Pur essendo spaventata e sempre più esangue, l’estranea acconsentì e portò la mano alla cerniera, che tirò giù un po’ alla volta. Subito una piccola testa, tonda e ricciuta, si affacciò tra i due lembi aperti del parka, mentre uno strillo acuto si sprigionava nell’aria gelida, propagandosi come un rimprovero.
“Caspita, il pupo ha un futuro da tenore!” commentò Amulio, coprendosi le orecchie sensibili.
Il suo olfatto aveva già individuato l’odore di una seconda persona sulla donna, ma non aveva preso in considerazione l’idea che lei nascondesse il figlio in quella maniera.
Senza perdere altro tempo, Tom si spostò in salotto e fece quanto gli era stato richiesto. Gus e Tiberius scortarono le donne dentro, mentre grossi fiocchi cominciavano a poggiarsi sulla neve già caduta in abbondanza nelle ore precedenti.
Una volta al caldo, la madre parve perdere ogni forma di ostilità, insieme alle poche energie che ancora possedeva. Si accasciò a peso morto sul divano e chiuse gli occhi, lasciandosi sfuggire alcuni gemiti di dolore. Le sue mani, tuttavia, continuavano a cercare un contatto con il bambino, che ormai si dimenava come una furia.
“Qual è il tuo nome?” le domandò Theo mentre, con estrema premura, l’aiutava a sollevare il capo e a riadagiarlo su un cuscino.
“Char… Charlotte” singhiozzò lei e il piccolo, sensibile com’era, si mise subito a imitarla. “Lui è Buddy. Mio figlio.”
“Ciao, piccolino!” lo salutò il mezzo demone. “Mamma mia, che vocione! Ti abbiamo proprio fatto arrabbiare, eh?”
Preso com’era dall’ultimo arrivato, non ebbe modo di notare l’imbarazzo degli altri, che per riguardo non osavano avvicinarsi. Era davvero raro per loro vedere un piccolo vampiro, tantomeno in casa.
Chi era quella persona, da dove saltava fuori e come mai cercava Luke?
Ciascuno cominciò a elaborare ipotesi ma, prima che potessero rivolgerle una qualsivoglia domanda, Gus si portò le mani alla bocca, assumendo un’espressione d’incredulità.
“Charlotte, io… Se posso fare un azzardo, oltre che tuo, questo bambino è anche di Luke! Cioè… Hanno gli stessi riccioli capricciosi, la stessa fronte spaziosa e non ho dubbi su quel naso aquilino! Sembrano due fotocopie, non credete?”
“Dici?” replicò Theo sconvolto, cercando una qualche somiglianza tra il frugoletto urlante e il ritratto vicino al camino.
Gus, però, non aveva alcun dubbio.
“Eccome! Ragazzi, sono serio. Non vorrei dire fesserie, ma giurerei che persino il tono acuto della voce sia il medesimo! Fulmini e tuoni, non avrei mai pensato di vedere arrivare questo giorno!”
“Io sì” mormorò Tom, caustico. “Anzi, mi meraviglio che non sia successo prima!”
Si pentì però immediatamente della breve ammissione quando Charlotte, colpita dal suo tono canzonatorio, si drizzò di scatto, salvo poi avere un altro capogiro.
“Lui dov’è?” chiese con un debole lamento. “Credevo fosse tornato qui.”
“È uscito per una breve commissione. Lo chiamo subito, se vuoi” le disse Gus, il telefono già in mano.
Allarmata, lei si strinse con foga il bimbo al petto, scatenando altre proteste da parte sua.
“No! No, prima… Fatemi riprendere. Ho bisogno di guarire.”
C’era qualcosa di strano nel modo in cui guardava il figlio, una specie di profonda nostalgia che mise i brividi a chi riuscì a percepirla. Lo stesso Tiberius esitò prima di tornarle vicino, ma per fortuna Alice dimostrò maggiore prontezza di spirito.
“Perché non lasci che ci occupiamo noi di Buddy? Così il nostro bravissimo medico potrà visitarti.”
Nonostante fosse in evidente difficoltà, Charlotte rifiutò. Purtroppo, però, continuava a perdere sangue sul cuscino, come se la ferita non riuscisse a rimarginarsi. Il suo volto diveniva di minuto in minuto più pallido, tanto che non riusciva a tenere gli occhi aperti.
“Non curatevi di me. Lui però… Forse è vero, ha fame. È trascorso troppo tempo dal suo ultimo pasto.”
Mortificata per quella inevitabile ammissione di colpa, chinò il capo sul piccolo, gli baciò i capelli, più soffici dell’ovatta, e finì per piangergli addosso, incapace di arrestarsi.
Come poteva spiegare quello che doveva? In quale modo avrebbe potuto giustificarsi, senza rivelare troppo di sé?
Dei numerosi e fantasiosi discorsi mandati a memoria non ricordava neanche una parola. Aveva immaginato un arrivo diverso, delle presentazioni più civili e meno tragiche. Come l’avrebbero giudicata, ora che potevano dedurre che madre indegna fosse, visto che era incapace di sfamare il suo stesso unico figlio?
Continuò a piangere e non si accorse di come, per puro istinto di protezione, i legionari avessero serrato i ranghi intorno a loro due. Benché ignorassero ogni cosa di quella vampira, del suo rapporto con Luke e del bambino, non potevano restare indifferenti di fronte a quella scena straziante.
Alice, sforzandosi di non piangere per empatia, allargò la cerniera e riuscì ad aprire del tutto il parka. Sollevò piano il bambino, per poi passarlo a Brianna che, essendosi presa cura di fratelli, sorelle e cugini, aveva maggiore dimestichezza.
La prima cosa che entrambe notarono, sentendo il cuore stringersi dalla pena, fu che gli abiti che indossava fossero di almeno due taglie più piccoli. Maglia e pantaloni, a un certo punto, dovevano aver perso i polsini, il che spiegava perché le estremità fossero scucite. Qualche filo un po’ più lungo pendeva persino dalle manine del piccolo. E benché sembrasse grandicello, i calzini blu e gialli che aveva ai piedi erano tanto inadatti a riscaldarlo contro il rigore dell’inverno quanto a consentirgli di camminare.
Chi non aveva un compito specifico, rimase a osservarlo con stupore, nel tentativo di cogliere quella somiglianza con Luke che Gus aveva individuato per primo, grazie al suo occhio da artista. Non fu, però, un’impresa semplice, perché il bimbo strillava più di prima. Tirava anche i capelli rossi di Brianna con i suoi pugnetti, quasi fossero liane e volesse testarne la resistenza, prima di arrampicarvisi.
Charlotte, invece, una volta libera dal peso del figlio, era rimasta immobile sul divano, talmente esausta da non riuscire neppure a girarsi di lato. Era così magra da sembrare scheletrica e i vestiti che indossava, al contrario di quelli di Buddy, le stavano così larghi che ci si poteva perdere dentro. Anche quelli mostravano con chiarezza il suo stato di indigenza. Erano lisi, macchiati in più punti e piuttosto che prémaman sembravano essere appartenuti a un uomo obeso. Al di là di quello, comunque, era chiaro che le forze la stessero abbandonando e che si fosse mantenuta in piedi solo per il benessere del piccolo.
Nel frattempo, Alice e Tiberius iniziarono a controllare la sua ferita che, pur non essendo tanto grave, destava preoccupazione. Il sangue era colato fin sul collo, dove i fini capelli della vampira si erano tinti di rosso e incollati al viso.
“Sei fortemente disidratata, ecco perché il taglio non si rimargina” le disse il medico, osservando con sconcerto anche la poca tonicità dei suoi muscoli.
“Può andare bene questo?” chiese Cédric, porgendogli un calice di sangue.
Tiberius lo ringraziò per la premura. “Per adesso, sì. Te la senti di bere un sorso, Charlotte?”
La donna aprì a malapena gli occhi ma accettò di farsi aiutare e, quando le sue labbra secche e spaccate sfiorarono il liquido rosso, li richiuse all’istante.
Nemmeno ricordava l’ultima volta in cui si era concessa un pasto, per quanto frugale. Senza più il becco di un quattrino per acquistare sangue, non le era rimasto che ricorrere ai canini e azzannare qualche umano sprovveduto, con tutti i rischi che ciò comportava. Purtroppo, man mano che diventava sempre più debole, non era più riuscita nemmeno a fare quello. Insieme alle forze, era scemato anche il suo Dono, tanto che pensò fosse stato un miracolo potervi ricorrere. Peccato che, stremata per lo sforzo, avesse perso i sensi e non si fosse accorta che Luke fosse di nuovo uscito di casa.
Nel sentire scivolare il sangue nella bocca e aderire a lingua e palato capì, però, quanto fosse stata folle. Incosciente. Aveva trascurato se stessa al punto di non essere più in grado di occuparsi del suo piccolo angelo e adesso… Adesso sarebbero stati lieti di strapparglielo, ne era sicura. Soprattutto Luke. Da lui si aspettava il peggio ma, in fondo, sapeva di meritarselo.
Mentre si sforzava di ingoiare poco alla volta, sentì le lacrime rigarle le guance ma non poté trattenerle. E quando immaginò che avrebbero macchiato la camicetta bianca che indossava, provò pena per se stessa. Quella era l’ultima rimasta pulita e l’aveva serbata in previsione di quel momento, di quell’incontro fatidico che aveva cercato di rimandare il più possibile, fallendo miseramente.
Un sorso le andò di traverso, tossì con violenza e Tiberius allontanò il bicchiere.
“Per ora basta. Ho bisogno di trasferirti di sotto, nella stanza che usiamo per le emergenze mediche. Vuoi che portiamo il bimbo con noi, così che lo visiti?”
“No” rispose lei. “Lui può restare qui.”
Con ogni probabilità, quella sarebbe diventata la prossima casa di Buddy e quelli i suoi nuovi parenti. Doveva lasciare che facessero amicizia, doveva… Lasciarlo andare. Si era preparata psicologicamente per quell’addio, l’aveva pianificato da tempo, perciò non sarebbe servito a niente provare a differirlo.
Il problema era che Buddy non si calmava. Dopo aver strappato mezzo scalpo a Brianna, che comunque era armata di una incrollabile pazienza, era finito prima in braccio a Gus, dalla cui presa era sgusciato come un’anguilla, poi a Cédric. Il quale, in teoria, avrebbe dovuto sapere cosa farci, dal momento che in passato aveva avuto due figli, invece se lo passava impacciato da un fianco all’altro, gridando più di lui perché non sapeva come rabbonirlo.
“Il piccolo è indemoniato! Sarà mica un altro mio parente?” scherzò Theo per sdrammatizzare, tentando di distrarlo con il primo oggetto sottomano, cioè un mazzo di chiavi.
Nemmeno il tintinnio però fu utile a distrarlo e Charlotte, debolissima, provò a spiegare.
“Ha paura ed è confuso. Non ha mai… Non ha mai incontrato nessuno, a parte me e la ragazza che ogni tanto gli faceva da babysitter.”
Non appena ebbe proferito quelle parole, roteò gli occhi nelle orbite e svenne. In tutta fretta, insieme a Brianna e ad Alice, Tiberius la trasferì con urgenza in infermeria e là le due donne s’incaricarono di svestirla e ripulirla.
Non aveva riportato altre ferite nella caduta, ma la controllarono con scrupolo, mentre il medico tirava brevemente le somme sulla sua situazione clinica.
“A una prima analisi, appare esausta, malnutrita e afflitta, ma non è in pericolo di vita, anche se lei, a quanto pare, crede il contrario. Attenderò che si svegli per farle altri accertamenti. Usare il mio Dono su di lei, adesso che è tanto affranta, mi sembrerebbe una terribile invasione della privacy.”
Alice, turbata dalla sporgenza eccessiva delle sue ossa, si affrettò a chiuderle il pigiama che le aveva fatto indossare.
“Quindi, non sono stati i postumi del parto a ridurla così?” gli domandò, temendo per la sua salute e per le incognite che quella condizione poteva presentare.
“No, lo escludo. Il bambino è già grande, credo abbia un annetto e, se il parto avesse avuto delle conseguenze, si sarebbero già manifestate. È stata fortunata e non ti nascondo che sono curioso di sapere se ha fatto qualcosa di diverso dal solito, rispetto alle altre donne gravide, oppure se ha ricevuto cure particolari che l’abbiano aiutata a sopravvivere. In generale, credo comunque che abbia patito molti stenti, pur di dare a suo figlio ciò di cui aveva bisogno. Buddy, infatti, mi è parso piuttosto energico… Proprio come suo padre” aggiunse, scuotendo il capo. Gli pareva ancora incredibile dire una cosa del genere.
Alice osservò le guance scavate, le labbra tirate anche nel sonno, la fiacca immobilità di quella sconosciuta e provò una fitta al cuore.
“Secondo voi, Luke lo sa?” chiese, anche se dentro di sé conosceva già la risposta.
Tiberius, infatti, negò con decisione.
“Assolutamente no. Non avrebbe mai, in nessuna circostanza, lasciato che suo figlio e la donna che lo ha partorito patissero la fame. Anzi, bisogna avvertirlo quanto prima, se gli altri non lo hanno già fatto, e pensare a Buddy. Se continua a urlare così, tirerà giù la casa.”