- Prologo –
Febbraio 2015.
Dopo avere aspirato una profonda boccata di sigaretta, un colpo di tosse squassò quell’affilata silhouette nell’oscurità. Fanculo, imprecò mentalmente contro se stesso mentre guardava stizzito la brace. Si sentiva profondamente stupido: dopo due anni che aveva smesso, proprio adesso doveva ricominciare? Con riluttanza si cacciò in tasca il pacchetto quasi a metà e l’accendino. Non poteva certo rimetterli nel giubbotto del cadavere che giaceva ai suoi piedi. Li avrebbe fatti sparire lungo la strada, così come il mozzicone della sigaretta che si stava fumando, nonostante fosse forte la tentazione di gettarla proprio lì tra le erbacce. Col dorso della mano si pulì uno schizzo di materia organica finito sulla guancia e indugiò ancora un attimo osservando quel corpo inerte. Giaceva scomposto e in posizione innaturale nel chiaroscuro arancio dell’ultimo lampione, unico colore ad alternarsi alle tenebre della notte. Nemmeno si notava che gli mancasse buona parte del cranio. C’era solo una macchia nera, non più grande di una moneta da un centesimo, appena sotto lo zigomo sinistro da cui usciva uno scuro rivolo di sangue. Gli occhi sbarrati risaltavano nell’anomalo pallore del viso e nell’insieme gli conferivano l’aria di un sinistro Pierrot. Gli balenò il pensiero che riaccendersi la sigaretta non era stato il gesto più stupido degli ultimi cinque minuti.
«Una minaccia in meno» mormorò all’indirizzo di quell’ammasso di carne e a se stesso. Doveva giustificare in qualche modo la sua azione per sentirsi a posto con la coscienza.
Attento a non sporcarsi e con fare schifato, spinse con la punta del piede ancora un poco il corpo oltre il bordo del marciapiede, facendolo rotolare dentro il fosso. Questo almeno avrebbe ritardato il ritrovamento fino a che non si fosse fatto giorno. Non era decisamente quello il piano che si era prefissato, ma ormai era troppo tardi per porvi rimedio e avrebbe dovuto accontentarsi di non aver commesso altri errori imperdonabili.
Solo allora si ricordò che dalla tasca dell’elegante cappotto, in cui poc’anzi lo aveva frettolosamente infilato, sbucava il revolver. La canna si era ormai raffreddata e lo sistemò con cura nella fondina. Quel posto era deserto, ma non poteva certo aspettare che qualcuno, per caso, arrivasse lì proprio in quegli attimi. Doveva anche avere una faccia piuttosto stravolta e pensò che sarebbe stato meglio se non l’avesse vista nessuno. Difficilmente l’avrebbero dimenticata, soprattutto dopo che si fosse trovato il cadavere. Assalito dalla paranoia scrutò l’oscuro panorama circostante, il silenzio e la leggera foschia lo confortarono circa l’assenza di qualsiasi casuale osservatore. Si incamminò quindi di buon passo verso la sua auto, parcheggiata a poca distanza, deciso a portarsi più lontano possibile da quel posto. Si era appena immesso sulla provinciale, quando i fari di un autocarro gli illuminarono lo specchietto retrovisore: vide che si immetteva proprio nell’area artigianale da cui proveniva.
«Appena in tempo» si disse, con un sospiro di sollievo. Quindi schiacciò a fondo sull’acceleratore lasciando un’effimera traccia di benzina bruciata a disperdersi nell’aria.