3
Le quattro del mattino erano un orario solitario; l’oscurità assumeva un senso di vuoto. Gli alberi scricchiolavano e si spaccavano al brusco calare delle temperature. La brezza gelida graffiava la pelle esposta come una pietra pomice, provocando un leggero rossore. Una leggera spolverata di neve rendeva tutto più luminoso, più freddo. Più solitario.
L’uomo si sistemò meglio il passamontagna sul viso, uscì dal suo SUV e controllò che non ci fosse nessuno nei paraggi. Si infilò i guanti e si soffiò sulle mani per scaldare la pelle gelida. Sbarazzarsi di un corpo era più difficile di quanto la maggior parte della gente potesse pensare. Era fisicamente in forma, eppure anche lui aveva qualche problema a tirar fuori una donna adulta dal bagagliaio della macchina e a trasportarla a peso morto per una certa distanza.
Il sacco per cadaveri rendeva difficile avere una buona presa, ma con un po’ di fatica riuscì a issarsi il corpo su una spalla. Chiuse lo sportello senza far rumore, raccolse la torcia e s’incamminò verso l’area boschiva.
Dall’escursione dell’estate precedente, si ricordava di un posto a circa duecentocinquanta metri dai percorsi ufficiali. Era improbabile che la donna venisse trovata prima della primavera e il posto era sufficientemente vicino al fiumiciattolo perché gli animali del bosco s’imbattessero nel corpo e contribuissero a distruggere qualunque prova potesse essere rimasta. E per quanto fosse stato attento, non era così ingenuo da credere che non ci fosse nulla che avrebbe collegato la donna a lui.
Avrebbe voluto seppellirla, ma il terreno era duro come cemento. Doveva accontentarsi.
Lasciò silenziosamente il sentiero, lo scricchiolio dei suoi passi sui detriti che ricoprivano il terreno riecheggiava nel bosco. Trovò il punto che aveva selezionato e si voltò, scrutando i dintorni con la torcia per escogitare il modo migliore per nascondere il corpo. C’era un terrapieno eroso su cui torreggiava un enorme acero. Lo raggiunse lentamente e gettò a terra il pesante sacco, sollevato di essersi liberato di quel peso, dopodiché cominciò a roteare le spalle per alleviare il dolore.
Gli ci volle un momento per afferrare saldamente la cerniera con le mani guantate, poi fece rotolare la donna fuori dal sacco come un giocattolo rotto. Fatta eccezione per i lividi, appariva pallida contro la neve. La prese per i polsi e la tirò su fino alla parete del terrapieno. I capelli della donna si trascinarono sulla terra, le foglie s’impigliavano tra le ciocche nere.
Lei era stata un errore.
I suoi capelli erano della giusta tonalità, ma gli occhi erano color fango piuttosto che color whiskey. La linea della mascella era troppo squadrata. Le mani troppo grandi. La bocca troppo volgare e arcigna. Aveva finito per provare repulsione. Le raddrizzò le gambe e le spostò le mani per coprirle i peli pubici. Aveva bruciato i suoi vestiti e strofinato il corpo con il disinfettante.
Avvertiva delle leggere palpitazioni nel petto. Un peso che gli condizionava il respiro. Aveva pensato che potesse essere quella giusta, ma non lo era. Toccò le iniziali incise sopra il cuore della donna e fu investito dal rimpianto e dalla solitudine. Strinse le mani a pugno.
Lei non sarebbe dovuta morire. Lui non avrebbe dovuto perderla. Non era giusto.
Il respiro uscì tremante dal suo petto e gli venne voglia di sbattere il pugno contro qualcosa. Adocchiò i lineamenti gonfi della ragazza e distolse lo sguardo. Era stata un errore, ma lui non poteva smettere di cercare finché non avesse trovato una sostituta. Si alzò in piedi, calciò alcune foglie sul corpo, nascondendolo da occhi indiscreti e togliendolo dalla propria vista. Tra qualche ora, la neve l’avrebbe ricoperta e quando sarebbe arrivata la primavera, il ruscello che ribolliva pigramente alle sue spalle avrebbe allagato quell’area e spazzato via il corpo come spazzatura. Raccolse il sacco da cadavere, scrutò velocemente l’area per assicurarsi di non essersi lasciato nulla alle spalle e s’incamminò per tornare alla propria auto. Quindici minuti in tutto.
L’aria gelida gli bruciava i polmoni e l’uomo rabbrividì nella sua giacca di montone. Salì sul SUV e lo mise in moto, sparando al massimo il riscaldamento. Portare qualcuno così vicino a casa per certi versi implicava dei rischi, ma per altri era un’idea brillante che avrebbe potuto depistare le indagini. E non aveva bisogno di continuare a uccidere… solo finché non avesse trovato quella giusta. Non si era reso conto che sarebbe stato così difficile.
Sai dove trovare quella giusta…
Si strinse una mano sopra il cranio e piegò automaticamente le ginocchia verso lo stomaco, mentre cercava di controllare il SUV.
Non poteva farlo.
Aveva senso però.
No, no!
Eppure, i lineamenti di Mallory Rooney si sovrapponevano a quelli dell’ultima vittima. Quante altre donne dovevano morire a causa di quell’ostinata e malriposta lealtà verso la famiglia?
Si sentì rimescolare fin nelle viscere. Se avesse continuato così, avrebbe finito per essere scoperto. Le sue dita si strinsero alla pelle del volante e lui si raddrizzò sul sedile. Col cavolo che l’avrebbero preso. Col cavolo.
* * *
Alex in piedi sul gradino più alto del Lincoln Memorial osservava la gente confluire verso il monumento dedicato alla Seconda Guerra Mondiale, dove stava per aver luogo la cerimonia mattutina per la Giornata del Veterano. Era tornato dal North Carolina la scorsa notte. Avrebbe dovuto essere a letto a dormire, invece era lì.
Il tintinnio dei finimenti di un cavallo della polizia risuonò nell’ampio spazio aperto. Uomini anziani, molti su sedie a rotelle o dotati di bastone per camminare, venivano aiutati da parenti e amici per assistere alla deposizione delle corone ai piedi del monumento, in fondo alla Reflecting Pool.
Ripensò a quando da bambino, a fianco del nonno che aveva pilotato bombardieri sulla Germania, si era chiesto perché se ne stessero fuori in una fredda mattina di novembre, con indosso i vestiti della festa. Si ricordò di come aveva fatto scivolare la mano in quella del nonno e la sensazione di sicurezza da cui si era sentito avvolgere in quel momento.
Una sensazione di calore gli formicolò nel palmo della mano. Le sue dita si arricciarono.
Questo era il motivo per cui partecipava alla cerimonia ogni anno. Per onorare i morti. Per implorare il loro perdono. Mentre i minuti sembravano scorrere a passo di marcia, si avvertiva un ronzio di ossequioso silenzio. Un’energia di forte orgoglio, che era allo stesso tempo carica di emozione e silenziosamente stoica. Lo faceva sentire fiero di essere americano. Nonostante il suo tradimento idiosincrasico, amava ancora il proprio paese.
La Reveille riecheggiò attraverso la nebbia che avvolgeva il prato curato in modo impeccabile e gli eleganti edifici in marmo. Le note penetranti del corno gli risuonarono nelle ossa, facendolo vibrare dentro come una corda di violino. Il suo mento si alzò, le spalle si irrigidirono, le dita fremettero per fare il saluto. Ma lui non era degno.
Il suo lavoro nell’ombra era un luogo freddo e oscuro.
Il telefono gli vibrò in tasca.
Gli era stata tolta ogni possibilità di scelta quando aveva fallito la sua ultima missione, e aveva deluso il suo paese, così avanzò lentamente attraverso la folla, allontanandosi dal solenne tributo ai compagni caduti. Se non avesse fatto quell’accordo, ora starebbe ancora marcendo in una prigione nordafricana insieme a tutti gli altri vermi. Accostò il telefono all’orecchio.
«Ho bisogno di vederti nel tuo ufficio.» Jane Sanders. La tirapiedi del suo capo.
Alex chiuse la comunicazione e chiamò un taxi. Dieci minuti dopo, si trovava di fronte al vecchio edificio di pietra arenaria in Woodley Park, su cui era apposta una piccola targa d’ottone di fianco alla porta d’ingresso con la scritta «CRAMER, PARKER & GRAY. CONSULENTI PER LA SICUREZZA» incisa in piccole lettere maiuscole. C’era poco movimento per strada. Era mattina presto di una giornata festiva. Nessuno lo aveva seguito.
Jane scese dall’auto e salì i gradini dietro di lui. Non si parlarono.
Alex girò la chiave nella serratura e aprì la porta. L’edificio aveva il consueto aspetto di una normale attività commerciale: il bancone della reception, una fila di sedie dall’aria poco comoda e un basso tavolino da caffè – con su poggiate riviste patinate – erano collocati in modo ordinato nella stanza. Nonostante non fossero la tipica impresa aperta tutti i giorni dalle nove alle cinque, lui e i suoi soci – Haley Cramer e Dermot Gray – gestivano una legittima società di sicurezza e prevenzione del crimine che li aveva resi ricchi. I tre erano migliori amici fin dai tempi del MIT.
Haley e Dermot sapevano che lui gli nascondeva delle cose. Sapevano che era stato in carcere in Marocco e che aveva lottato duramente per il proprio rilascio. Ma di certo non sospettavano che Alex svolgesse un’attività part-time per il governo. Che era esattamente il senso di essere un agente sotto copertura.
Benvenuti nel lato oscuro.
Disinserì l’allarme e aprì la porta del suo ufficio, facendo cenno a Jane di precederlo all’interno. La donna trasalì al rumore della serratura che scattava dietro di loro. L’ufficio di Alex era insonorizzato e veniva setacciato alla ricerca di cimici prima e dopo ogni appuntamento. Non che lui avesse a che fare con molti clienti, giusto quelli sufficienti a far sembrare che si guadagnasse il salario in modo tradizionale. Ovvero quello che non implicava il sangue.
Accese il disturbatore di frequenze come precauzione che utilizzava solo quando l’edificio era vuoto. Anche Jane Sanders aveva un altro impiego, ma era il loro lavoro con il Progetto Portale il motivo per cui si erano incontrati.
“Progetto Portale” suonava così innocuo, come fosse il nome di un parco comunale o di un’impresa edile. Invece, facevano del loro meglio per mostrare ai serial killer e ai pedofili il cancello per l’inferno. Il progetto coinvolgeva persone ricche e molto potenti appartenenti alle più alte sfere governative. Persone pericolose. Persone senza scrupoli. Persone che avrebbero avuto un gran bel po’ da perdere, se le cose fossero andate per il verso sbagliato. Quel lavoro era più segreto ed elusivo di qualunque altro omicidio internazionale avesse mai portato a termine ma, da un punto di vista morale, gli attuali obiettivi gli causavano meno problemi di quelli del passato. Il fatto che avesse comunque un problema con tutta quella storia era il motivo per cui il suo impegno prevedeva un limite di tempo.
Come sempre, Jane non riuscì a sostenere il suo sguardo per più di una frazione di secondo. Sapere che lui era un assassino professionista la rendeva nervosa, anche se l’unica donna cui Alex avesse mai sparato aveva una bomba nascosta sotto i vestiti. Non era stato necessario alcun ordine diretto.
Alex non disse una parola. Si limitò ad accomodarsi sulla sedia dietro la scrivania. Mimetizzarsi come un camaleonte era una delle cose che gli riusciva meglio e avrebbe mentito affermando di non divertirsi a irritare quella donna. Avevano circa la stessa età e quello era tutto ciò che li accomunava. Lei era bionda e carina e tirata a lucido come una tipica Barbie di Washington. Se aveva un cervello autonomo, questo era ben nascosto dalla fitta agenda del loro capo comune. Lo guardava con la coda dell’occhio, nello stesso modo in cui si guarda un leone in teoria domato: con molta, molta cautela.
Se ne stava in piedi nel suo tailleur nero da sartoria, con lo sguardo rivolto oltre le tende dai ricami vecchio stile, così bella che Alex si chiese come mai non si sentisse minimamente attratto da lei.
Un tocco della mano di Mallory Rooney, e la sua pelle ne era rimasta elettrizzata, il cuore aveva preso a battere come quello di un adolescente. Ovviamente, lei non sapeva nulla di quello che Alex faceva davvero per il governo e l’aveva respinto comunque. Donna intelligente.
«Qualche problema?» chiese Jane.
Ancora una volta, lui non disse nulla. Lei non era un suo superiore e lo faceva incazzare quando si atteggiava come tale. Era complice nella morte di queste persone proprio come lui, ma non si sporcava mai le mani. Non erano amici. Non erano compagni d’armi. Avrebbe scommesso due dita della sua mano sinistra che non aveva neanche mai visto un cadavere e perché questo gli desse così fastidio, non sapeva dirlo.
«Hai trovato qualcosa…?»
Aspettò che lei lo guardasse dritto negli occhi. Scosse la testa.
Lei si schiarì la voce. «Immagino tu sia arrabbiato perché l’altra notte ce l’abbiamo fatta per un pelo con i tempi.»
Alex inarcò un sopracciglio. Aveva dovuto quasi fare un numero da prestigiatore per sparire senza essere visto da casa di Meacher. Non che si fosse preoccupato davvero. Il Bureau seguiva sempre la procedura, mentre l’Agenzia lavorava al meglio facendo strappi alle regole. E non che Alex lavorasse ancora per la CIA; a dirla tutta, sulla carta non l’aveva mai fatto. Ma si aspettava che questa nuova organizzazione rispettasse l’accordo, parte di cui consisteva nel fornire informazioni riservate sui movimenti esatti di determinati membri delle forze dell’ordine. In tempi consoni.
«La mia fonte mi ha riferito che ci sono stati problemi tecnici…»
«Hanno fatto una stronzata.» Se accidentalmente, o di proposito, non lo sapeva. «Se affondo, vi trascino tutti con me. Non dimenticarlo.» Questo era l’unico modo che aveva per assicurarsi di non farsi fottere da quelle persone. Aveva imparato la lezione nel modo più doloroso.
Le mani della donna tremarono leggermente sull’orlo della sua giacca, il primo segno fisico di nervosismo che aveva visto in lei. «Hanno detto che c’era una sorta di zona morta.» Il suo sguardo turbato incontrò quello di Alex.
Altro silenzio, che serviva a protrarre il disagio. Quello di lei.
«Chi ha fatto la soffiata agli sbirri?»
«Non lo so…»
«Qualcuno li ha chiamati prima che avessi finito il lavoro.»
Gli occhi della donna si spalancarono, colmi di terrore e lui si sentì vecchio di mille anni.
Tra la soffiata anticipata riguardo all’identità di Meacher, e l’allarme in ritardo sul fatto che la polizia stesse arrivando, per poco l’operazione non era stata compromessa. Alex si strofinò il viso con le mani. Era esausto e non aveva voglia di gestire la paranoia di Jane, oltre alla sua. «Lascia perdere. Me ne occuperò io.»
Impaziente di andarsene, Jane aprì una cartellina e ne estrasse un fascicolo. Stava quasi per porgerglielo, ma poi cambiò idea e lo fece scivolare sulla scrivania in legno di ciliegio.
La paura era una cosa buona.
La paura teneva le persone a una certa distanza, che era esattamente dove Alex voleva che stessero. Per qualche ragione, gli tornò di nuovo in mente Mallory Rooney, con i suoi capelli corti e scuri come le piume di un corvo e gli scintillanti occhi ambrati. Non aveva senso mentire a se stesso: non gli sarebbe dispiaciuto se ci fosse stata un pochino meno distanza tra sé e quel particolare agente federale.
«Hanno trovato un altro corpo» disse Jane Sanders senza preamboli.
«Dove?»
«In un’area boschiva isolata in Virginia, vicino al confine con il West Virginia. L’ha trovata una coppia che era uscita a passeggio con il cane. L’assassino si è dato da fare per nascondere il corpo.» L’eccitazione vibrava sommessamente nella sua voce. «Non credo si aspettasse che la vittima venisse trovata prima della prossima primavera.»
Alex si alzò in piedi e aprì il fascicolo. Abbassò lo sguardo sulle fotografie a colori di un’altra morte senza senso. Oltre a eliminare i serial killer, stavano anche cercando di risolvere un caso rimasto irrisolto. Prese in mano una foto. Si accigliò. «Il collegamento è piuttosto debole, non pensi?»
Le spalle esili della donna si alzarono e si abbassarono con falsa sicurezza, come se non fosse terrorizzata dal trovarsi nella stessa stanza con lui. Perché lui era la cosa più spaventosa che conosceva. Irritato, sorrise. Forse aveva ragione. Era più pericoloso dei mostri a cui davano la caccia.
Alex esaminò la fotografia. Questo particolare assassino di solito lasciava i corpi all’aperto, in canali di scolo in zone isolate. Perché questa vittima era diversa? O forse era semplicemente la prima volta che la polizia trovava un cadavere che lui – o lei – aveva nascosto in quel modo? Impossibile dirlo con certezza.
«Possiamo avere accesso ai rapporti di polizia e medico legale?» Non era uno psicologo, ma capiva gli assassini meglio della maggior parte della gente. Non ne condivideva l’eccitazione e l’ossessione, ma senza dubbio comprendeva i meccanismi che vi erano dietro, e i meccanismi erano quelli che di solito portavano questi tizi a commettere errori. Proprio come nel caso di Meacher, nel quale il profilo stilato dall’FBI, combinato ai tabulati telefonici del suo cellulare, avevano fatto sì che quest’ultimo ricevesse finalmente la giusta punizione.
«Non immediatamente, a meno che qualcuno non li hackeri, ma la polizia locale ha cominciato a fare ricerche sul ViCAP. Non ci vorrà molto perché trovino un collegamento con gli altri corpi. I federali piomberanno sul caso molto presto.»
Gli occhi di Alex si fissarono sulla mappa degli Stati Uniti appesa al muro. Le indagini della polizia scientifica richiedevano tempo. Trovare un assassino richiedeva tempo. «Ho altri appuntamenti che richiedono un’attenzione più urgente…»
«Il capo è molto insistente…»
«È comunque un’ipotesi davvero improbabile.»
«Dopo tutti questi anni, tutto è improbabile.»
Alex nascose la propria reazione guardando fuori dalla finestra. Non erano i fantasmi delle persone che aveva ucciso a tenerlo sveglio la notte. Era la devastazione delle famiglie che si era lasciato alle spalle. Aveva sempre seguito gli ordini. Sempre, fino a quell’ultima missione disastrosa quando era stato sul punto di spezzare il collo a un trafficante di armi internazionale. Poi, la figlia dodicenne dell’uomo era entrata nella stanza e Alex era rimasto impietrito. Un assassino migliore li avrebbe uccisi entrambi, ma lui non c’era riuscito. Li aveva lasciati vivere e se n’era andato.
Aveva avuto molto tempo per rimuginare su quella decisione.
Ciò che lo turbava di più era che neppure adesso sarebbe riuscito a ucciderlo davanti alla figlia. Neanche dopo che il bastardo si era preso la sua personale vendetta nella prigione in Marocco. Forse Alex se l’era meritato.
Jane raccolse le proprie cose in fretta. Era ovvio che fosse impaziente di allontanarsi da lui. «C’è un’altra cosa.» La donna abbassò la voce a poco più di un sussurro. «Qualcuno coinvolto nell’indagine su Meacher ha cominciato a ficcare il naso.»
Era stata sempre una questione di tempo.
«Dobbiamo adeguare alcune delle nostre pratiche.» Un po’ più suicidi assistiti e un po’ meno uso di forza letale. «Devi informare gli altri.»
Il leggero sussulto della donna lo fece accigliare. Pensava davvero che lui non sapesse degli altri due assassini professionisti che il Progetto Portale aveva reclutato per quest’operazione? Alex sperava solo che non fossero incasinati mentalmente come lo era lui. «Chi sta ficcanasando?» Avrebbe messo sotto controllo la loro email e il cellulare.
«Sono sorpresa che tu non lo sappia già.» C’era un che di pungente nel tono di Jane che quasi lo fece sorridere. «Il capo vuole che tu tenga d’occhio la situazione da vicino.» Fece un’altra pausa, ma ci sarebbe voluto molto più di un silenzio ben studiato per scalfirlo. «La persona che sta facendo ricerche è l’Agente Speciale Mallory Rooney, del Dipartimento dell’FBI di Charlotte.» Senza dire un’altra parola, la donna uscì dalla stanza, come se non gli avesse appena sganciato una bomba davanti agli occhi.