CAPITOLO 7

1698 Words
CAPITOLO 7 Due granate nemiche avevano già oltrepassato volando il ponte, sul quale si accalcavano un’enorme quantità di soldati. A metà ponte il principe Nesvitzkij, sceso da cavallo, stava ritto con il grosso corpo appoggiato al parapetto. Ridendo si volgeva indietro verso il suo cosacco che, ad alcuni passi di distanza, teneva per le briglie i due cavalli. Non appena il principe si accingeva a proseguire, soldati e carri lo urtavano e lo immobilizzavano contro il parapetto e a lui non restava altro da fare che sorridere. - Ehi, amico - diceva il cosacco a un soldato alla guida di un traino di salmerie che premeva contro la fanteria ammassata attorno ai veicoli e ai cavalli. - Non potresti aspettare? Lo vedi, no, che deve passare un generale? Ma il conducente, senza prestar alcuna attenzione al titolo di generale, gridava contro i soldati che gli sbarravano la strada. - Ehi, paesani, tenete la sinistra. Aspettate! Ma i paesani, stretti spalla a spalla, impigliandosi con le baionette, si movevano sul ponte senza intervallo, come una massa compatta. Il principe Nesvitzkij, chino sul parapetto, vedeva le onde rapide e fragorose dell’Enns che, confondendosi, si frangevano contro il pilone del ponte e si inseguivano tumultuose. Guardando il ponte, vedeva onde simili, ma viventi: onde di soldati, di berretti, di chepì con le fodere, di zaini, di baionette, di lunghi fucili e, sotto i chepì, le facce dagli zigomi larghi, dalle guance incavate e dall’espressione stanca e inebetita; vedeva onde di piedi che si trascinavano nel fango viscido e appiccicoso di cui il ponte era coperto. Di tanto in tanto, tra le ondate regolari dei soldati, simile a uno spruzzo di schiuma bianca tra le acque dell’Enns, emergeva la figura di un ufficiale dal mantello chiaro e dalla fisionomia che si distingueva da quelle dei soldati; a tratti, come una scheggia di legno galleggiante sul fiume, appariva sul ponte, trascinato dalle ondate della fanteria, un ussaro appiedato, un attendente o un abitante della città; a momenti, ancora, come una trave navigante sulla superficie del fiume, passava sul ponte, premuto da ogni parte, il carro di una compagnia o di qualche ufficiale, carico sino alla cima e coperto di cuoio. - Ma guarda che roba! E’ come se si fosse rotta una diga... - esclamò il cosacco, fermandosi disperato. - C’è ancora molta gente che deve passare? - Un milione di uomini meno uno! - rispose scherzosamente un soldato che indossava un cappotto lacero, e poi scomparve. Lo seguiva un altro, un veterano. - Se “quello” - (“quello” era il nemico) - adesso si mette a sparare sul ponte - diceva con aria cupa il vecchio soldato al compagno - ti assicuro che dimenticherai persino di grattarti. E passò oltre. Dietro a lui ne veniva un altro, sopra un carro. - Dove diavolo hai cacciato le fasce da piedi? - chiedeva un attendente che seguiva di corsa il veicolo e vi frugava dentro. E passò anche quello, insieme con il carro. Dietro a questi camminava un gruppo di soldati molto allegri, che, senza dubbio, avevano bevuto. - Con che soddisfazione, caro il mio uomo, gli ha dato sui denti con il calcio del fucile! - diceva allegramente uno di essi, dal cappotto molto rialzato, facendo un ampio gesto con le braccia. - Guarda, guarda... del prosciutto dolce! - gli rispondeva un altro, ridendo. E anch’essi passarono, cosicché Nesvitzkij non poté mai sapere chi fosse stato colpito sui denti e che cosa c’entrasse il prosciutto... - Eh, che fretta! Perché “quello” ha sparato un colpo, pensano già che ci ammazzeranno tutti! - disse un sottufficiale in tono sprezzante e beffardo. - Quando la granata mi è passata davanti agli occhi, zietto mio, poco è mancato che morissi! - disse un giovane soldato dalla bocca enorme, trattenendosi a stento dal ridere. - Ti giuro che ho avuto una paura con i fiocchi! - aggiunse, quasi vantandosi della sua pusillanimità. E anch’egli passò oltre. Dietro a lui veniva un veicolo assolutamente diverso dagli altri che erano transitati sino allora. Era un carro tedesco, trainato da due cavalli, che pareva carico di un’intera casa, lo guidava un tedesco e, dietro, vi era legata una bella mucca pezzata dalle mammelle enormi. Sulle sponde del carro stavano sedute una donna con un lattante, una vecchia e una robusta giovinetta tedesca dalle guance rubiconde. Erano evidentemente abitanti del luogo, fatti sgombrare, e ai quali avevano concesso il permesso di passare. Gli occhi di tutti i soldati si volsero alle donne e, mentre il carro procedeva avanzando a passo rapido, tutte le osservazioni dei soldati riguardavano soltanto le due giovani donne. Un sorriso quasi identico, che rivelava pensieri sconvenienti, errava sulla bocca di tutti... - Vedi un po’, anche la salsiccia se ne va! - Vendimi la mamma! - disse un altro, calcando sull’ultima sillaba, rivolgendosi al tedesco che, con gli occhi bassi, adirato e impaurito, camminava a grandi passi. - Com’è tutta in ghingheri, accidenti! - Che ne diresti, Fiodotov, di stare con loro? - Ne ho già viste tante, fratello! - Dove andate? - chiese un ufficiale di fanteria che stava mangiando una mela e guardava anch’egli con un mezzo sorriso la bella ragazza. Il tedesco, chiudendo gli occhi, significava di non capire. - Vuoi? Prendi! - disse l’ufficiale, porgendo la mela alla giovinetta. Ella sorrise e accettò. Nesvitzkij, come tutti coloro che erano sul ponte, non distolse lo sguardo dalle donne sino a che non furono passate. E, quando furono passate, vennero ancora e ancora soldati simili agli altri, che facevano gli stessi discorsi, e alla fine, a un tratto, tutti si fermarono. Come spesso accade, all’uscita del ponte i cavalli di un carro di compagnia si impuntarono e tutta la folla fu costretta ad aspettare. - Ma perché si fermano laggiù? Che confusione! - esclamavano i soldati. - Non spingere, diamine! Non puoi aspettare? Sarà molto peggio quando “quello” incendierà il ponte. Guardate... anche quell’ufficiale non riesce a passare... - si udiva dire da ogni parte da quella massa di uomini fermi, che si guardavano l’un l’altro e premevano avanti verso l’uscita del ponte. Mentre stava chino sulla spalletta a guardare le acque dell’Enns, Nesvitzkij udì a un tratto un rumore, nuovo per lui, che si stava avvicinando rapidamente... il rumore di qualcosa di grosso che, con un tonfo fragoroso, cadesse nell’acqua. - Ma guarda dove mira! - disse severamente un soldato che gli stava vicino, volgendosi a quel rumore. La folla si mosse di nuovo. Nesvitzkij capì che si era trattato di un proiettile. - Ehi, cosacco, dammi il cavallo! - disse. - E voi, fatevi da parte. Largo! Largo! Con grande fatica raggiunse il cavallo. Senza smettere di gridare, si spinse avanti. I soldati si serravano l’un contro l’altro per fargli strada, ma poi di nuovo gli si strinsero addosso, tanto da schiacciargli una gamba. I più vicini non ne avevano colpa, giacché essi stessi venivano spinti dagli altri. - Nesvitzkij! Nesvitzkij! Tu qui, brutto muso! - gridò alle sue spalle una voce rauca. Nesvitzkij si voltò e vide, a quindici passi di distanza, separato da lui dalla massa viva della fanteria che avanzava, Vaska Denissov, rosso, nero, arruffato, con il berretto sulla nuca e il “dolman” spavaldamente gettato su una spalla. - Ordina tu a questi demoni di lasciarmi passare! - gridava Denissov, che si trovava evidentemente in preda a un accesso di furore, sprizzando scintille dalle pupille nere come il carbone nel bianco infiammato degli occhi, e agitando la sciabola ancora nel fodero, che egli teneva con la piccola mano nuda, rossa come il viso. - Ehi, Vaska! - rispose gioiosamente Nesvitzkij. - Che fai? - Non si può far passare lo squadrone - gridò Vaska Denissov, mostrando rabbiosamente i denti bianchi e spronando Beduino, il suo bel purosangue morello che, sbattendo le orecchie sotto le punture delle baionette contro le quali urtava, sbuffava e gettava attorno a sé spruzzi di schiuma che gli usciva dal morso, scalpitando sulle assi del ponte, e sembrava pronto a saltare il parapetto, se appena il suo cavaliere glielo avesse permesso. - Ma che fanno? Montoni sembrano, niente altro che montoni! Indietro! Fate largo! Fermi lì, con quel carro, diavolo... Vi prendo a sciabolate, sapete... - sbraitava e, snudata la sciabola, cominciava a rotearla. I soldati, con le facce spaventate, si strinsero l’uno all’altro, e Denissov riuscì ad avvicinarsi a Nesvitzkij. - Come mai oggi non sei brillo? - chiese Nesvitzkij a Denissov, allorché questi gli fu accanto. - Non ti danno nemmeno il tempo di bere! - rispose Vaska Denissov. - Non fanno altro che trascinare il reggimento di qua e di là. Se si deve combattere, ebbene, si combatta! Ma lo sa il diavolo che cosa sta succedendo adesso! - Come sei elegante, oggi! - osservò Nesvitzkij, guardando il “dolman” nuovo e la gualdrappa del collega. Denissov sorrise, cavò dalla tasca della sella un fazzoletto che sparse un’ondata di essenze profumate e lo cacciò sotto il naso di Nesvitzkij. - Non si può fare diversamente: vado a battermi! Mi sono sbarbato, mi sono lavato i denti e mi sono profumato! La figura imponente di Nesvitzkij, accompagnato dal suo cosacco, e la decisione con cui Denissov roteava la sciabola e gridava come un dannato, fecero sì che i due ufficiali riuscissero ad attraversare il ponte e a fermare la fanteria. Nesvitzkij trovò allo sbocco il colonnello al quale doveva trasmettere l’ordine e, compiuta la sua missione, tornò indietro. Dopo essersi aperta la via, Denissov si fermò in capo al ponte. Trattenendo il suo stallone che si slanciava scalpitando verso i suoi, fissava lo squadrone che gli veniva incontro. Le assi del ponte risonarono del limpido suono degli zoccoli come se fossero pochi cavalli al galoppo, e lo squadrone, in fila per quattro, con gli ufficiali in testa, si allungò sul ponte e cominciò a uscire dall’altra parte. I fantaccini fermi, ammassati presso il ponte con i piedi nel fango, osservavano gli ussari puliti ed eleganti che passavano davanti a loro, con quel particolare senso di ostilità che sempre si manifesta quando si incontrano truppe appartenenti a corpi diversi. - Che giovanotti eleganti! Ma quelli vanno al Podnòvinskoe! - A che servono costoro? Soltanto per far bella figura! - Fanteria, non sollevar polvere! - disse, scherzando, un ussaro il cui cavallo, scalpitando, aveva fatto schizzare spruzzi di fango su un fantaccino. - Se tu avessi fatto due marce con lo zaino in spalla, i tuoi alamari non sarebbero così lustri! - ribatté il fante, togliendosi con la manica il fango dalla faccia... - Non sei un uomo tu, ma un uccello a cavallo... - Eh, Zikin, se mettessero te su un cavallo, saresti elegante anche tu! - esclamò un caporale, rivolgendosi a uno sparuto soldatino curvo sotto il peso dello zaino. - Mettiti un bastone tra le gambe ed eccoti a cavallo! - scherzò l’ussaro, e si allontanò.
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