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2546 Words
3Sono le nove del mattino. Sono le nove e zero zero. Non sono le nove e un minuto. E nemmeno le nove meno un minuto. Le nove e zero zero. Io ne sono certo: le persone puntuali saranno le più accanite nel chiedere – e a chi, poi? – un rinvio, un ritardo, quando verrà il loro turno di crepare. Mi infilo al volo un paio di calzoni saltellando su un piede mentre vado ad aprire. Non ho il tempo di scegliere una camicia e a malincuore indosso quella azzurra che avevo ieri. È la signora Della Valle. Non ha più l’espressione impaurita. Mostra un volto deciso, determinato. Deve aver digerito la parola omicidio. Come ieri, è vestita di blu, ma questa volta il tailleur non è di seta. Mi tiro di lato e la faccio entrare. “Temo di essere in anticipo”, dice, gettando un’occhiata ai miei capelli e alla camicia infilata per metà nelle brache. “No, è colpa mia. È che ho trascorso alcune ore della notte a riflettere sul suo caso”. “Oh, se sapevo le avrei dato un colpo di telefono, prima di...”. “Lasci stare”, tronco, “lasci stare. Mi dia soltanto un paio di minuti per ricompormi, e sono da lei. Mi aspetti di là. Conosce la strada, no? Si goda il panorama”. “Sì, grazie. Ma non si affretti, non ho alcuna premura. Faccia con comodo... Le ho già dato fin troppo disturbo...”. Apro la porta dello studio, le cedo il passo e richiudo lasciandola sola. Poco dopo mi reco dalla mia silfide sbottonandomi in fretta la camicia perché mi sono accorto, giunto all’ultima asola, di essere partito fuori fase di un bottone. Mi riabbottono a tutta birra. Le mani trafficano con rapidità su ogni bottone, e paiono roderne nervosamente i bordi, come due scoiattoli intorno alla stessa nocciolina. Siedo al tavolo. Il sole, già alto sopra la collina, inonda la stanza di luce. Noto che la signora Della Valle ha gli occhi blu. “Ha avuto l’impressione che la seguissero mentre veniva qui, poco fa?” attacco. “Che seguissero me?”. “Sì. Le è parso di essere seguita?”. “No... no, non mi pare... Non che io sappia. Non ho notato nessuno. Ma a dire il vero non ci ho badato...” risponde, manipolando il doppio mento così come certi uomini si accarezzano la barba. “E ieri pomeriggio? Non le è sembrato che la seguissero, ieri pomeriggio, mentre veniva da me?”. “No, credo proprio di no, signor Ribò. Ma che significa?”. Decido di attendere prima di raccontarle tutto. “Niente. Ma sa, quando c’è di mezzo un omicidio ci si può aspettare di tutto”. “Ecco, signor Ribò, eccoci al punto”, replica la signora Della Valle animandosi, “ecco, vede, io ci ho pensato, ci ho pensato a lungo. Tutta la notte, ci ho pensato, come lei. E sono tornata per dirle...”. “Che la signora Manassero è stata uccisa. Lo so”. “Ma che dice? Lei ha troppa fantasia, signor Ribò. Si vede che lei ha lavorato nella polizia. Vedete omicidi dappertutto, voi. No, no, mi stia a sentire. La signora Manassero è morta di infarto. Sì, di infarto. Me ne sono convinta questa notte. Ho anche ripensato a quelle strane parole che mi disse alcune settimane prima di morire e a quella chiave che mi ha consegnato, e ho capito che la verità è più semplice di come io la immaginavo. La signora Manassero aveva scoperto qualche cosa che la faceva soffrire, era stata ferita nei suoi affetti, e quella sofferenza l’ha uccisa... Era una donna molto forte, ma anche molto sensibile. Mi creda signor Ribò. Sono stata una pazza a credere che... Non mi ci faccia pensare... Ma ora ho capito. È tutto a posto. E le chiedo scusa. Le sembrerò una pazza, lo so, ma vede, tante volte la testa viaggia. Ne succedono tante, al giorno d’oggi... Chiudiamola qui. E non si preoccupi: le pagherò il disturbo, le pagherò le due visite, ieri e oggi, e la riparazione della porta. Se è così gentile da restituirmi l’assegno, ebbene io gliene compilo un altro con...”. I muscoli addominali mi si contraggono fino a dolermi. L’assegno sta mettendo le ali. Devo passare all’attacco. La interrompo. “Signora Della Valle. La verità è che la signora Manassero è stata uccisa. E lei ieri pomeriggio è stata seguita da un giovane magro e sdentato. Non appena lei è uscita di qui, il giovane mi ha appoggiato una pistola sul naso e mi ha intimato di abbandonare questo caso. In caso contrario avrebbe ucciso me e lei”. La signora Della Valle rovescia gli occhi e sviene. È la prima volta che vedo una persona restarsene seduta e immobile pur avendo perso i sensi. La rianimo facendole annusare ciò che resta della boccetta dell’aceto (ho letto da qualche parte che si fa così). “Non è possibile, non è possibile”, balbetta, tornando in sé. “Coraggio, signora, non si lasci andare. Esaminiamo la situazione con calma”. Ma lei segue il filo attorto delle sue visioni mentali. “Uccidere... Omicidio... Pistola... Io temo di svenire. Prima la signora Manassero, adesso me e lei... Signor Ribò, siamo... siamo morti... La pistola... Il naso...”. “Stia calma, le ripeto. Non è il caso di dare ascolto a tutte le minacce”. “Ma lei ha detto che quel giovane...”. “Appunto. Quel giovane sdentato mi ha minacciato con la pistola. Ed è proprio per questo motivo che mi sento tranquillo. È molto raro che una minaccia di omicidio sia seguita da un omicidio. Si fidi di me. Ho lavorato nella polizia. Chi minaccia, difficilmente uccide. Mentre chi ha deciso di uccidere si guarda bene dal lasciare tracce o spedire segnali. Chi è pronto a uccidere non minaccia, né manda avvertimenti”. “E la mafia, allora?”. “Sto parlando di delitti individuali, non di organizzazioni, signora Della Valle”. “E se lo sdentato fa parte della mafia?”. “C’è una possibilità su un milione”. “E allora, che facciamo, signor Ribò? Che facciamo?” bela la signora Della Valle, faticando, per via del tremore alle mani, ad appoggiare alle labbra una sigaretta che accende con non minore difficoltà. “Prima mi deve dire se intende nuovamente avvalersi del mio aiuto”. “Certo, certo. Se le cose stanno così... Sì, signor Ribò, sono qui per questo. Mi dica ciò che devo fare. Mi aiuti a uscire da questo pasticcio, la prego, signor Ribò...”. “Posso tenere l’assegno, dunque?”. “Ma si capisce. Non faccia il bambino, per favore, mi aiuti a uscire da questo pasticcio, mi aiuti... Io sto morendo di paura”. Io rinasco, invece. La morsa che fino a questo momento teneva contratti i miei addominali si allenta. “Agiremo secondo due direzioni. Cominciamo con la prima. Io andrò dalla polizia e denuncerò l’episodio dello sdentato, raccontando la storia della strana morte della signora Manassero. Dirò che lei è mia cliente. È probabile che vorranno sentirla...”. “Sono già stata dalla polizia”, dice lei, brusca. “E me lo dice adesso?”. “Speravo di non doverlo dire...”. “Avanti. Mi racconti tutto. Spari”. Parte dal funerale. Dice che ha continuato ad alimentare dubbi circa la reale causa della morte della signora Manassero, sempre per via di quelle frasi – che fino a questo momento non mi ha ancora rivelato – e di quella chiave. Passano i giorni. È ormai trascorsa una settimana dalle esequie e non ce la fa più. Si rivolge alla polizia. Al comando la invitano a redigere la denuncia, ma lei non vuole saperne. Intende parlare con il vicequestore, che dice di conoscere personalmente. “Lei conosce personalmente il vicequestore?” le chiedo. “Lo conosco eccome. Ha presenziato alla serata di inaugurazione del Comitato. Mi ha promesso tutto l’aiuto necessario, qualora il Comitato avesse incontrato difficoltà nello svolgere il suo compito di carità cristiana, perché lei può ben immaginare, signor Ribò, la gente con cui è possibile venire a contatto operando in un campo così delicato... Droga, prostituzione, sfruttamento minorile sono all’ordine del giorno, non le dico niente di nuovo. Insomma, riesco a farmi ricevere dal vicequestore. Gli dico tutto. Le frasi, la chiave. I miei dubbi. La morte in chiesa. Il referto medico. Il vicequestore mi ascolta per un po’ e poi mi ferma. Impugna il telefono e io per discrezione mi allontano. Lui comincia a chiedere di questo e di quello, ordina di esaminare questo o quell’incartamento, esige che gli venga inviato un fax, pronuncia un paio di volte il nome della signora Manassero e poi, sorridendo, mi invita a prendere un caffè. Se vogliamo chiamare caffè il brodino erogato da quelle macchinette che si trovano nei corridoi. E nei bicchierini di plastica, per giunta. Ma accetto, e quando torniamo nel suo ufficio mi fa vedere un foglio. È la dichiarazione di constatata morte della signora Manassero, redatta dal medico legale dopo accurata visita. Lo sventola in aria e mi dice che con un foglio simile, con i precedenti di angina pectoris segnalati nel documento, con la dichiarazione dei familiari che rifiutano l’esecuzione dell’autopsia, è ridicolo lavorare di fantasia e che neanche il papa potrebbe gettare l’ombra di un dubbio su quella morte. Mi ha detto che sicuramente ero molto scossa per la perdita di un’amica, mi ha consigliato di prendermi una vacanza e mi ha ricordato che lui era molto impegnato, e che forse non mi rendevo conto dei reali problemi di una città come Torino. In parole povere mi ha mandato a stendere, con preghiera di non scocciarlo più. Sono diventata rossa come un peperone e me ne sono andata. E ho giurato a me stessa di non volerne più sapere del vicequestore e della polizia. Ecco, è tutto”. “Ho capito: l’hanno presa per pazza”. “Temo di sì. Ma come può riconoscere, avevo visto giusto, invece”. “Già. E questo dovrebbe aprire gli occhi anche alla polizia, adesso. La mia dichiarazione getterà una nuova luce sulla morte della signora Manassero. Non pensa?”. “Vuole che le dica la mia? Non crederanno nemmeno a lei”. Rifletto. Temo che la signora Della Valle abbia ragione. Conosco l’ambiente. Pretendere che la polizia indaghi su una morte dovuta a una crisi cardiaca, per di più documentata e certificata, è come chiedere a un medico di essere operati allo stomaco per capire come mai si digerisce bene. “E sia”, accordo, “e allora niente polizia. Passiamo alla seconda fase, che a questo punto diventa la prima del mio programma: l’indagine privata. Mi parli di quelle frasi, e della chiave”. Era una domenica pomeriggio. Poteva essere la prima settimana di luglio o giù di lì, la signora Della Valle non ricorda con precisione. Ricorda soltanto che non c’era ancora quel gran caldo che si è avuto poi, dopo la metà del mese. Era andata al Lingotto per fare quattro chiacchiere con la signora Manassero e per tirare giù due conti sui futuri impegni di spesa del Comitato in quel quartiere. “Mi ha ricevuto in cucina, come sempre. A me piacciono di più le cucine. E poi di là, in salotto, c’era suo marito, il signor Garello che stava ascoltando l’opera e guardando la tele. Sì, signor Ribò, ascoltava l’opera e guardava la tele. Non è possibile? È possibilissimo, per il signor Garello. Tiene la tele accesa, ma toglie il sonoro, sua moglie mi ha detto che fa spesso così, la domenica pomeriggio: guarda scorrere le immagini dei film o segue l’andamento delle partite di calcio via via che i risultati scorrono sul video. E contemporaneamente presta orecchio all’opera. È un verdiano, il signor Garello. Quella domenica stava ascoltando il Rigoletto. Come faccio a saperlo? Ho riconosciuto l’aria del Duca di Mantova mentre ero ancora sul pianerottolo. Il signor Garello è un po’ duro di orecchi, sa. Ma andiamo avanti. La signora Manassero mi fa passare in cucina, una bella cucina, ampia, dominata dal trapezio color rame della cappa. Non ho mai visto cappe di aspirazione così grandi: sembra pronta a calare come un mantello sui fornelli e sul piano di lavoro. Al centro della cucina c’è un tavolo quadrato con le sue brave sedie impagliate attorno. Mi siedo. Anche la signora Manassero si siede, alla sua maniera, di tre quarti, sul bordo della sedia. Al modo di chi non ha mai avuto un attimo di respiro, povera donna. E infatti un secondo dopo è già in piedi. Va a chiudere la porta del salotto, se no non riusciamo a sentire ciò che diciamo. Torna, si siede, si alza di nuovo, e prepara la caffettiera. E intanto sento che tira su con il naso. Capisco subito che c’è qualcosa che non va. Mi avvicino, le metto una mano su una spalla, le chiedo se va tutto bene. Lei tiene la testa bassa e dice di sì, poi si volta, mi guarda, tenta un sorriso, e in quello stesso istante, senza muovere un muscolo, mi accorgo che le sue guance si rigano di lacrime, così, con semplicità, come se i suoi occhi fossero due innocui mestoli troppo colmi. Che succede, signora Manassero, le chiedo. A quel punto, lei, di solito così discreta e contegnosa, posa la caffettiera, mi afferra gli omeri, affonda la faccia nel mio vestito e si scuote in un pianto inestinguibile. Non le dico come ci resto io, signor Ribò. Rimango lì, titubante, per non so quanti minuti, poi cerco di darmi da fare. Comincio ripetendo un po’ a caso di farsi coraggio, di tirarsi su. Poi la scosto da me con un sorriso, le porgo una sedia, le stringo le mani, preparo il caffè, chiudo la porta della cucina, le faccio bere un bicchiere d’acqua. Le solite cose normali che si fanno quando ci si trova di fronte qualcuno che piange a dirotto. Come dice? Che lei non sa proprio che fare in quei casi? A me sembra che voi maschi sappiate fare ben poco quando si tratta di essere di appoggio a qualcuno, ma lasciamo stare. Mi ci vogliono dieci minuti per calmarla. E poi, quando vedo che il respiro le si è fatto più lento, la prego di confidarsi, la invito ad alleviare la pena che la rode, le chiedo di donarmi parte del suo dolore. Sì, ho parlato proprio così, signor Ribò, e trovo che non ci sia niente da ridere. E la smetta di interrompermi. Dunque... Ecco. La signora Manassero scuote la testa. Non ne vuole parlare. Io non insisto. Poi, alla fine, si apre un po’. Nasconde la faccia con le mani e mi dice che ha paura. Paura di chi, la interrogo. ‘Ho paura di me, ho paura di loro,’ risponde, ‘ho paura di come reagiranno quando sapranno che ho scoperto tutto,’ e riprende a piangere. ‘Ma io non posso tacere, capisce?, non posso... E se parlo... Oh, se parlo è la fine, la fine per tutti, per me, per loro...’. Loro chi?, chiedo. Ma non mi sente, parla per se stessa, ormai. ‘Dove ho sbagliato? Dove ho sbagliato? Io non ho mai insegnato queste cose... E adesso dovrò parlare, mi dovranno sentire... Io non ho paura di morire... tanto ormai è tutto perduto, tutto, tutta la mia vita... sprecata...’. Io non so davvero che dire, signor Ribò. Che cosa è successo, che cosa ha scoperto?, provo a domandare, ma lei si alza di botto, esce dalla cucina e scantona, mentre la musica di Verdi invade di colpo la stanza. Quando torna, un minuto dopo, la sua faccia è meno sconvolta. Richiude la porta e mi pone davanti agli occhi una piccola chiave. ‘La consegno a lei, signora Della Valle,’ mi dice. ‘È una copia. Loro non sanno che ne ho una. Ma io ho ugualmente paura a tenerla in casa. La tenga lei, la prego. E se dovesse accadermi qualcosa... No, no... Lei non dovrà fare niente, perché se dovesse accadermi qualcosa allora vorrà dire che tutto è già venuto fuori. Ma in ogni modo preferisco che questa chiave non sia qui...’. Davvero non vuole dirmi di che si tratta, signora Manassero?, insisto, ma lei non ne vuole sapere. È irremovibile. Poi entra in cucina suo marito. In un decimo di secondo la signora Manassero, che fino a quel momento sembrava la maschera della Passione, assume un’espressione serena e cordiale, e il volto le si distende in un sorriso. Avrebbe dovuto vedere, signor Ribò: una trasformazione repentina, una cosa di cui non credo capaci nemmeno i più grandi attori. Tre settimane dopo era morta”.
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