UN INCONTRO

2941 Words
UN INCONTRO Fu Joe Dillon a farci conoscere il Wild West. Aveva una piccola biblioteca con dei vecchi numeri dell’“Union Jack”, del “Pluck” e del “Halfpenny Marvel”. Ogni sera, dopo la scuola, ci riunivamo nel suo giardino dietro la casa e organizzavamo battaglie di indiani. Lui e quel ciccione del suo fratello minore, Leo, l'indolente, occupavano il fienile della stalla, e noi cercavamo di prenderlo d'assalto dal basso; oppure combattevamo una vera e propria battaglia campale sul prato. Ma, benché ce la mettessimo tutta, non riuscivamo mai a vincere né un assedio né una battaglia, e le nostre lotte finivano immancabilmente con la danza di vittoria di Joe Dillon. I suoi genitori andavano tutti i giorni alla Messa delle otto in Gardiner Street, e soprattutto in anticamera, aleggiava sempre il lieve profumo della signora Dillon. Lui però, per noi che eravamo più piccoli e più timidi, era troppo impetuoso nel gioco. Pareva proprio un indiano quando saltellava per il giardino con un vecchio copriteiera in testa, battendo su una latta con il pugno e urlando: “Ià, iaca, iaca, ià!” Restammo tutti increduli quando si diffuse la voce che aveva la vocazione religiosa. Ma era proprio vero. Di conseguenza uno spirito di ribellione si diffuse tra di noi e, sotto la sua influenza, non facemmo più caso a diversità di cultura e di costituzione fisica. Ci unimmo in una banda, alcuni per baldanza, altri per scherzo e qualcuno quasi per paura: tra questi ultimi, gli indiani riluttanti che avevano paura di essere giudicati sgobboni o gracili, c'ero anch'io. Le avventure raccontate dalla letteratura del Wild West erano lontane dalla mia natura, ma per lo meno aprivano le porte all'evasione. Preferivo certi racconti polizieschi, nei quali ogni tanto facevano delle rapide apparizioni belle ragazze fiere e scarmigliate. E benché non ci fosse niente di sconveniente in questo genere di racconti, che a volte avevano anzi una certa pretesa letteraria, pure a scuola circolavano di nascosto. Un giorno, mentre Padre Butler stava interrogando sulle solite quattro pagine di storia romana, quello sciocco di Leo Dillon fu scoperto con una copia dell’“Halfpenny Marvel”. “Che pagina, questa o quella? Questa? Su Dillon, alzati! 'Il giorno era appena...'. Avanti! Quale giorno? 'Il giorno era appena spuntato...' Ma hai studiato? Che cosa hai lì in tasca?” Ci sentimmo tutti battere il cuore, mentre Leo Dillon consegnava il giornale e prendemmo un'aria innocente. Padre Butler si mise a sfogliare le pagine, corrugando le sopracciglia. “Che razza di roba è questa?” disse. 'Il capo degli Apache!' Ah! Ecco cosa leggete invece di studiare la storia romana! Che non trovi mai più robaccia simile in classe! Chi l'ha scritta doveva proprio essere uno di quei poveri disgraziati, che scribacchiano per guadagnarsi quel tanto che basta per andare all'osteria. Mi meraviglia che dei ragazzi beneducati come voi leggano di queste cose. Potrei anche capirlo se frequentaste... la scuola pubblica. In quanto a te, Dillon, ti avverto una volta per tutte: applicati seriamente al tuo lavoro o...” Questa ramanzina, durante le serie ore di scuola, spense buona parte della gloria del Wild West ai miei occhi, e l'imbarazzo della rubiconda faccia di Leo Dillon risvegliò in me la voce della coscienza. Ma lontano dall'influenza moderatrice della scuola, mi riprendeva la smania di sensazioni selvagge, per l'evasione che solo queste cronache di disordine sembravano offrirmi. A lungo andare il finto combattimento della sera diventò per me noioso quanto la giornaliera routine della scuola, perché volevo vivere delle avventure vere. Ma nella realtà le avventure non capitano a chi se ne sta a casa: bisogna andarsele a cercare fuori. Le vacanze estive erano ormai vicine, quando decisi di evadere dalla monotonia della vita scolastica almeno per una volta. Con Leo Dillon e un ragazzo di nome Mahony ci mettemmo d'accordo per marinare la scuola per un giorno. Ognuno di noi mise da parte sei pence. Ci saremmo incontrati alle dieci del mattino sul Canal Bridge. La sorella più grande di Mahony gli avrebbe scritto una giustificazione, e Leo Dillon avrebbe fatto dire da suo fratello che era ammalato. Avevamo stabilito di seguire la Wharf Road fino alle barche e là traghettare in “ferryboat” per andare a vedere la Pigeon House. Leo Dillon temeva che avremmo potuto incontrare Padre Butler o qualcun altro della scuola; ma Mahony chiese, con molto buon senso, che cosa avrebbe mai dovuto andarci a fare Padre Butler alla Pigeon House. Questa osservazione ci rassicurò, e io portai a termine la prima fase del complotto raccogliendo i sei pence degli altri due e facendo veder loro nello stesso tempo che anch'io mettevo la mia quota. La sera, mentre prendevamo gli ultimi accordi, eravamo tutti un po' eccitati. Ci stringemmo la mano, ridendo, e Mahony disse: “A domani, camerati!” Quella notte dormii male. La mattina arrivai per primo al ponte, perché ero quello che abitava più vicino. Nascosi i libri nell'erba folta vicino all'immondezzaio, in fondo al giardino, dove non veniva mai nessuno, e mi affrettai lungo l'argine del canale. Si era nella prima settimana di giugno, e il mattino era mite e soleggiato. Mi sedetti sul parapetto del ponte, guardandomi con compiacimento le leggere scarpette di tela, che avevo diligentemente pulito la sera prima col bianchetto, e osservando i docili cavalli che trascinavano su per la collina un omnibus carico di gente indaffarata. I rami degli alti alberi, che fiancheggiavano il viale, davano un tocco di gaiezza con le loro foglioline verde brillante, attraverso le quali i raggi del sole battevano obliquamente sull'acqua. Il granito del ponte cominciava a diventare caldo, e cominciai a battervi sopra con le mani al ritmo di un motivo che mi era venuto in mente. Ero al massimo della felicità. Dopo cinque o dieci minuti che me ne stavo seduto lì, vidi a distanza il vestito grigio di Mahony. Saliva per la collina, sorridendo, e, raggiuntomi, si arrampicò sul parapetto vicino a me. Mentre aspettavamo, tirò fuori la fionda che gli sporgeva dalla tasca interna, e mi spiegò alcuni miglioramenti che vi aveva apportato. Gli chiesi perché l'avesse presa con sé, e mi rispose che lo aveva fatto per divertirsi a tirare agli uccelli. Mahony usava frequentemente espressioni di gergo e parlava di Padre Butler come del “vecchio spilungone”. Aspettammo ancora per un altro quarto d'ora, ma Leo Dillon non appariva all'orizzonte. Mahony, infine, saltò giù e disse: “Vieni via! Sapevo che il ciccione avrebbe avuto fifa.” “E i suoi sei pence...” incominciai. “E' la multa,” dichiarò Mahony. “E tanto meglio per noi. Uno scellino e mezzo invece di uno scellino.” Ci incamminammo per la North Strand Road fino all'altezza dei Vitriol Works e poi girammo a destra lungo la Wharf Road. Mahony si mise a fare l'indiano non appena fummo fuori vista. Inseguì un gruppo di ragazze cenciose, agitando la fionda scarica e, quando due ragazzi sbrindellati, spinti da un senso di cavalleria, cominciarono a prenderci a sassate, propose che li caricassimo. Obiettai che i ragazzi erano troppo piccoli e così ce ne andammo, mentre la banda di straccioni ci gridava dietro: “Swaddlers! Swaddlers!”, pensando che fossimo dei protestanti, perché Mahony, che era di carnagione scura, portava sul berretto il distintivo d'argento di un'associazione di cricket. Arrivati a Smoothing Iron, organizzammo un assalto che si dimostrò un fallimento, perché bisognava essere almeno in tre. Ci vendicammo su Leo Dillon dandogli del fifone e immaginando quante gliene avrebbe dette il signor Ryan alla lezione delle tre. E finalmente arrivammo al fiume. Passammo molto tempo a camminare per le strade rumorose, fiancheggiate da alti muri di pietra; osservavamo il lavoro delle gru e delle macchine, attirandoci spesso i rimproveri dei conducenti di carri cigolanti per quel nostro restare là impalati. Era mezzogiorno quando arrivammo alla banchina e, dato che sembrava che tutti i manovali se ne fossero andati a fare colazione, comprammo due grosse ciambelle con l'uvetta e ci sedemmo a mangiarle su dei tubi di metallo vicino al fiume. Ci divertimmo a osservare lo spettacolo del traffico di Dublino: le imbarcazioni segnalate da lontano dai loro pennacchi di fumo denso, le scure barche da pesca oltre il Ringsend, il grande veliero bianco che stava scaricando sulla banchina di fronte. Mahony disse che sarebbe stato molto bello potersene andare per i mari su quei grossi battelli e anch'io, guardando quegli alberi, vedevo, o meglio immaginavo di vedere, quella geografia, che mi era stata propinata in dosi tanto scarse a scuola, prendere gradualmente sostanza sotto i miei occhi. Scuola e casa parvero allontanarsi da noi, e la loro influenza sembrò svanire. Attraversammo il Liffey in “ferryboat”, pagando il pedaggio per essere trasportati in compagnia di due operai e di un piccolo ebreo con un sacco. Eravamo tanto seri da sembrare solenni, ma una volta, durante il breve viaggio, i nostri occhi si incontrarono, e scoppiammo a ridere. Arrivati a terra, osservammo scaricare il bel tre alberi che avevamo notato dall'altra riva. Uno dei presenti disse che si trattava di una nave norvegese. Mi avvicinai alla poppa per cercare di leggerne il nome, ma, non essendoci riuscito, tornai indietro ad esaminare i marinai stranieri per vedere se qualcuno tra di loro aveva gli occhi verdi, perché avevo delle nozioni confuse... Ma li avevano azzurri, grigi, e addirittura neri. Il solo marinaio, i cui occhi potevano dirsi verdi, era un uomo alto, che divertiva la gente raggruppata sulla banchina, gridando allegramente ogni volta che le assi cadevano: “Bene! bene!” Quando fummo stanchi di questo spettacolo, ci avviammo piano piano verso il Ringsend. La giornata era diventata afosa e, nelle vetrine delle drogherie, i biscotti ammuffiti si stavano scolorendo. Comprammo un po' di biscotti e di cioccolato, che continuammo a mangiare lentamente per tutto il tempo che girammo per le squallide strade dove vivevano le famiglie dei pescatori. Non riuscimmo a trovare una latteria, e quindi entrammo nel chiosco di un venditore ambulante e comprammo una bottiglia di sciroppo di lampone a testa. Rinfrancato dalla bibita dissetante, Mahony prese a inseguire una gatta lungo un sentiero, ma la gatta fuggì in un campo. Ci sentivamo tutti e due piuttosto stanchi e, quando arrivammo al campo, ci dirigemmo subito verso una scarpata, dall'alto della quale potevamo vedere il Dodder. Era troppo tardi ed eravamo troppo stanchi per dare seguito al progetto di visitare la Pigeon House. Dovevamo essere a casa prima delle quattro, altrimenti la nostra avventura avrebbe rischiato di essere scoperta. Mahony guardava con rimpianto la fionda, e dovetti proporgli di tornare a casa in treno perché riacquistasse un po' di allegria. Il sole sparì dietro le nuvole, lasciandoci ai nostri tristi pensieri e alle briciole delle nostre provviste. Non c'era nessun altro oltre a noi nel campo. Eravamo lì sdraiati da un po' senza parlare, quando vidi un uomo avvicinarsi dall'estremità del campo. Lo guardavo pigramente e intanto masticavo uno di quei verdi steli sui quali le ragazze predicono la fortuna. Veniva avanti lentamente lungo la scarpata. Aveva una mano sul fianco e nell'altra stringeva un bastone col quale batteva leggermente sull'erba. Era vestito poveramente con un abito nero-verdastro e portava un cappello a cupola alta, un po' logorato. Doveva essere piuttosto vecchio, perché aveva i baffi grigio cenere. Passandoci davanti, ci lanciò un'occhiata di sfuggita e poi tirò dritto per la sua strada. Lo seguimmo con lo sguardo e lo vedemmo, dopo aver fatto forse cinquanta passi, girarsi e ritornare indietro. Avanzava verso di noi molto piano, sempre picchiettando il terreno col bastone, così piano da darmi l'impressione che stesse cercando qualcosa nell'erba. Si fermò vicino a noi e ci augurò il buongiorno. Ricambiammo il saluto, e lui si sedette accanto a noi sulla scarpata, lentamente e con grande cautela. Cominciò a parlare del tempo: avremmo avuto una estate molto calda, e aggiunse che le stagioni erano cambiate parecchio da quando era ragazzo lui, tanto tempo fa. Disse che gli anni più belli della nostra vita sono senza dubbio quelli della scuola e che avrebbe dato qualsiasi cosa per essere giovane ancora. Mentre esprimeva questi sentimenti, che ci annoiavano un po', restammo zitti. Poi cominciò a parlare di scuola e di libri. Ci chiese se avessimo letto le poesie di Thomas Moore o le opere di Walter Scott e di Lord Lytton. Gli feci credere di aver letto tutti i libri da lui citati, e così alla fine disse: “Ah, vedo che sei un topo di biblioteca come me. Il tuo amico,” aggiunse indicando Mahony che ci stava guardando a bocca aperta, “invece è diverso. A lui piace giocare.” Disse che aveva a casa tutte le opere di Walter Scott e di Lord Lytton, e che non si stancava mai di leggerle. “Naturalmente,” osservò, “ci sono alcuni libri di Lord Lytton che i ragazzi non possono leggere.” Mahony chiese perché i ragazzi non potevano leggerli, domanda che mi turbò e mi mise in imbarazzo per il timore che l'uomo potesse giudicarmi stupido quanto Mahony. Ma l'uomo si limitò a sorridere e, mentre sorrideva, notai parecchi spazi vuoti tra i suoi denti giallastri. Poi ci chiese chi di noi due avesse più innamorate. Mahony, senza starci tanto a pensare, disse di averne tre. Mi chiese allora quante ne avessi io, e gli risposi che non ne avevo nessuna. Non mi credette: era sicuro che una dovevo avercela. Restai zitto. “Be', sentiamo un po',” chiese Mahony con impertinenza, “quante ne avete voi?” L'uomo sorrise come prima e rispose che quando aveva la nostra età ne aveva caterve. “Non c'è ragazzo,” affermò, “che non abbia la sua innamorata.” Il suo modo di pensare su questo punto mi colpì perché stranamente spregiudicato in un uomo della sua età. In cuor mio pensavo che era giusto quello che diceva sui ragazzi e sulle innamorate, ma non mi piacevano quelle parole in bocca a lui e mi meravigliai vedendolo rabbrividire una o due volte come se avesse paura di qualcosa o gli fosse venuto freddo all'improvviso. Mentre riprendeva il discorso, notai che aveva un buon accento. Cominciò a parlarci delle ragazze, descrivendoci che bei capelli soffici e che morbide mani avessero; diceva anche che non erano così buone come sembravano a prima vista, se solo se ne approfondiva un po' la conoscenza. Non c'era niente che gli piacesse tanto quanto guardare una ragazza giovane e carina, le sue bianche mani e i suoi splendidi capelli soffici. Mi dava l'impressione che stesse ripetendo qualcosa imparato a memoria o che, magnetizzato da certe parole del suo stesso discorso, il pensiero continuasse a girargli lentamente intorno ad una stessa orbita. In certi momenti parlava come se stesse semplicemente alludendo a fatti conosciuti a tutti, mentre in altri momenti abbassava la voce e parlava con aria di mistero, come se stesse dicendoci qualcosa di segreto, che non voleva che gli altri sentissero. Ripeteva e ripeteva le sue frasi, cambiandole e rigirandole con voce monotona. Continuai a tenere gli occhi fissi sul fondo della scarpata, mentre lo ascoltavo. Dopo un bel po' interruppe il monologo. Si alzò lentamente, dicendo che doveva lasciarci per un minuto o poco più, e, senza cambiare la direzione del mio sguardo, lo vidi allontanarsi piano piano verso il fondo del campo. Restammo in silenzio, quando se ne fu andato. Passato qualche minuto, sentii Mahony esclamare: “Ma tu... Guarda che sta facendo!” E poiché non rispondevo né alzavo gli occhi, disse ancora: “Che strano tipo!” “Se ci chiede i nostri nomi,” suggerii, “ricordati che tu ti chiami Murphy e io Smith.” Non ci dicemmo nient'altro. Stavo ancora pensando se andarmene o no, quando l'uomo tornò e si sedette di nuovo vicino a noi. Si era appena seduto quando Mahony, scorgendo improvvisamente la gatta che gli era scappata, saltò in piedi e cominciò a inseguirla per il campo. L'uomo e io osservammo la caccia. La gatta scappò ancora una volta, e Mahony prese a lanciare sassi contro il muro che l'animale aveva scavalcato; ma finì col rinunciarvi e si mise a gironzolare verso il fondo del campo senza scopo. Dopo una pausa l'uomo mi parlò. Disse che il mio amico era un ragazzo maleducato e mi chiese se lo frustavano spesso a scuola. Mi sentii sul punto di replicare indignato che non eravamo ragazzi della scuola pubblica per essere frustati, ma restai zitto. Ricominciò a parlare dei diversi modi di punire i ragazzi. Il suo pensiero, come ipnotizzato dal nuovo discorso, cominciò a girare lentamente in un circolo vizioso intorno al nuovo centro. Ragazzi di quel tipo, disse, dovevano essere frustati per bene; ai maleducati e agli indisciplinati niente poteva servire di più di una buona frustata. Colpi sulle mani e scappellotti non sarebbero serviti: una buona e bruciante staffilata, ecco cosa ci voleva. Mi sorpresero questi sentimenti, e involontariamente lo guardai in faccia. Così facendo incontrai lo sguardo di un paio di occhi verde bottiglia, che mi scrutavano da sotto alla fronte contratta e distolsi i miei. L'uomo continuò il suo monologo. Sembrava aver dimenticato il suo liberalismo di poco prima. Disse che se mai avesse trovato un ragazzo a parlare con una ragazza o uno che avesse l'innamorata, lo avrebbe frustato a sangue: così avrebbe imparato a lasciar stare le ragazze. E se, pur avendo l'innamorata, lo avesse nascosto, gliene avrebbe date tante come nessuno al mondo ne aveva mai prese. Niente gli sarebbe piaciuto di più. Mi descrisse come avrebbe frustato un ragazzo simile, come se stesse spiegando un complicato mistero. Gli sarebbe piaciuto enormemente, disse, più di qualsiasi altra cosa al mondo, e la sua voce, mentre mi guidava monotonamente attraverso il mistero, diventò quasi appassionata e sembrò implorarmi di capirlo. Aspettai un'altra pausa del suo monologo. Poi mi alzai di scatto. Nel timore di tradire la mia agitazione aspettai qualche minuto fingendo di allacciarmi meglio una scarpa e poi, prendendo la scusa che dovevo andare, gli augurai il buongiorno. Risalii pian piano la scarpata, ma il cuore mi batteva forte per la paura che potesse prendermi per le caviglie. Quando arrivai in cima mi girai e, senza guardarlo, chiamai ad alta voce verso il campo: “Murphy!” La mia voce aveva un tono di forzata spavalderia e mi vergognai di quello stratagemma meschino. Dovetti chiamare ancora una volta prima che Mahony mi vedesse e mi rispondesse con un richiamo. Come mi batteva il cuore, mentre correva verso di me per il campo! Correva come per portarmi aiuto. E provai rimorso, perché in fondo al mio cuore lo avevo sempre disprezzato un pochino.
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