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3853 Words
I Le domeniche elettorali irraggiano nitore. La combinazione tra il dì del Creatore e il clou della vita democratica colora l’aria di estivi presagi. È il 7 maggio e pare fine giugno! Tutto è lindo e luminoso, c’è odore di prato fresco e di vento marino. Una di quelle belle giornate che si mettono gli indumenti leggeri ancora impregnati di naftalina e poi magari si va a Ostia e tutti hanno fra cuore e stomaco quel friccico che è smania di divertirsi e basta. Saluti, convenevoli, discorsi squillano nel cielo di cristallo. La gente va ai seggi in processione spontanea. Coppie, famiglie, giovani e meno giovani, anziani, vecchissimi tirati fuori apposta dall’armadio della storia con all’occhiello un nastrino o un distintivo della guerra che portano nei ricordi. Marietta e io abbiamo votato presto, vicino casa. Adesso aspettiamo Mimmo e Betta che espletano alla elementare Giosuè Carducci a via La Spezia. A cavallo del sole un venticello azzurro scende da piazza Lodi, taglia piazza Camerino, ci viene incontro mentre risaliamo la via. Ci fermiamo all’angolo con via Nola, dove nel dopoguerra c’era lo sferisterio. Al bar Ciampi di fronte, all’imbocco di via Monza, c’è un solo tavolino occupato. Un uomo piccolo, ossuto, gira piano il cucchiaino nel caffellatte al vetro che gli hanno appena servito. Mimmo me lo ha indicato più di una volta: è il cameriere del baretto minuscolo di piazza Camerino. Passa tutti i suoi turni di riposo seduto in quest’altro caffè. Periodica rivincita di schiavo. Orina di cane annerisce l’asfalto attorno a un palo della luce. Mezza dozzina di canarini fanno chiasso dentro la gabbia esposta sul davanzale di un mezzanino. È il momento del bagnetto. I genitori si tuffano a turno nella vaschetta. I piccoli si bagnano prudentemente nell’acqua bassa, frullando le ali in mezzo alle pozzangherette sparse sul foglio di giornale che fa loro da pavimento. “Come prima, più di prima t’amerò /la mia vita per la vita ti darò, /sembra un sogno rivederti, accarezzarti, /le tue mani tra le mani stringere ancor…” Si sgola Dallara da una radio dietro la finestra dei canarini. Torniamo a braccetto verso la Carducci. La primavera ci carezza la nuca. “Hai votato bene?!” urla Mimmo appena ci vede attraversare via San Severo. Betta gli strattona un braccio. Due anziani coniugi tutti compresi nel dovere testé compiuto, si voltano con rimprovero. Riuniti a consona distanza scherzo pure io: “Ho votato secondo coscienza!” E lui: “Da quando ne hai una?!” Marietta e Betta ci lasciano stuzzicare come ragazzini. Poi però, siccome il gioco è bello quando dura poco, si intromettono per suggerire di lasciare le macchine dove stanno e andarcene a pedagna fino alla trattoria dove abbiamo stabilito di ristorar le forze provate dalla scelta elettorale. Ulderico allo Stradone, cioè via di San Giovanni in Laterano. I migliori supplì al telefono della capitale! Mia moglie, che ha la vocazione del navigatore, sciorina il percorso: “Attraversiamo le mura, costeggiamo a destra San Giovanni e piano, piano raggiungiamo Ulderico. Possiamo pure fare via dei Santi Quattro, se vi piace di più, poi tagliare e riprendere lo stradone…” Siccome è presto, propone di andare a messa in basilica. Idea accolta all’unanimità. Prima sosta, poco più avanti, al caffè Coppola per un bell’espresso di mezza mattinata. “Tu per chi hai votato?” continua a provocare Mimmo, stavolta rivolto a Marietta. “Per il Partito della Pagnotta!” “Ah! Il secondo partito d’Italia… Brava!” esclama il cugino. E tace. Ma io so cosa gli solletica la lingua, e il cielo è troppo bello per guastarlo con la serietà. Gli do l’assist: “E… il primo quale sarebbe?” “Il Partito della Mignotta!” schiocca, contento. La barista sorride in silenzio. Dalla pagnotta alla mignotta… cominciamo a discutere sulla innata propensione degli italiani per le soddisfazioni gastro-sessuali a scapito degli ideali e dei valori che nel corso dei secoli condottieri, preti, sovrani e comandanti hanno tentato di infonderci. Mimmo rievoca il disappunto di Mussolini allorché, all’indomani dell’entrata in Addis Abeba del maresciallo Badoglio e della successiva proclamazione dell’Impero in coreografia notturna dal balcone di Palazzo Venezia il 9 maggio 1936, il suddetto maresciallo si affrettò a inviare un telegramma a Roma chiedendo, a dispetto del “colonnello non voglio pane, voglio piombo pel mio moschetto” che ci imponevano a scuola, un’urgente fornitura di preservativi! Anzi, rincara: “Certi documenti che ho visti al lavoro, al principio stabilivano che le truppe dovessero intrattenersi solo con prostitute bianche, appositamente reclutate e inviate dalla madrepatria; ma presto le connazionali non bastarono più e millecinquecento ragazze locali furono autorizzate a esercitare. Sui loro tucul veniva esposta una bandierina gialla se l’ingresso era riservato agli ufficiali, verde se destinato a soldati e lavoratori… E siccome gli italiani dovunque vanno si fanno riconoscere, ci furono pure casi di truffa ai danni delle africane pagate con biglietti scaduti della lotteria nazionale che somigliavano tanto alle dieci lire!” Io, invece, ricordo un episodio ancor più emblematico. Una vera istantanea di italianità: “Il 26 luglio del ’43, di prima mattina, andavo verso via Nazionale risalendo via Panisperna. La radio aveva annunciato da diverse ore le dimissioni di Mussolini da Capo del Governo e la sua sostituzione, voluta dal Re, con il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio...” “Quello dei profilattici abissini!” si insinua Mimmo, dispettoso. “Proprio lui!” proseguo. “All’angolo tra via Milano e via Nazionale deserta in un’atmosfera sospesa, già afosa, nereggiava la figura panciuta di un ufficiale della Milizia, mi pare un primo seniore, con tanto di sciarpa littorio e pugnale becco d’aquila. Si sbracciava per fermare un tassì che però fece finta di non vederlo. Si avvicinò a un passante per domandargli qualcosa, ma questo affrettò il passo senza rispetto e men che mai salutandolo romanamente come avrebbe di certo fatto fino alla sera prima. Il milite in sahariana nera era spaesato, si faceva forza del suo grado per mantenere un atteggiamento virile. Rallentai il passo. Pure io, avendo inteso il radio-annuncio che segnava la fine del regime, mi mantenevo a distanza di sicurezza. Poi mi fermai a vedere perché un burino su un calesse tirato da un somarello tisico si era accostato per sentire cosa volesse il primo seniore. Udii chiaramente il fascista che, con vanto di maschio italico, spiegava al burino di esser da poco uscito dal Cimarra, un bordello non lontano, dove aveva trascorso la notte in dolci compagnie. Ci tenne a rimarcare il plurale. Il sempliciotto, in un dialetto di provenienza difficile da stabilire, probabilmente basso-laziale, gli consigliò di trovare un abito borghese e di infilarcisi alla svelta perché così addobbato, disse proprio addobbato, rischiava brutto visto che Mussolini si era dimesso ed era stato arrestato per ordine del Re…” “E poi?” fanno all’unisono le signore. “Poi il burino rivolse un urlaccio al somaro che riprese il cammino e il primo seniore restò impalato, incredulo, con i sui orpelli ormai inutili, anzi pericolosi. Si tolse il berretto con l’aquila dorata e se lo mise sotto il braccio. A passo veloce fece dietrofront e si infilò da via del Boschetto nei vicoli del Rione Monti senz’altro più sicuri della assolata via Nazionale dove era facile bersaglio…” “E te lo hai seguito?” mi domandano. “Sicuro! Pensai: vuoi vedere che torna al casino sperando di trovare qualcuno che gli presti una camicia e una giacca che non diano nell’occhio? Era un pezzo avanti a me quando girò un angolo e certo svoltò ancora, fatto sta che lo persi… Faceva caldo e il piede ferito in guerra mi doleva. Lasciai il primo seniore al suo destino. Ripresi a mangiare la mezza ciriola col salame che avevo comprato al forno di via dei Serpenti. Poi per gettare la carta unta sollevai il coperchio di un bidone della spazzatura e fra il pattume vidi baluginare il fregio dorato del berretto del milite e il manico del pugnale becco d’aquila che finivano in quel bidone la loro breve avventura imperiale…” “Invece sapete cosa ricorda a me il cielo di oggi?” riprende a parlare Mimmo. “Le elezioni del ’48. Le camionette zeppe di comunisti con le bandiere rosse che dalla Casilina scendevano via La Spezia per raggiungere piazza San Giovanni dove c’era il comizio di Togliatti o di Di Vittorio… Tutti a cantare Avanti o popolo, alla riscossa, bandiera rossa, bandiera rossa… Pareva impossibile che la guerra fosse finita!” “È vero!” si inserisce Betta, anche lei di San Giovanni. “A me ricorda pure il giugno del ’44, quando entrarono gli americani e i tedeschi si ritirarono…” “Sì, sì…” si infervora Mimmo. “E dire che qualche settimana prima Umberto e io ce l’eravamo vista brutta, proprio alla Carducci! Ti ricordi?” Me lo ricordo sì! Era l’ultima settimana di aprile del ’44. Noi repubblicani non stavamo nel CLN, ma ovviamente appoggiavamo la lotta partigiana. Per fortuna, eravamo andati via in anticipo da una riunione segreta che si teneva negli scantinati della scuola. C’erano alcuni responsabili del raggruppamento Castelli romani, che aveva basi a Velletri, a Genzano e in altre località vicine, che si incontravano con rappresentanti della Resistenza romana per predisporre i piani d’azione. Purtroppo tra loro c’era un infiltrato che ci aveva denunciati. Usciti dalla scuola neanche venti minuti dopo di noi, caddero tutti nelle mani della Gestapo a piazza San Giovanni. “Il comandante Severino Spaccatrosi,” ricorda Mimmo, “poi c’erano Colacchi, Lommi…” “C’era pure Linari…” “E poi è arrivato il 4 giugno…” continua a rammentare. “Un panzer tedesco fermo all’angolo con piazza Camerino, il carrista a torso nudo con le mani sulla mitraglia; altri tedeschi appostati dietro gli alberi con le Schmeisser pronte a far fuoco. Nel giro di neanche mezz’ora il panzer e i soldati con le Schmeisser e gli elmetti che ci facevano paura erano spariti e da piazza Lodi cominciarono a venir giù cingolati e camion americani. Ci siamo riversati tutti in strada. Sembravamo impazziti. Le ragazze si arrampicavano sui carri armati, la gente si accapigliava per arraffare le tavolette di cioccolata e le scatolette di zuppa essiccata…” “Io di quella giornata ricordo una sensazione…” dice Marietta, mentre già stiamo entrando nella basilica, “forse non avevamo capito se la guerra fosse finita o meno, ma ci esaltava la percezione che sarebbe finita almeno la fame!” All’uscita dalla messa, mi fermo sul sagrato. L’aria mi abbraccia limpida. Lascio gli occhi raggiungere il monumento a San Francesco e correre oltre lungo via Carlo Felice fino a rubare il campanile tremulo di Santa Croce in Gerusalemme. Marietta mi chiama: “Muoviti!” Ma io ho voglia di respirare ancora un po’ quest’aria giovane. I giardini di via Sannio. Le mura Aureliane. La vecchia sirena dell’allarme aereo sul palazzo di piazzale Appio, da un po’ in compagnia delle antenne della televisione… Da Ulderico d’obbligo i supplì. Fantastici. Pieni di rigaglie e pepati al punto giusto! Non da meno gli spaghetti cacio e pepe. Tutto accompagnato da un fiasco di Chianti Bacci secco che allappa. Rosso, quasi blu. Preferisco il bianco dei castelli, ma stavolta ho contentato gli altri. “Chi vincerà ’ste elezioni?” domanda Marietta. “I soliti!” risponde Mimmo. “Chi li ammazza quelli!” Penso pure io che vinceranno i soliti. “Sull’aereo caduto a Palermo, ci sono novità?” chiede Betta. “Ma, dico, stiamo in trattoria o al giornale radio!” protesta Mimmo. “Quanti sono morti?” si aggiunge Marietta ignorando le rimostranze del parente. “Centoquindici.” “Poveretti! Oltre al regista Franco Indovina c’era pure il figlio di un allenatore di calcio, vero?” continua mia moglie. “Sì. Vycpàlek, della Juve.” “Ma è stato davvero un incidente o ci sono altre ipotesi?” insiste Betta. “Chiediamolo al nostro agente segreto!” scherzo. Lui, siccome l’incidente di Punta Raisi è arrivato presto sulle scrivanie del SID, lascia da parte le lamentele e si butta nel discorso: “Ipotesi, supposizioni, illazioni fioriscono dopo qualsiasi incidente. Stavolta, però, si direbbe proprio che la tragedia sia imputabile a errore dei piloti. Il DC8 proveniva da ponente, lato Terrasini,” spiega mimando con la destra un aereo in atterraggio, “ha urtato un crinale alto oltre novecento metri e ha strisciato a gran velocità sul terreno fino a disintegrarsi per vari urti contro gli spuntoni rocciosi della cresta… Alcuni frammenti e resti delle vittime sono finiti sulla montagna dal lato di Carini.” “Poveretti!” fanno le donne all’unisono. “Ho letto,” parlo io, “che alcuni testimoni hanno veduto l’aereo già in fiamme prima dello schianto…” “Ascoltami bene,” fa Mimmo atteggiandosi a John Wayne, senza toupet, “’sti spaghetti sono troppo buoni per guastarli con la dietrologia. Ti rispondo ufficialmente e chiudiamo l’argomento Sono in corso le indagini per accertare la dinamica del disastro e stabilire tutte le responsabilità. Contento?” “Soddisfatto, mister Bond!” “Ma l’avete assaggiate ’ste albicocche? So’ cojoni!” scherza greve con voce malandra il cameriere che fa il piacione con due svedesone tutte ridanciane per l’abbondante rosso con cui innaffiano il pasto. “Co… io… ni?” sillabano le nordiche. “Co-ioni…” E si mettono a ridere perché non capiscono un cavolo. “Co-ioni!” squilla la più ciucca, possente come un gladiatore, e invita l’amica all’ennesimo brindisi. “Va beh, va beh… prosit…” Si stanca il bullo fuori corso, e si allontana verso la cucina mugugnando: “Indove andremo a finì’!” “A proposito di mister Bond,” riprende Betta rivolta al marito, “digli di quell’idea per l’estate…” “Giusto! Dunque… in breve: che ne direste di tradire Bellaria, quest’anno, e passare le vacanze insieme a Gaeta?” “Prima dicci che c’entra Bond?” rimpalla Marietta. Mimmo gigioneggia. Gli piace esser paragonato a 007 quanto a me piace essere associato a Maigret. Ma lui non ha il fisico di Sean Connery esattamente come io ho nulla a che vedere con Gino Cervi! “Immagino sappiate chi sia il colonnello Kappler…” dice. “Altroché! Il boia delle Ardeatine.” Questa cacio e pepe era favolosa. Peccato sia finita troppo presto! “E annamo, su! Signora, je lo dica lei ar mister… acqua e insalata è tutta ’na pisciata…” motteggia Ulderico in persona per convincere una coppia di inglesi ad accettare fagioli con le cotiche e una fojetta di bianco al posto della minerale e della salad con cui dichiarano di voler pranzare. “Allora forse ricorderete,” centellina le parole per fare il misterioso, “che una ventina di giorni fa Kappler si è sposato con una donna di quasi vent’anni più giovane…” “L’ho letto da qualche parte,” conferma Marietta, “l’ha sposata in carcere. Nel carcere militare di Gaeta, appunto…” “Bravissima! Sette più!” scherza il nostro Bond. “Il testimone di nozze è stato il maggiore Reder, anche lui ergastolano a Gaeta.” “Il carnefice di Marzabotto!” esclamo. “Davvero un matrimonio benedetto!” “Annelise, la signora Kappler,” continua Mimmo, “ha conosciuto suo marito tramite contatto epistolare. Ha quarantasette anni, figlia di un vecchio compagno d’armi del marito, è infermiera ed è stata sposata con un capitano della Wermacht, da cui ha divorziato. Dalle lettere la donna è passata a sempre più frequenti visite in carcere. Faceva e fa avanti e indietro tra Soltau, il paese tedesco dove vive, e Gaeta.” “Ma, dico io,” interrompe Marietta, “come mai a un criminale di guerra è permesso ricevere visite femminili e addirittura sposarsi?!” “Qui casca l’asino!” sottolinea Mimmo. “Còjoni… cojòni…” Non si danno per vinte le svedesi e ripetono la parola spostando l’accento un po’ qua e un po’ là. “Ah! Dum hane!” “Il caso di Kappler è anomalo,” riprende il cugino, “e ci sta attirando un sacco di critiche da parte della comunità ebraica e dell’opinione pubblica internazionale. Kappler, benché prigioniero in Italia, continua a percepire la pensione dal governo tedesco. Lui devolve parte dei soldi a un ente in Germania che si occupa di assistenza a bambini spastici, un’altra parte la spende per i suoi passatempi: violino, libri e l’allevamento di pesci ornamentali.” “Oh! Che anima gentile!” ironizza Betta. L’attrito con la comunità internazionale e con gli ebrei a causa del regime carcerario allentato concesso a Kappler dal nostro governo è sempre più imbarazzante, argomenta Mimmo: “Anche perché tanto dagli ambienti di sinistra che da quelli legati a Israele, arrivano accuse pure al Vaticano.” “Perché al Vaticano?” La cosa mi è nuova. “Per via di un altro periodico visitatore di Kappler,” chiarisce il parente, “monsignor O’Flaherty, un prete irlandese che negli anni dell’occupazione nazista operava in Vaticano e aveva messo su un’organizzazione con cui ha salvato circa quattromila persone tra prigionieri alleati in fuga, cittadini ebrei e perseguitati politici antifascisti. Con il consenso di Pio XII, li nascondeva nelle basiliche, nei conventi, nelle proprietà vaticane…” “Beh,” si inserisce mia moglie, “se è così, allora questo monsignore era un nemico per Kappler!” “Certamente,” conferma Mimmo, “e negli anni della guerra è stato perseguitato proprio da Kappler. In seguito, però, il prete aveva preso a visitare il colonnello detenuto a Gaeta e sembra si deve a lui la sua conversione al cattolicesimo. Molti sono persuasi che in seguito a questa conversione, ritenuta strumentale, e all’intercessione di O’Flaherty, il Vaticano si sia mosso per convincere Roma a essere meno dura con il prigioniero convertito!” “Però,” intervengo, “sia Segni che Saragat hanno respinto la domanda di grazia.” “Graziarlo sarebbe davvero troppo! Significherebbe scatenare la piazza: immaginate gli ebrei, i parenti delle vittime delle rappresaglie! Per gente come Kappler l’ergastolo è già una grazia! E non dimentichiamo che pestare i calli a Israele significa stuzzicare al di là del consentito gli Stati Uniti che, ci piaccia o no, sono gli artefici della nostra liberazione e della ricostruzione!” “E… quel prete che dice al riguardo?” vuol sapere Betta. “Ormai più niente!” istrioneggia Mimmo con un gesto da prestigiatore. “È morto nel ’63!” “Ma allora…” “Allora: lui non c’è più, ma gli sposetti continuano ad annoverare qualche sottana nera fra gli amici. In particolare, attualmente, un tale monsignor Paesani che sta nella Segreteria di Stato del Papa. Un uomo del cardinal Villot…” “Se vogliamo proprio insistere,” riferisco una cosa che ho letto, “si dice pure che dietro i riguardi riservati a Kappler ci siano accordi economici fra Roma e Bonn. Ne sai qualcosa?” “La politica è fatta da figli di puttana che agiscono da figli di puttana!” dichiara Mimmo a voce un po’ troppo alta. “Je compris!” Le svedesone brille ancora ciancicano e sghignazzano nel loro idioma alieno. Pagano il conto mettendo i soldi in mano al cameriere piacione. Lui sfodera un sorriso da pappagallo che in testa sua dovrebbe farle sciogliere. Però le due marcantonie non si sciolgono. Continuano a ridere, quello sì, mentre escono dal locale. Il maschio rinfodera il sorriso e controlla il denaro per vedere se c’è qualcosa per lui. “Ve possino casca’ pe’ le scale co’ le mano in tasca!” ringhia sottovoce. La mancia non è usanza nordica! “Però, scusate,” rompe la discussione Marietta, “in tutto ciò cosa c’entrano le nostre vacanze?” “Pochi giorni dopo le nozze,” spiega l’agente segreto di famiglia, “Fräu Kappler ha cominciato a ricevere lettere con pesanti minacce di morte. Missive simili sono state recapitate pure a monsignor Paesani. Nel suo caso le minacce si accompagnavano a pesanti accuse di collusioni con i nazisti rivolte al Vaticano, a Pio XII e addirittura all’attuale Pontefice che nel ’44 era pro-segretario di Stato. In conclusione: la signora Kappler ha denunciato il fatto, la cosa è arrivata a razzo sul tavolo del direttore dell’Ufficio I del SID, quello adibito alla sicurezza esterna, e su quello del gran capo in persona. Io, come vicedirettore del Reparto R, sono stato incaricato di vigilare con massima discrezione sul comportamento e pure sulla incolumità della tedesca e del prete che nei mesi estivi si troveranno stabilmente a Gaeta, alloggiati presso uno dei principali alberghi della cittadina. Mi hanno raccomandato di recarmi a Gaeta con la consorte per sembrare un normale villeggiante. Così ho pensato, abbiamo pensato, che se veniste pure voi e, perché no, magari anche Elisabetta con marito e figlia, sarebbe un modo per stare tutti insieme e completare il quadretto della famiglia in vacanza…” “Tu che ne dici?” domando a Marietta. Aggiudicato. L’idea di passare le ferie a Gaeta mi piace, anche se mi sento un po’ traditore nei confronti di Bellaria. Ho passato due dei miei primi anni di poliziotto a Gaeta, nel ’47-’48. Poi, con Marietta, ci siamo stati qualche volta, prima di conoscere la Romagna. Passata la guerra, Gaeta sembrava un paese fantasma. Dopo l’8 settembre i tedeschi avevano distrutto la stazione e le installazioni militari, raso al suolo i bei villini della città-giardino sul lungomare di Serapo dove erano rimaste in piedi solo la chiesetta di San Nilo e la vetreria che a furia di asportare sabbia aveva creato fosse paludose alle spalle della spiaggia. La gente era scappata tutta nell’entroterra. Il borgo antico sventrato dalle bombe era immerso in un silenzio cimiteriale, si sentiva solo il vento fra gli sterpi che spuntavano dalle macerie. Peccato, perché è un posto incantevole: una Napoli in miniatura adagiata in un mare da sogno. Però… strana la vita, nonostante le bellezze naturali, quell’abbandono, quei muri crollati, gli occhi rassegnati della gente e la presenza incombente del carcere militare mi hanno impedito ogni volta di sentirmi rilassato in quei luoghi. Forse perché mi ricordavano i sergenti che in guerra ci agitavano sul muso lo spauracchio di Gaeta quando eravamo indisciplinati, quando non riuscivano a farci scordare la paura con vuote parole d’ordine… slancio fascista… credere, obbedire, combattere… e quell’altra stronzata di meglio vivere un giorno da leone… O forse erano le ombre a inquietarmi? Loro. Kappler e Reder, ombre di anni che vorremmo non aver vissuti… Invisibili ma presenti dietro i bastioni della fortezza… Hanno fatto pure un TV7 qualche anno fa su Kappler e Reder. Mi pare che il servizio si intitolasse proprio Le ombre di Gaeta… Gli inglesi hanno ceduto ai fagioli e al vino e sembrano soddisfatti. Le elezioni, “le prime elezioni anticipate della storia repubblicana” non fanno che ripetere alla radio e alla tv, hanno confermato la DC primo partito d’Italia. Ha preso oltre il trentotto percento dei voti, un buon dieci percento più dei comunisti. È andata bene ai missini che hanno acchiappato quasi il nove percento. I liberali sono calati, mentre noi repubblicani abbiamo guadagnato uno zero ottantanove percento. Stasera niente di nuovo…
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