Già nella serata di lunedì, giorno in cui avevano dimesso Cattelan, un picchetto di manifestanti a favore del diritto all’autodifesa inscenò una protesta per l’incriminazione davanti alle telecamere delle emittenti televisive che stazionavano fuori da casa sua. Naturalmente, lamentava anche l’eccessiva delinquenza che imperava e l’incapacità dello Stato di arginare il fenomeno. I cronisti, assaliti dalla folla, stavano registrando i pezzi con gli aggiornamenti da inviare alle rispettive redazioni.
In quel momento apparve, con un tempismo così perfetto da non poter essere solo frutto del caso, l’onorevole Giustino Salvaterra, il leader del Movimento per la Secessione e l’Autodifesa (MSA). Questi improvvisò il suo bel comizio scaldando per bene la folla: gridò improperi verso la classe dirigente proponendo, come un ritornello, la sua ricetta risolutrice, fatta di giri di vite sul sistema giudiziario, espulsione dei negar1 e tutti gli extracomunitari in generale e lanciò strali all’indirizzo del governo inetto e incapace di far fronte a queste emergenze. Mancava ancora parecchio alle elezioni, ma acuire il sentimento suscitato dall’episodio nell’animo della gente con una bella ora di odio stile Orwell, avrebbe contribuito a ingrossare le fila dei suoi sostenitori.
Spezzoni del comizio furono, in seguito, rilanciati nei loro passaggi più duri oltre che dai telegiornali, anche nei dibattiti che seguirono. Per alcuni giorni di fila, in prima serata, in tutti i canali che trasmettevano talk show, vi furono collegamenti in tempo reale con Longarino, paese dei Cattelan, e carrellate su altri fatti delittuosi simili. Ci furono interventi di giudici, criminologi, psicologi, nonché ovviamente di politici dei vari schieramenti che si addossavano l’uno con l’altro, più o meno rabbiosamente, la responsabilità politica della situazione che stava vivendo il Paese. La delinquenza dilagante senza alcun limite e la legittimità di difendersi rientravano tra i maggiori temi di discussione di cui il governo, nella sua apparente immobilità, approfittava per distogliere l’attenzione e far passare le sue proposte su temi meno popolari.
L’apice della tensione si manifestò martedì sera, a quattro giorni dall’evento, alla fine del servizio del TG6 davanti alla villa di Cattelan. Circondata dalla folla che sgomitava per apparire, Annamaria Bortolotti, procace cronista d’assalto, stava per ridare la linea allo studio, quando d’un tratto, un tipo dall’aspetto rustico era comparso frapponendosi tra lei e la telecamera. Con quei capelli canuti e stopposi che gli cadevano sulle spalle e il nasone paonazzo che sovrastava i baffi a manubrio, sembrava un grottesco spaventapasseri. Agitando un forcone, sbraitava: «Basta sìngani, basta foresti! I xe’ tuti ladri e sassini… copéi tuti!»2. Prontamente due tizi gli erano saltati addosso immobilizzandolo, mentre la giornalista con un gridolino isterico si era spostata, lasciando al cameraman campo libero per filmare la scena. Mentre il facinoroso veniva portato via di peso dalla forza pubblica, la Bortolotti si era ricomposta simulando più spavento di quello che in realtà le avesse suscitato il vecchio ubriacone. Infine, aveva ripreso il suo servizio concludendo enfaticamente con le parole: «…a quattro giorni dall’ennesima sanguinosa rapina in villa questo è il clima che si respira in quella che un tempo era una ridente e tranquilla provincia, immersa nel verde della Val Padana».
Nella sua camera all’Abanoritz di Abano Terme, a una ventina di chilometri da Longarino, Gerry Donati aveva atteso a spegnere il televisore per assistere divertito all’estemporaneo show del bifolco. Ora però, aveva bisogno di riflettere. Doveva concentrarsi sul suo lavoro, produrre dei risultati per fare in modo che chi lo aveva ingaggiato non decretasse l’inutilità dei suoi servizi.
Gerry aveva scelto di alloggiare ad Abano per passare inosservato e non farsi avvistare nei paraggi di Longarino oltre il dovuto. Con quella soluzione inoltre, poteva staccare a fine giornata e rilassarsi, magari a mollo in una piscina di acqua termale dove riunire le sue congetture e concentrarsi meglio. E nel tempo libero approfittare dei locali che offriva la zona per unire l’utile al dilettevole. In fondo, non era più sottoposto alle ferree regole interne che lo vincolavano quando era ispettore di polizia né, tantomeno, aveva una moglie a cui avesse giurato fedeltà.
Uscì sul terrazzo e si accomodò sulla brutta ma comoda sedia di plastica, si accese un toscano «Antica riserva» e posò le labbra sul Crown Royal Canadian, un rye che Davide il barman gli aveva da poco servito in camera. A ognuno la sua ricetta per la meditazione, si disse dopo la prima boccata, pensando al programma giornaliero dell’hotel, reclamizzato in ogni passaggio obbligato della struttura e che offriva una seduta di yoga sulla terrazza della piscina. Allungò lo sguardo all’orizzonte: di fronte a lui, seminati a buona distanza l’uno dall’altro, torreggiavano i lussuosi alberghi termali della città.
La voce della sua vicina, una svizzera sui quaranta, che pronunciava qualcosa di incomprensibile a suo marito, di almeno vent’anni più grande di lei, lo distrasse. Gerry assunse un’aria corrucciata, ricordando il malizioso ammiccare della donna il giorno prima, quando, appena arrivato, avevano preso l’ascensore insieme. Sapeva che i tipi mediterranei come lui facevano presa sul popolo femminile d’oltralpe. Il fisico atletico da trentenne, distribuito in un metro e ottanta di altezza, la mascella volitiva, gli occhi profondi e scuri e il naso leggermente camuso da sempre gli spalancavano porte e gambe tra il genere femminile. Bastava solo saper scegliere. E quella donnona rotonda, con almeno dieci anni più di lui, non rientrava certo nella rosa delle candidate papabili. Neppure per una scopata al buio. Un sorriso gli si distese sulle labbra al pensiero di Carlo, un suo amico che durante l’estate, sulla Riviera romagnola si prodigava dispensando piaceri a qualsiasi donna, bastava che respirasse. Scacciò risoluto quel ricordo e si concentrò sul toscano, tornando alla meditazione sul suo caso.
Quella era la quarta rapina negli ultimi dodici mesi ai danni di commercianti orafi clienti della Winkel, la compagnia di assicurazioni che lo aveva assoldato per recuperare il bottino o per trovare prove di una mala fede dell’assicurato. Vista la mercanzia in questione, si trattava sempre di importi considerevoli. Gli inquirenti sospettavano che dietro quei colpi ci fosse una banda specializzata e il modus operandi sembrava avvalorare tale tesi. Certo, lui non disponeva della tecnologia dei suoi ex colleghi, ma sapeva dove peccavano e contava di arrivare oltre, per portare a casa risultati concreti. Adesso, poi, non era più legato a nessun giuramento alla Patria, ma a un freddo contratto di lavoro e, per raggiungere i suoi scopi, poteva ricorrere a metodi non convenzionali. Era solo una questione di obiettivi: ai suoi ex colleghi importava perlopiù un colpevole da esibire al pubblico ludibrio, mentre a lui interessava recuperare il bottino. E questo non era necessariamente sempre associato a un ladro.
La sua carriera nel privato era sta un’ascesa esponenziale, garantita dalla fama acquisita involontariamente con la drammatica uscita dal corpo di polizia. Erano trascorsi anni ormai, ma ricordava con lucidità pazzesca il corpo del suo partner cadere sotto il piombo di un fottuto spacciatore di metanfetamine e coca dei quartieri alti. Mesi sotto copertura, a fare indagini, appostamenti al buio, a piazzare microcamere e cimici per beccare il pesce grosso di una catena fatta di sardine. Mesi che si erano conclusi con un folle inseguimento su una macchina a cui aveva fatto il pieno di tasca sua e una sparatoria che aveva lasciato a terra l’agente Francesco Piredda. Un amico ancora prima che un collega. I suoi incubi erano ancora popolati dal calore del sangue sulle sue mani, mentre premeva sullo squarcio nell’addome di Francesco. La sensazione orrenda degli intestini che spingevano per riversarsi sulla strada. Il sapore salato delle sue lacrime e la gola raschiata dalle sue urla, mentre gli occhi castani che tante volte gli avevano parlato in un’intesa priva di parole diventavano via via più fissi e vuoti e la vita del suo amico gli scivolava tra le dita.
Il dolore cieco e la frustrazione erano sfociati in una sputtanata pubblica, con la puntuale collaborazione dei media, sulle condizioni di lavoro delle forze dell’ordine sottopagate, mal equipaggiate e impegnate in operazioni sempre più complesse, dove pochi dovevano coprire troppi incarichi. Parole su parole di compunto e falso rammarico per la morte del giovane agente erano piovute dai piani alti. Ma l’ignavia dei politici, tutti pieni di promesse e vuoti di fatti, l’avevano spinto ad andarsene sbattendo la porta, accompagnato solo dalla stima e dall’appoggio dei colleghi. Credere, obbedire e combattere avevano cessato di essere il suo mantra. Il nome di Francesco tatuato sulla schiena, dove nessuno vedeva e solo lui sapeva, era il suo memento mori. La sua vita era cambiata radicalmente, la visibilità ottenuta gli aveva consentito di non dover smazzarsi per andare a caccia di clienti. Lui non cercava nessuno, erano loro a cercare lui. Non era mai rimasto disoccupato a lungo: le agenzie investigative private si erano contese quell’ex sottufficiale giovane e capace. E Gerry aveva scelto, o piuttosto si era lasciato scegliere, dalla Delta investigazioni, la più importante del settore, alla quale si rivolgevano le assicurazioni e gli studi degli avvocati più noti. E non poteva essere diversamente. Non era tra le sue intenzioni finire ad occuparsi di storie di infedeltà coniugale, di dipendenti di qualche azienda con la mano lunga o ancor peggio, a rincoglionirsi tenendo d’occhio i taccheggiatori di qualche supermercato, come faceva buona parte della concorrenza.
Oltre a Gerry Donati e ad alcuni milioni di telespettatori, c’era qualcun altro incollato al televisore che stava seguendo la notizia con un morboso e personale interesse. Erano tre tipacci puzzolenti, con le facce da patibolo e dalle barbe incolte. Da sotto le luride magliette che indossavano, un campionario di tatuaggi spuntava facendo bella mostra sulle braccia. Qualcuno di essi li accomunava per foggia e significato a quello del defunto in casa Cattelan. Se ne stavano rintanati in un anonimo e squallido appartamento, nella periferia di una grande città a duecento chilometri di distanza da Longarino e stavano seduti intorno al tavolo scolando vodka come se fosse sciroppo per la tosse. Nell’angusta cucina satura dal fumo, la televisione gracchiava, distorta per l’alto volume, e rimbombava sulle spoglie pareti della stanza.
«Chissà che lo sbattano dentro, così magari qualche nostro compaesano gli fa la festa» disse Petrica con una smorfia deformata da una cicatrice che gli segnava il volto dal mento all’orecchio sinistro, mentre passavano le immagini del contadino col forcone portato via in malo modo.
«Io, per sfizio, gli farei una visitina in casa» gli fece eco Dimitri, un guercio di età indefinibile con i capelli neri a spazzola, non prima di aver buttato giù l’ennesimo sorso di vodka.
«Ma cosa vuoi trovare da un contadino… al massimo qualche vacca nella stalla» sbottò Petrica con sufficienza.
«Eh, in casa sua magari ha anche una figlia giovane e fresca: sai come ci divertiremmo?» sghignazzò Dimitri schiacciando la cicca nel posacenere stracolmo.
«Cazzate! Pensate piuttosto a quello stronzo che ha fatto fuori Ioan» intervenne torvo Vasile, il capo dell’allegra brigata, a cui la vista del contadino lasciava del tutto indifferente. In piedi a gambe divaricate e con le braccia conserte, gli occhi porcini incassati nel faccione largo, fissava il televisore dall’alto del suo metro e ottanta. Dopo un attimo aggiunse: «Io andrei a trovare lui invece» ringhiò puntando l’indice verso lo schermo, dove adesso in primo piano stava passando l’immagine di Luigi Cattelan con il volto tumefatto.
«Eh beh, con un’altra botta come quella che gli abbiamo dato ci si potrebbe rifare della crisi…» osservò Petrica, riferito naturalmente al bottino che avevano intascato.
«Questo tipo sembra non conoscerla, anzi, a parte qualche ammaccatura direi che gli abbiamo fatto un favore. E se la tira pure da povera vittima» aggiunse Vasile con livore.
«Sicuramente. Penserai mica che sia rimasto in brache di tela, no?»
«Cinquecentomila euro ha dichiarato il figlio di puttana. Tra oro e pietre preziose, ma ti rendi conto?»
«Ma se le uniche pietre che abbiamo trovato erano quelle della ghiaia del suo giardino che mi sono entrate nelle scarpe scappando…» ribatté Petrica sorpreso.
«Bravo, capisci cosa voglio dire allora?»
«Già, che tiene da qualche parte il resto del gruzzolo e noi lo potremmo trovare.»
«Cazzo, io non ci avevo neanche pensato, bravo Vasile» intervenne lentamente Dimitri con l’occhio buono a metà per il troppo alcol che aveva ingollato.
Vasile scosse la testa sconsolato e, dopo essersi disteso sulla scomoda sedia, espulse con voluttà l’ampia boccata di sigaretta che aveva appena aspirato. Rimase a fissare un punto indefinito del soffitto con aria assorta, come se vedesse qualcosa oltre a quella nebbia… o all’alcol che aveva in corpo. Sarà anche stato brillo in quel momento, ma poi la sbornia gli sarebbe passata, quell’idea di tornare all’attacco e riprendersi il resto, invece, no. Avrebbe anche avuto vendetta per la perdita del suo uomo o in alternativa un equo risarcimento per la sua banda assottigliata: anche quello poteva andare bene, forse addirittura meglio.
***
Gerry Donati stava passando in rassegna il materiale che aveva finora raccolto nel suo tablet: foto, appunti, dichiarazioni dei primi a prestare soccorso all’orefice e al morto. Del bandito non si sapeva nulla, se non che era privo di documenti, portafogli, telefonini o altro che contribuisse a identificarlo. Le caratteristiche somatiche e i tatuaggi che abbondavano sul suo corpo rimandavano genericamente alla delinquenza dei paesi dell’Est. Il tutto era corredato dal rapporto confidenziale favoritogli dal maresciallo De Laurentis, che in via ufficiale gli avrebbe potuto a malapena rivolgere il saluto. Trovarselo a Quattroville, in quella caserma di provincia, sotto la cui giurisdizione cadeva il paese di Longarino, trasferito da un paio di mesi dopo quasi tre anni passati in Calabria, era stato un provvidenziale colpo di fortuna. Gerry vi si era recato come tappa obbligata, per evadere ordinaria burocrazia legata al caso in questione e per cercare di spillare qualche elemento utile alla sua indagine personale. Si erano conosciuti qualche anno prima, collaborando in un’indagine su un giro di stupefacenti che, approdati in un porto del sud Italia, venivano poi smistati nelle piazze del nord. Gli era parso subito nello stesso suo ordine di idee e soprattutto libero da quella malcelata rivalità che avvelenava da tempi remoti i rapporti tra la polizia e i carabinieri. Questo modo di agire gli aveva permesso di portare avanti le loro indagini con ottimi risultati e senza quegli odiosi dispetti che, talvolta, si verificavano tra i due corpi. Anche De Laurentis era un tipo schietto e leale che puntava a fare il suo lavoro con onestà intellettuale: veniva prima la caccia ai malfattori e non l’arrivismo professionale che agitava e inquinava molti suoi colleghi e il loro ambiente di lavoro in generale.
«Stavolta abbiamo un motivo in più per lavorare insieme» disse Gerry, quando ebbero finito di raccontarsi delle loro vite.
«Già, a te interessa la refurtiva e a noi chi l’ha rubata» rispose sagace De Laurentis, con i suoi occhietti neri vispi. Il giovane maresciallo era un tipo asciutto, dai modi scattanti che si riflettevano sulla mimica di quella faccia da scaltro e lasciavano capire che non era farina da ostie.
«Bravo, capito il concetto.»
«Okay, però dimmi una cosa, io ti tengo aggiornato sui progressi e tu cosa mi dai in cambio?»
«Beh, io mi muoverò in altre direzioni e farò altrettanto con te.»
De Laurentis si grattò la nuca.
«Detta così, mi ricorda una frase che ho già sentito e, francamente, non mi alletta molto.»
«Scommetto che era quella di un magnaccia alla sua donna.»
«Proprio quella: con il tuo culo e la mia testa, faremo soldi a palate.»
«Non ti preoccupare, nulla del genere, mi conosci e ti garantisco che non sono cambiato, inoltre adesso non sono più vincolato alle regole…»
«Ahi, Gerry, attento, la legge va sempre rispettata!» lo interruppe serio il maresciallo prima che l’ex collega gli dicesse cose che non voleva sentire.
«Tranquillo, sto parlando delle regole interne. Le leggi italiane sono un’altra cosa.»
«Sono contento di sentirtelo dire.»
«Ti posso garantire una maggior onestà di qualcuno che indossa ancora la divisa.»
De Laurentis non rispose, limitandosi ad annuire a labbra serrate. Riteneva certi atteggiamenti di pochi singoli, una forma di corruzione che macchiava l’immagine del Corpo.
De Laurentis, dopo aver concordato sull’alleanza strategica nelle indagini, si mise a disposizione di Gerry. Di materiale ne aveva raccolto abbastanza: vi erano anche altre rapine – per quanto con targets ben più modesti – successe nell’ultimo periodo e, secondo lui, potevano avere la stessa mano.
Gerry fece un confronto con altri assalti ai danni di orafi e di rappresentanti orafi assicurati con la Winkel e non nel nord Italia. Alcune tecniche si assomigliavano certamente, ma c’erano delle sottili varianti che denotavano regia diversa. Al massimo, c’era una discreta attinenza con un paio, ma non era chiaro se vi potessero essere collegamenti tra di loro. Benché si vociferasse che vi fosse una «banda degli orafi» specializzata nel settore, per Gerry era chiaro che ve ne fosse ben più di una. Verosimilmente quella che aveva rapinato il suo cliente era la stessa che aveva già colpito un mobiliere in quella zona. Se la sua intuizione si fosse rivelata fondata, il basista si doveva cercare nel territorio e non nell’ambiente dei commercianti di preziosi.
Fin qui arrivava unendo alle sue conoscenze le deduzioni facilitate dal maresciallo, ma ovviamente non potevano bastare per arrivare in fondo alla vicenda. Non poteva nemmeno farci affidamento per ulteriori novità e informazioni, senza avere qualcosa con cui ricambiare. Al massimo si sarebbe dovuto accontentare di qualche domanda mirata una tantum.
Aveva bisogno di un collaboratore capace di entrare in profondità in certi ambienti e svolgere ricerche parallelamente agli inquirenti ufficiali. Qualcuno capace di mantenere credibilità e, all’occorrenza, sporcarsi le mani al posto suo, abbastanza scaltro da apportare un contributo all’investigazione senza comprometterla. Stava già pensando a un soggetto in particolare, l’unico di sua conoscenza che confacesse alle sue necessità: il problema sarebbe stato convincerlo.