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2544 Words
Una volta che i sigilli magici furono stretti tra lei e Lord Kalel e una volta che la cerimonia fu conclusa, anche l’inviato del concilio si congendò, dato che si era accertato che tutto andasse come doveva. Se ne andò usando un portale disegnato da qualcun altro e Ona si chiese che razza di lombrico inutile non fosse neppure in grado di crearsi un’uscita da solo. Nello stesso tempo questo diceva molto sul genere di indifferenza agli sperperi della famiglia imperiale. Sebbene l’inviato fosse stato del concilio, formalmente, sembrava abbastanza ovvio che fosse una creatura degli Zheerkin. E gli Zheerkin avevano mandato un uomo incapace di creare un portale, pagando i potenti Guardiani dei Varchi sia per il diritto di passaggio che perché creassero un portale per lui. O forse quello spreco di soldi voleva solo essere un ultimo schiaffo agli Athesdel, che avevano perso buona parte delle proprie ricchezze. Quel pomeriggio Ona rimase nelle sue stanze, in mezzo ai propri bauli ancora chiusi. Non ci sarebbero state visite per lei, dato che gli Athesdel erano in disgrazia. Pensò che avrebbe fatto bene ad abituarsi a una vita molto solitaria. Si cambiò e prese un libro dal suo bagaglio. Mila tirò fuori i suoi indumenti da notte e li appese perché fossero freschi, quella sera. Ona osservò il castigato negligé di seta color panna e si chiese se non fosse il caso di indossare qualcosa di ancora più castigato. In realtà, non era neppure sicura che suo marito l’avrebbe mandata a chiamare, quella notte. Sapeva che avrebbe dovuto dargli un figlio, prima o poi, ma non era una questione urgente, giacché la discendenza degli Athesdel sarebbe stata segnata dalla disgrazia della propria famiglia. Non ci sarebbero stati titoli o importanti mansioni, per l’erede di Lord Kalel. Anzi, se le ingenti ricchezze dell’ex-duca si fossero esaurite prima della sua morte era persino possibile che il suo destino fosse fatto di ristrettezze economiche. Quindi non c’era fretta di metterlo al mondo. Quella sera, tuttavia, Lord Kalel la mandò a chiamare, chiedendole di unirsi a lui per la cena. Venne accompagnata da un valletto nelle stanze dell’ex-duca, dove era stata imbandita una tavola in un salottino laterale. Kalel stesso la aiutò a sedersi, mentre una cena leggera venne servita dal valletto che l’aveva guidata fin lì. Fuori dalla grande finestra, le cui tende erano aperte, Ona poteva vedere il tramonto sul parco della tenuta. Il suo sguardo spaziò sui giochi d’acqua delle fontane e sui cespugli scolpiti in filari squadrati, sugli alberi dalla chioma tondeggiante e sulle aiuole ancora perfette, ma che cominciavano a mostrare segni d’incuria. Uno dei primi segni della rovina di una famiglia, ricordò che le era stato detto, era quando venivano sospesi gli incantesimi che mantenevano fragranti i giardini. O forse era solo un dispetto per i successivi proprietari. «Ho sempre dato questo posto per scontato» disse Kalel, seguendo il suo sguardo. «È quello che facciamo tutti con la nostra casa natale» rispose Ona. Lui bevve un sorso di vino. «Sei stata buona a esprimere le tue condoglianze per mio padre. Forse dovrei fare altrettanto con te». Ona gli rivolse un lieve sorriso. «Mio padre è vivo». «Hai capito quello che intendo. Voglio che tu sappia che sono consapevole che non desideravi questa situazione. Lo sa anche Vera... mi dispiace per come si è comportata ieri sera. È... amareggiata». «Non preoccuparti». «Non mi preoccupo» rispose lui, con una lieve scrollata di spalle. «Ho ben poco di cui preoccuparmi, ormai. Quello che ha detto mia sorella... sulla situazione economica... non ascoltarla. Non siamo messi così male. Briendad ha piantagioni di cotone e canna da zucchero. Il clima è dolce. Abbiamo mulini e fattorie, oltre che i diritti di tassazione. Se c’è qualcosa che vuoi, chiedimelo e te lo farò avere». Ona apprezzò le sue parole. Agli Athesdel era stato tolto così tanto che sembrava impossibile che gli fosse rimasto qualcosa, ma Ona aveva già riflettuto sul fatto che quello che gli era rimasto le avrebbe consentito di vivere più o meno come nella sua famiglia paterna. «Pensi che potrò cavalcare?». Kalel sorrise appena. «Certamente. Partiamo con tutte le nostre bestie. Una parte verrà venduta, ma resteranno sempre cavalli a sufficienza per te». Ona annuì. Guardò quel viso affilato e scuro, pensieroso, forse afflitto. «Dimmi che cosa ti aspetti da me». Kalel sospirò lievemente. «Non lo so. Ho già così tanti nemici... preferirei che tu non diventassi una di loro». «Mi riferivo... alla linea di successione, presumo». Lo sguardo di lui si perse fuori dalla finestra, sul parco arancione per la luce del tramonto. «Non sono... ansioso... di avere un erede. Non ne vedo la necessità. Ma se desideri un figlio, farò in modo di dartelo. Non è necessario che stanotte...». Si interruppe e cercò un modo migliore per dirlo. «Non sei obbligata a passare la notte con me». «Prima o poi dovrò farlo» gli fece notare lei. Kalel si fece ancora più cauto. «Suppongo di sì. C’è qualche ostacolo particolare?». «Non credo, no. Non mi piace rimandare». Quello che pensava era: tolto il dente, tolto il dolore. A volte immaginare tutte le possibili sgradevolezze di un compito era peggio che eseguire il compito stesso. Kalel si voltò verso il valletto. «Rogdan, lasciaci» ordinò. Il valletto si inchinò e uscì dalla stanza, chiudendosi le porte alle spalle. Ona bevve un sorso di vino per farsi coraggio. «Quindi... è deciso» mormorò. Kalel annuì. Tornò a guardare il parco e indicò qualcosa con il naso. «Là in fondo, oltre quel filare di alberi, c’è un sentiero che corre accanto al fiume. Da bambino amavo quel posto. D’estate mi infilavo nei canneti e mi buttavo in acqua. Domani pomeriggio partiamo». «Lo so». «Non potrai vedere tutta la tenuta, domattina, ma se accetti il mio consiglio, percorri quel sentiero fino ai canneti. Il resto sono solo... stanze». Di nuovo Ona guardò quel viso che non conosceva. La tristezza si leggeva nella piega delle sue sopracciglia, ora. Ona bevve un altro sosrso di vino e scostò leggermente il piatto, come a dire che aveva finito. Kalel sembrò riscuotersi. Accantonò anche il suo piatto, si alzò e le scostò la sedia. Educato, distaccato, probabilmente infelice e tutt’altro che entusiasta di ciò che lo attendeva. Ona chiamò Mila, che la preparò per la notte in un vestibolo accanto alla stanza dell’ex-duca. Le sciolse i capelli color grano sulle spalle e poi li intrecciò in un’acconciatura morbida e lasca. La aiutò a indossare il negligé e le profumò le braccia e le spalle con un unguento apposito. Quando fu pronta Ona scivolò nella stanza di Kalel. Lui non c’era ancora. Si infilò sotto alle coperte, nel letto a baldacchino, e sperò che non la facesse aspettare troppo. Era stata istruita accuratamente su questo momento, ma le faceva comunque un po’ paura. Entrò anche Kalel. Indossava un pigiama di seta blu e i capelli gli ricadevano sciolti sulla schiena. Spense la debole luce sul comodino e la stanza piombò nel buio. Ona, con il cuore che batteva all’impazzata, sentì il suo peso incurvare il materasso. Poi Kalel scivolò tra le lenzuola accanto a lei. «Tutto bene?» mormorò. «Sì» rispose lei, in un sussurro. «Bene» ripeté lui. Nel buio più completo, Ona percepì dei movimenti, sentì dei lievi rumori. Il respiro di Kalel, che si faceva più veloce, mentre si preparava per lei. Passò qualche minuto. Ona cercò di rilassarsi, senza riuscirci. Sarebbe durato poco, si disse. Finalmente Kalel cambiò posizione. Le salì sopra. Non disse nulla, ma le allargò le cosce con le mani. Ona fece del suo meglio per non serrare le gambe. Ora anche il suo respiro era affannoso e la paura stava crescendo. Sentì qualcosa sopra al sesso. Qualcosa di tondeggiante, duro, bagnato, caldo. Qualcosa che le premeva contro, facendola contrarre ancora di più. Poi Kalel la afferrò per un fianco e la penetrò. Cercò di farlo delicatamente, ma il dolore fu bruciante. Ona gemette piano, cercando di non singhiozzare. Per qualche istante si sentì dentro un oggetto estraneo, bruciante, invadente... lo sentì muoversi, affondarle dentro, facendosi largo al suo interno in modo doloroso. Si morse le labbra per non fare rumore, mentre lacrime calde le scivolavano giù per le guance. Kalel si era fermato. Ona riusciva a sentire il suo fiato, su un lato della faccia, e percepiva il suo corpo sopra di lei, che le impediva di chiudere le gambe nonostante ci stesse provando con tutte le sue forze, se ne rese conto solo in quel momento. Il membro duro di lui restò fermo, bruciante. Subito dopo iniziò a farsi più morbido. Kalel si mosse ancora, facendola gemere di dolore, ma si fermò subito dopo. Ona lo sentì afflosciarsi rapidamente e poi scivolare fuori. C’era qualcosa di liquido e bruciante che colava fuori dal proprio sesso, ma Ona non sapeva che cosa fosse. Kalel cambiò posizione. Si inginocchiò tra le sue cosce, che Ona si sforzava di non chiudere. Non lo vedeva, ma lo sentiva respirare. Allungò una mano e trovò la sua, che si muoveva su e giù, veloce. Quando lo toccò Kalel si fermò. «Mi... dispiace» mormorò. Ona lo tirò verso di sé. Chiuse le cosce e gli circondò la vita con le braccia, tenendoselo sopra. «Kalel?» chiamò. «Sì?». Si rese conto che aveva appoggiato la testa accanto alla sua, sul cuscino. Ora riusciva a sentire il suo corpo contro al proprio. Il suo torace e le sue braccia. La sua carne soda e le sue ossa. «Non è così che sei abituato, è vero?» gli chiese. Lui restò in silenzio per qualche istante. «No. Mi dispiace, non... dammi qualche minuto, va bene?». Ona osò accarezzargli i capelli. Vedendo che non scacciava la sua mano, continuò ad accarezzarlo. «No, dai tu qualche minuto a me. Non dev’essere per forza sgradevole». «Mi dispiace» ripeté lui. Lei non gli rispose. «Posso baciarti?» gli chiese. Sentì il rumore silenzioso di una risata. «Naturalmente». Gli baciò una guancia e il mento. Si rivoltò in modo da essere lei quella sopra di lui. Le piaceva stringerlo. Le piaceva la consistenza del suo corpo. Trovò i bottoni del suo pigiama e iniziò a slacciarli. Sapeva che non indossava più i pantaloni, perché sentiva le sue gambe nude sfiorarle le gambe, ma voleva accarezzargli e baciargli anche il torace. Là sotto le bruciava ancora tutto, ma le avevano spiegato che era piuttosto normale, quando venivi penetrata per la prima volta. Ora, per qualche motivo, non aveva più paura, forse perché sapeva che poteva essere anche gradevole, molto gradevole. Stesa su di lui, le sembrava di avere la situazione sotto controllo e si sentiva in grado di renderlo appagante. Non voleva che Kalel ricordasse quell’esperienza come un disastro. Non voleva ricordarla come un disastro neppure lei. Gli slacciò la blusa del pigiama e gli accarezzò il petto. Seguì la forma definita dei suoi muscoli, le depressioni e gli avvallamenti sul suo torace. Lo baciò, sentendo il sapore un po’ salato della sua pelle. Kalel le sfiorò la schiena. Lasciò che lei continuasse a fare quello che voleva, accarezzandola lentamente. Quando Ona sentì le sue mani sul sedere si rese conto che era piacevole, molto, molto piacevole... Lo baciò finché non sentì il suo respiro che accelerava di nuovo. La sua bocca scese e scese, baciando e leccando. Giù, lungo lo stomaco e la pancia di lui. Sentì il suo odore e avvertì un movimento. Lo accarezzò sul sesso, trovandolo eretto. Lo baciò, ma non era sicura di sapere come fare a proseguire, così le sue labbra risalirono. Tornò a stendersi su di lui. Si strofinò sul suo corpo e Kalel le sfilò lentamente il negligé. Sul momento ne fu imbarazzata. Poi sentì le mani di lui sui fianchi e sui seni e si dimenticò dell’imbarazzo. Lo toccò di nuovo sul sesso, lo trovò ancora duro. «Possiamo... riprovare?» chiese. Kalel la strinse e la baciò sul collo. Ona non immaginava che potesse essere così piacevole, anche se in fondo avrebbe dovuto saperlo. Scoprì di volerlo sentire di nuovo dentro. Ora era diverso, ora era... ora lo desiderava ed era pronta per lui. Kalel la rivoltò e la accarezzò su tutto il corpo. Quando una delle sue mani arrivò sul sesso di lei, Ona sospirò lievemente. Le sue dita la stuzzicavano... sapeva di essere umida e pronta... Kalel la toccò sul punto sensibile che a volte si sfiorava da sola e che in una mattinata di quasi sette anni prima... ma non era il momento di pensarci. Ansimò, sentendo di volerlo dentro di sé. Aprì di nuovo le cosce, invidandolo a entrarle dentro. Di nuovo sentì la punta tondeggiante del suo membro. Di nuovo lui la penetrò con tutta la delicatezza possibile, ma questa volta non le fece male. Bruciava, sì, ma in un modo gradevole. Scoprì che dalle proprie labbra aveva iniziato ad auscire un basso gemito, un lamento che esprimeva piacere. Kalel la penetrò del tutto, facendola inarcare contro di lui. Ona gli strinse le spalle e sentì il suo respiro veloce. Subito dopo iniziò a muoversi. Il piacere aumentò ancora. Era... bello... essere piena di lui. Era bella la sensazione di avere dentro quella cosa dura e liscia, calda e grande. Le piaceva il modo in cui la tendeva e si rese conto che anche lei si stringeva attorno a lui, come a dirgli di restare un altro po’. Kalel aumentò il ritmo e Ona annaspò. Stava per superare il punto più alto del piacere, lo sapeva. Pulsava e si contraeva, premendo il sesso contro il bacino di lui. Quando raggiunse il culmine emise un breve grido Si sentì invadere da una specie di scossa e capì che non poteva più fermarsi. Kalel ansimò e accelerò. La penetrò più a fondo, stringendola per le natiche. Il suo ritmo cambiò ancora, mentre si piantava dentro di lei. Ona singhiozzò, capendo che anche lui stava concludendo. Si mosse verso di lui, stringendosi al suo corpo. Il calore, il sudore della loro pelle, il rumore dei gemiti di entrambi... Lentamente Kalel si fermò. Ona sentì che il proprio sesso pulsava sempre più debolmente attorno al suo. Abbandonò la testa sul cuscino con un sospiro. Kalel scivolò fuori. Qualcosa le colò tra le cosce. Lui si voltò su un lato, lasciandole sopra solo un braccio. Posò la testa accanto alla sua. Per un po’ si limitarono e stare lì, fermi, respirando sempre più piano. Poi Kalel le strinse appena un fianco. «Scusa... non avevo capito che volessi... tutto quanto, diciamo». Ona si voltò verso la sua voce. «Tutto quanto?». Lui le baciò una guancia. «Pensavo che volessi solo che mi sbrigassi a finire. Non è... non credo di essere molto bravo. Non l’avevo mai fatto». «Che cosa non avevi mai...» Kalel rise sottovoce. «Provare a renderlo... impersonale, no? Senza sudore, senza piacere. So che si può fare, ma... mi sembrava di farti male. Non mi piace. Non resto... concentrato». «Sì, be’, mi hai fatto male. Credo che sia normale. Cioè, mi hanno avvertita. Non lo so. Può essere sempre così?». «Credo che possa essere anche un po’ meglio. Non volevo essere... inappropriato». «Inappropriato» ripeté Ona. Scosse la testa e sospirò. «Non ho idea di che cosa tu stia parlando». Lui rimase in silenzio per qualche secondo. Ona pensò che se anche non rispondeva non aveva importanza. Stava bene, aveva sonno. Le piaceva il suo braccio sopra di sé. «Sei mia moglie, non...» mormorò Kalel, alla fine, per poi interrompersi ancora. «Non?». «Una concubina» concluse lui, in un vago borbottio. Ona rise. «Che c’è?». Lei scosse la testa e rise ancora. «Oh, grazie... ora è tutto molto più chiaro». Ona si girò in modo da avere la bocca accanto a quella di lui. Non lo vedeva, ma sapeva dov’era. Sentiva il calore del suo corpo e percepiva la sua testa sul cuscino. «Ridevo perché... in che modo essere una moglie è meglio di essere una concubina, quindi?». «Ah... in effetti ho sempre pensato che non fosse un grande affare. Ma ci sono dei vantaggi economici, sai». «Non puoi licenziarmi» sorrise lei. Kalel le accarezzò lentamente il fianco. «Bene, perché non voglio licenziarti».
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