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Dopo diciotto minuti d’immobilità, il dottor Dante Zamboni, un uomo tarchiato, con un folto pizzetto e i capelli completamente bianchi, spostò l’alfiere di tre case e sospirò come se fosse stata la mossa in sé a essere massacrante, e non il pensiero che l’aveva generata.
Tamponò la fronte con il fazzoletto, da cui spuntarono le sue iniziali ricamate in oro.
Il suo avversario si chiamava Francesco Raimondi ed era un giovane moro dallo sguardo intelligente, ma un po’ spaesato.
Per la violenza dello scontro, l’intero palazzetto dello sport di Riccione si era stretto attorno ai due finalisti.
Era stata battaglia fin dall’apertura. Un gioco metodico quello del giovane, selvaggio quello dell’uomo, che malgrado l’aggressività non era riuscito ad accaparrarsi alcun vantaggio.
Nonostante avesse ancora molto tempo a disposizione, Francesco pensò solamente qualche secondo prima di promuovere il Pedone, tenendolo tra pollice e indice, entrambi protetti da cerotti.
La sua espressione mutò in una smorfia di disappunto, mentre lo sguardo del suo avversario si era fatto ancor più feroce. Era caduto in un ingegnoso tranello: quattro mosse dopo abbassò il Re e si arrese.
«Complimenti» disse Francesco, allungando la mano al vincitore.
Apparentemente, nei suoi occhi non c’era il minimo rancore.