CAPITOLO DUE

2154 Words
CAPITOLO DUE Reece si trovava presso il Passaggio Orientale del Canyon, le mani strette attorno al parapetto di pietra, e guardava con orrore oltre il precipizio. Riusciva a malapena a respirare. Non poteva ancora credere a ciò che aveva appena visto: la Spada della Dinastia, conficcata in un masso, era caduta oltre il bordo ed era precipitata roteando in aria, scomparendo inghiottita dalla nebbia. Aveva aspettato e aspettato, pronto a sentire il tonfo o una scossa sotto i piedi. Ma con suo grande shock non era giunto alcun rumore. Forse il Canyon era senza fondo? Le voci al riguardo erano vere? Alla fine Reece lasciò la presa sul parapetto, le nocche ormai bianche per lo sforzo, ricominciò a respirare e si voltò a guardare i suoi compagni della Legione. Stavano tutti lì – O’Connor, Elden, Conven, Indra, Serna e Krog – e anche loro guardavano il Canyon inorriditi. Tutti e sette erano immobili, incapaci di comprendere ciò che era appena accaduto. La Spada della Dinastia, la leggenda con la quale tutti loro erano cresciuti, l’arma più famosa al mondo, la proprietà dei re. E l’unica cosa rimasta con la capacità di mantenere lo Scudo. Era semplicemente scivolata dalla loro presa ed era scesa verso l’oblio. Reece sentiva di aver fallito. Sentiva di aver abbandonato non solo Thor, ma l’intero Anello. Perché non erano arrivati giusto qualche minuto prima? Appena qualche passo di anticipo e sarebbe riuscito a salvare la Spada. Si rigirò a guardare l’estremità opposta del Canyon, la parte dell’Impero, e si preparò. Senza la Spada era ovvio che lo Scudo si sarebbe disattivato e quindi i soldati dell’Impero che si trovavano dall’altra parte avrebbero fatto presto irruzione dal loro lato, invadendo l’Anello. Ma accadde una cosa curiosa: mentre guardava, nessuno osò accedere al ponte. Uno dei soldati tentò, ma venne disintegrato. In qualche modo lo Scudo era ancora attivo. Reece non capiva. “Non ha senso,” disse Reece agli altri. “La Spada ha lasciato l’Anello. Come fa lo Scudo a funzionare ancora?” “La Spada non ha lasciato l’Anello,” suggerì O’Connor. “Non è ancora passata dall’altra parte. È caduta giù dritta. È incastrata tra due mondi.” “E allora cosa ne è dello Scudo se la Spada non è né qui né là?” chiese Elden. Si guardarono tutti con sguardi dubbiosi. Nessuno di loro aveva la risposta: si trattava di un territorio inesplorato. “Ma non possiamo andarcene e basta,” disse Reece. “L’Anello è salvo con la Spada dalla nostra parte, ma non sappiamo cosa accadrà se la Spada rimarrà la sotto.” “Fino a che non sarà in nostro possesso, non potremo mai sapere se finirà dall’altra parte,” aggiunse Elden, d’accordo con loro. “Non è un rischio che possiamo correre,” disse Reece. “Il fato dell’Anello dipende da questo. Non possiamo fare ritorno a mani vuote, da falliti.” Reece si voltò a guardare gli altri, convinto. “Dobbiamo recuperarla,” concluse. “Prima che lo faccia qualcun altro.” “Recuperarla?” chiese Krog, esterrefatto. “Sei impazzito? E come pensi di poterlo fare?” Reece si voltò e fissò Krog, che continuò a guardarlo con aria di sfida come sempre. Krog era veramente diventato una spina nel fianco per Reece, disobbedendo ai suoi ordini in ogni momento, sfidando ad ogni occasione la sua posizione di comando. Reece sentiva che stava per perdere la pazienza con lui. “Lo faremo,” insistette, “scendendo fino al fondo del Canyon.” Gli altri sussultarono e Krog si portò le mani ai fianchi, guardandolo con una smorfia. “Tu sei pazzo,” gli disse. “Nessuno è mai sceso fino al fondo del Canyon.” “Nessuno neppure sa se veramente ci sia un fondo,” si intromise Serna. “Per quanto ne sappiamo la Spada è caduta all’interno di una nuvola e potrebbe essere ancora in volo mentre stiamo qui a parlare.” “Sciocchezze,” li rimbeccò Reece. “Tutto deve avere un fondo. Anche il mare più profondo ce l’ha.” “Va bene, ammesso che il fondo esista,” lo rimbrottò Krog, “che beneficio ne traiamo a scendere così a fondo da non sapere neanche quanto? Non la vediamo né l’abbiamo udita atterrare. Potrebbero volerci giorni per raggiungerla, magari settimane.” “Senza aggiungere che certo non si tratterebbe di una piacevole passeggiatina,” aggiunse Serna. “Non hai visto la parete rocciosa?” Reece si voltò a guardare il baratro, le antiche pareti di roccia del Canyon, parzialmente nascoste dalla nebbia vorticante. Erano dritte, praticamente verticali. Sapeva che avevano ragione: non sarebbe stato facile. Eppure sapeva anche che non avevano scelta. “E ancora peggio,” disse Reece, “quelle pareti sono scivolose per la nebbia. E anche se dovessimo riuscire a raggiungere il fondo, può darsi che non riusciremo più a tornare su.” Tutti lo guardarono confusi. “Quindi ammetti anche tu che è una pazzia tentare,” disse Krog. “Sono d’accordo che è una follia,” disse Reece, la voce tonante di autorità e sicurezza. “Ma la follia è ciò per cui siamo nati. Non siamo semplici uomini, non siamo semplici abitanti dell’Anello. Siamo una razza speciale: siamo soldati. Siamo guerrieri. Siamo uomini della Legione. Abbiamo fatto un voto, un giuramento. Abbiamo giurato di non abbandonare mai un’impresa se questa appare troppo difficile o pericolosa, di non esitare di fronte a uno sforzo che possa arrecarci danno. È cosa da deboli nascondersi e fuggire, non è da noi. È questo che ci rende guerrieri. È la vera essenza del valore: ci si imbarca in un’impresa più grande di se stessi perché è la cosa giusta da fare, la cosa più onorevole, anche se può apparire impossibile. Dopotutto non è il risultato che rende qualcosa valoroso, ma il tentativo. È più grande di noi. È questo che siamo noi.” Seguì un teso silenzio mentre il vento soffiava e gli altri riflettevano sulle sue parole. Alla fine Indra fece un passo avanti. “Io sono con Reece,” disse. “Anche io,” aggiunse Elden, facendosi avanti a sua volta. “E pure io,” aggiunse O’Connor portandosi accanto a Reece. Conven si avvicinò a Reece in silenzio, afferrando l’elsa della sua spada, e si voltò a guardare gli altri. “Per Thorgrin,” disse, “andrei fino alla fine del mondo.” Reece si sentì rinvigorito dall’avere i suoi veri e fidati membri della Legione al proprio fianco, persone che aveva con il tempo imparato ad amare come membri della stessa famiglia, fratelli che si erano avventurati con lui fino agli estremi confini dell’Impero. Tutti e cinque rimasero lì a fissare i due nuovi compagni, Krog e Serna, e Reece si chiese se si sarebbero unito a loro. Sarebbero state utili mani in più, ma se avessero voluto tornare indietro, che così fosse. Non gliel’avrebbe chiesto due volte. Krog e Serna rimasero fermi a fissarli, insicuri sul da farsi. “Io sono una donna,” disse loro Indra, “e voi prima vi siete presi gioco di me. Ed ora eccomi qui, pronta a una sfida da guerriero, mentre voi ve ne state lì impalati, tutti muscoli, timidi e spaventati.” Serna sbuffò, irritato, spingendo indietro i lunghi capelli castani che gli coprivano gli occhi grandi e allungati e facendo un passo avanti. “Verrò,” disse, “ma solo per il bene di Thorgrin.” Krog era ora l’unico a rimanere indietro, rosso in volto, con aria di sfida. “Siete dei dannati folli,” disse. “Tutti quanti.” Ma alla fine fece un passo avanti e accettò di unirsi a loro. Reece, soddisfatto, si voltò e li condusse verso il bordo del Canyon. Non c’era altro tempo da perdere. * Reece si teneva stretto al versante del Canyon mentre scendeva verso il basso, gli altri qualche metro sopra di lui, tutti intenti in una discesa dolorosa e faticosa ormai da ore. Il cuore di Reece batteva a mille mentre arrancava per mantenere il passo, le dita ferite e intorpidite dal freddo, i piedi che scivolavano sulla roccia viscida. Non si era aspettato che fosse difficile fino a quel punto. Aveva guardato giù e aveva valutato il terreno, la forma della roccia, notando che in alcuni punti la parete scendeva a strapiombo, perfettamente liscia e impossibile da scalare; in altri punti la pietra era ricoperta da un fitto muschio; in altri ancora aveva una netta pendenza ma buchi, sporgenze e scanni dove poter appoggiare i piedi e aggrapparsi con le mani. Aveva anche adocchiato alcuni pianerottoli dove potersi riposare. Ma l’effettiva scalata si era rivelata molto più complicata di quanto fosse sembrata. La nebbia gli oscurava continuamente la vista e mentre deglutiva e guardava in giù trovava sempre più difficile mantenere l’equilibrio. Senza menzionare il fatto che, anche dopo tutto quel tempo passato a scendere, il fondo – se mai esisteva – non si era ancora visto. Dentro di sé Reece sentiva crescere una sempre maggiore paura, la gola gli si fece secca. Una parte di lui si chiese se per caso avesse fatto un grave errore. Ma non osava mostrare il suo timore agli altri. Senza Thor era lui ora il loro capo e doveva essere loro da esempio. Sapeva anche che dare corda alla paura non gli avrebbe fatto alcun bene. Doveva assolutamente rimanere forte e concentrato: sapeva che il timore aveva il potere di offuscare le sue abilità. Le mani gli tremavano mentre riprendeva il controllo sulle proprie emozioni. Si disse che doveva dimenticare ciò che c’era sotto di loro e concentrarsi invece in cosa aveva davanti. Un passo alla volta, si disse. Si sentì meglio con quel pensiero. Trovò un altro punto d’appoggio per il piede e fece un altro passo verso il basso, poi un altro ancora, trovandosi a procedere secondo un ritmo definito. “ATTENTO!” gridò qualcuno. Reece si tenne stretto mentre alcuni piccoli ciottoli cadevano improvvisamente dall’alto, come una pioggia attorno a lui, rimbalzando sulla sua testa e sulle sue spalle. Sollevò lo sguardo e vide un grosso masso che stava precipitando e fece appena in tempo a scansarlo evitandolo. “Scusa!” gridò O’Connor. “Roccia instabile!” Il cuore di Reece batteva forte quando tornò a guardare in basso cercando di calmarsi. Moriva dalla voglia di sapere dove fosse il fondo. Allungò una mano, afferrò un sasso che gli era atterrato sulla spalla e guardando in basso lo scagliò giù. Rimase in attesa, aspettando di sentirne il rumore. Non udì nulla. La sua inquietudine si accentuò. Ancora non c’era un senso definito di dove il Canyon finisse. E con mani e piedi già tremanti non sapeva se ce l’avrebbero mai fatta. Deglutì e ogni genere di pensiero gli passò per la mente mentre procedeva. E se Krog avesse avuto ragione? E se veramente non c’era un fondo? E se quella fosse un’incauta missione suicida? Fece un altro passo e scese di parecchi metri, prendendo nuovo slancio, poi improvvisamente udì il rumore di un corpo che grattava sulla roccia, poi un grido. Accanto a lui si verificò un certo caos e guardando in alto vide Elden che iniziava a cadere, scivolando e passandogli oltre. Istintivamente Reece allungò una mano e riuscì ad afferrare un polso di Elden mentre gli passava accanto. Fortunatamente Reece aveva una presa salda sulla roccia con l’altra mano e riuscì a tenere con forza Elden, evitandogli di scivolare giù del tutto. Elden tuttavia rimase a penzoloni, incapace di trovare un appoggio. Era troppo grande e pesante e Reece iniziava già a sentire che le forze lo abbandonavano. Apparve Indra, che scese verso il basso velocemente e allungò una mano per afferrare l’altro polso di Elden. Elden si dimenò ma non riuscì a trovare alcun appiglio. “Non so dove aggrapparmi!” gridò con il panico nella voce. Calciò con forza e Reece temette di perdere la presa e cadere giù con lui. Cercò di pensare velocemente a una soluzione. Ripensò alla corda uncinata che O’Connor gli aveva mostrato prima della discesa, l’attrezzo di emergenza che usavano generalmente per scalare le mura durante un assedio. In caso dovesse servire, aveva detto O’Connor. “O’Connor! La tua fune!” gli gridò Reece. “Lanciamela!” Reece sollevò lo sguardo e vide O’Connor estrarre la fune dalla cintura, raddrizzarsi e conficcare l’uncino in una fenditura della parete rocciosa. Lo spinse con tutta la sua forza, ne testò diverse volte la tenuta e poi lanciò giù la corda, che si srotolò oltre Reece. Non sarebbe potuta arrivare in un momento più appropriato. Il palmo sudato di Elden stava scivolando dalla presa di Reece e proprio mentre iniziava a cadere all’indietro, Elden allungò il braccio e afferrò la fune. Reece trattenne il fiato pregando che tenesse. E così fu. Elden lentamente si tirò su, fino a che trovò un saldo punto d’appoggio. Si mise in piedi su un pianerottolo, con il fiatone, di nuovo in equilibrio. Fece un profondo sospiro di sollievo e lo stesso fece Reece. C’era veramente mancato poco. * Continuarono la discesa fino a che Reece non seppe quanto tempo fosse passato. Il cielo si fece più scuro e Reece era madido di sudore nonostante il freddo. Gli sembrava che ogni momento potesse essere l’ultimo della propria vita. Le mani e i piedi gli tremavano violentemente e il suono del suo respiro affannoso gli riempiva le orecchie. Si chiese quanto ancora avrebbe potuto resistere. Sapeva che se non avesse trovato presto il fondo avrebbero dovuto fermarsi a riposare, soprattutto con il calare della notte. Ma il problema era che non c’era un posto dove potersi fermare. Reece non poteva fare a meno di chiedersi se, in caso fossero diventati troppo stanchi, avrebbero iniziato a cadere tutti, uno alla volta. Si sentì improvvisamente un forte rumore di roccia e poi una piccola frana, decine di sassi, iniziarono a piovere verso il basso cadendo sulla testa di Reece, sul viso e negli occhi. Gli si fermò il cuore quando udì un grido, diverso questa volta: un grido di morte. Con la coda dell’occhio vide precipitare accanto a sé, quasi troppo velocemente per poterlo vedere, un corpo. Reece allungò una mano per afferrarlo, ma accadde tutto troppo in fretta: tutto ciò che poté fare fu voltarsi e vedere Krog, in volo che si dimenava e gridava, cadendo di schiena verso il nulla.
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