Il marchese era chiuso nello studio con il figlio maggiore, il marchesino Ascanio. Stavano compilando messaggi in cifra che avrebbero avuto l'onore di arrivare fino a Vienna, e si facevano vedere soltanto all'ora dei pasti. Il marchese continuava a dire che stava insegnando al suo successore naturale a tenere l'amministrazione delle sue terre. Ma era troppo geloso del suo potere per parlare di cose di quel genere al figlio - che pure un giorno avrebbe ereditato ogni cosa. In realtà gli faceva tradurre in cifra messaggi di quindici o venti pagine che un paio di volte alla settimana faceva arrivare, attraverso la Svizzera, a Vienna. Il marchese aveva la pretesa di informare i suoi legittimi sovrani della situazione interna del regno d'Italia, che ignorava completamente: eppure le sue lettere avevano un gran successo. La ragione era semplice. Il marchese mandava suoi agenti di fiducia sulle strade principali a contare i soldati di qualche reggimento francese o italiano che cambiava guarnigione, e poi, quando riferiva a Vienna, non tralasciava mai di diminuire di un buon quarto il numero degli effettivi. Erano informazioni assurde, ma avevano il merito di smentirne altre, più realistiche, e per questo erano bene accolte. Poco tempo prima dell'arrivo di Fabrizio al castello, il marchese aveva ricevuto le insegne di un ordine molto importante. Era la quinta onorificenza che decorava la sua uniforme da ciambellano. A dire la verità il marchese era molto amareggiato dal fatto di non avere il coraggio di esibire quell'uniforme fuori delle mura del suo studio. Ma non si permetteva mai di dettare un messaggio senza aver prima indossato quell'uniforme ricamata, con tutte le sue onorificenze. Non farlo gli sarebbe sembrata una mancanza di rispetto. La marchesa fu molto colpita dalla grazia e dalla bellezza di Fabrizio. Ma aveva conservato l'abitudine di scrivere un paio di volte all'anno al generale conte di A., come ora si chiamava il tenente Roberto, e detestava mentire alle persone che amava. Fece qualche domanda al figlio e fu spaventata dalla sua ignoranza. «Se sembra poco istruito a me,» pensava, «a me che non so niente, Roberto, che sa tante cose, direbbe che l'educazione del ragazzo è stata un fallimento. E al giorno d'oggi un uomo deve saperselo meritare, il successo.» Un'altra cosa che la turbò molto fu vedere come Fabrizio avesse preso sul serio tutti gli insegnamenti religiosi dei gesuiti. Benché lei stessa fosse molto pia, il fanatismo di quel ragazzo la impressionò. «Se mio marito arriva a rendersene conto, riuscirà a influenzare il ragazzo, me lo porterà via.» E pianse, e sentì di volergli ancora più bene. La vita al castello, abitato da una trentina di domestici, era molto triste. Fabrizio passava le giornate a caccia, o in barca, sul lago. In poco tempo fece amicizia con i cocchieri e i garzoni di scuderia. Erano tutti partigiani entusiasti dei francesi, e prendevano apertamente in giro quei bigotti dei camerieri addetti al servizio personale del marchese e del figlio maggiore. Il motivo principale di tutti gli scherzi contro quegli austeri personaggi era che si incipriavano i capelli, come i loro padroni.
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