Capitolo sesto

1285 Words
Capitolo sesto È quasi mezzogiorno quando raggiungo la casa. Adesso, sotto il pieno sole, ha un aspetto meno spettrale anche se ogni cosa, in essa, testimonia lo stato di protratto abbandono. Non ho avuto lacrime per la salma di mio padre e l’immagine della sua bara, pur nella forza del suo inequivocabile simbolismo, non ha scalfito la mia indifferenza di fronte a una perdita che ho continuato a sentire ormai lontana, consumata. Credevo di aver già dato fondo a tutte le lacrime per quel lutto sbiadito dal tempo. È solo in questo luogo che riesco a sentire lo stacco tra il prima e il dopo, tra mio padre vivo, che custodisce quello che resta del mondo che ci è appartenuto, e mio padre malato e poi morto. «Morto…» mi ripeto. Una parte di me, quella che è rimasta sotterraneamente sospesa al filo della sua paternità riluttante, si inabissa con lui, con mio padre, Emilio, definitivamente inappagata. All’improvviso sento di dovermi aggrappare a qualcosa che sia vivo, rassicurante, qualcosa che sia mio e che sia certo, per non precipitare nell’evidenza angosciosa che il mio universo affettivo sia popolato solo di morti. Mi sembra che l’unica cosa viva che mi sia rimasta sia la relazione con Saro. Immersa in un’atmosfera di angoscia soffocante, non lo sento più come l’estraneo che cerca di invadere il mio spazio privato ma come un riparo caldo nel quale trovare scampo dal gelo mortale che minaccia la mia vita. È solo grazie alla forza del mio malessere che riesco a superare paura e imbarazzo e a comporre il suo numero. «Saro? Ti disturbo? Stai lavorando?» «No, dimmi» mi risponde con un tono cupo come il cielo prima di un temporale. Non mi perdona il comportamento distaccato della sera prima. Come potrebbe, del resto? «No, dimmi qualcosa tu...» riprendo con un filo di voce. Di fronte al suo silenzio l’imbarazzo, che ho messo da parte con tanta fatica, torna a rendermi penoso anche parlare. Il mio disagio raggiunge il suo culmine a mano a mano che mi misuro con l’impossibilità di emettere fosse anche una sola parola. Sono furiosa con me stessa per quello che è successo ieri e per quello che continua a succedere anche oggi, furiosa e paralizzata. Poi, come se dentro di me una diga franasse e lasciasse libero un flusso inarrestabile di parole, sento di nuovo venir fuori la mia voce concitata, rotta dall’emozione e nello stesso tempo perentoria: «Parlami, per favore! Dimmi che mi vuoi bene o… dimmi che sono una stronza! Dimmi qualunque cosa ma, ti prego, non smettere di cercarmi. Io non so dire le cose, non so lasciarmi andare. Le altre persone vivono, sbagliano, si schiantano anche… Io aspetto, tentenno, rimango sulla soglia. La vita mi passa davanti e io sto lì a guardarla come se fossi al cinema. Non prendo mai decisioni, non scelgo, aspetto che le cose diventino inevitabili. Sono così in tutte le cose. Ma tu per favore non andartene via. Non posso pensare di non vederti più, di non ascoltare più la tua voce. Stai con me, per favore, stai con me…» Forse vorrebbe rispondere qualcosa ma io non gliene do il tempo. «Stammi accanto. Dimmi che sei il mio amico, quello col quale posso parlare di tutto. E dimmi anche… che mi vuoi ancora... perché se non mi vuoi, cosa me ne faccio di questo desiderio che mi resta addosso ogni notte quando mi riaccompagni a casa e te ne vai? Stai con me…» Tutto d’un fiato e con il battito del cuore che mi martella nelle orecchie, sono riuscita a dirglielo. Per qualche attimo, per un tempo infinito, non sento risposta. «Sto con te. Non me ne vado» mi risponde come arrendendosi a qualcosa di inevitabile, subìto pazientemente, più che desiderato. Sembra parlare tra sé e sé, riflettendo rassegnatamente: «Sì, è vero, a volte mi sembri proprio stronza. Ci sono momenti che non so nemmeno cosa pensare… ma ti voglio bene lo stesso». La tenerezza disarmante, che sento nelle sue parole, mi percorre il corpo come una leggera scarica elettrica e mi toglie il respiro. «Anch’io ti voglio bene» gli dico pianissimo, quasi sperando che non mi senta. Mi sento vulnerabile, esposta. Se volesse potrebbe ferirmi con un niente, ma non lo fa. «Non me ne vado» mi ripete ancora e ancora, stavolta dolcemente, come se mi stesse cullando, finché non mi calmo. Ci sforziamo entrambi di riprendere un tono più leggero. Il nostro chiarirci mi fa sentire vicina a lui come mai prima d’ora. «Cos’hai fatto nei giorni scorsi? Raccontami. Sei così misteriosa da quando sei partita. Non mi telefoni mai, quando mi telefoni mi racconti che giri per le bancarelle. Mah!... Cos’è che combini?» Adesso sento che sta scherzando e mi sento libera di raccontargli quello che sta accadendo realmente. «Del funerale e delle visite ricevute te lo puoi immaginare. Poi sono successe altre cose, inaspettate e… strane. Apparentemente nulla di che. Potrei dirti che ho visitato la tomba di mia madre, che ho parlato a lungo con mia zia, che giro con la macchina di mio padre, una Mini Innocenti più vecchia di me. Alcuni dettagli e poi le parole di mia zia e anche degli amici di mio padre mi hanno fatto conoscere di lui cose che non avrei immaginato. Tutto quello che pensavo di mio padre ha perso parte del suo fondamento. Sono ancora stordita e confusa. Adesso sono nella mia vecchia casa, quella dove sono nata. Ricordi? Te ne avevo parlato una volta, quando abbiamo iniziato a frequentarci.» «Non ho dimenticato una parola. Ero curioso di questo tuo accento strano e quella sera, non so per quale miracolo, tu avevi voglia di raccontare. Mi ricordo tutto: dello stradone dove andavate in bicicletta, della casa del bisnonno, dei bambini dei vicini, del gatto rosso, delle lucciole a maggio e delle uscite in cerca di more dopo la pioggia ad agosto. Non credevo alle mie orecchie a sentirti così loquace.» «Cosa vuoi dire? Che ti rompevi le scatole e non sapevi come fermarmi senza offendermi?» lo provoco ridendo. Lui non si lascia coinvolgere dalla mia leggerezza e persevera nel suo tono da discorso serio. «Ma no, non scherzare! Fammi finire. Mi sembrava che raccontarmi cose del genere potesse significare qualcosa. Non si raccontano cose così a uno che vuoi portarti a letto un paio di volte e poi spedirlo. Avevo voluto che uscissi con me perché mi piacevi. Non volevo avere un’avventura con te. Potevo accettare che andasse male e che frequentandoci si capisse che non c’era nessuna intesa, ma non avrei mai potuto accettare che tutto si risolvesse in “una scopata in amicizia e arrivederci e grazie”. Ma no, lasciamo andare! Con te mi sembra di stare su un’altalena che oscilla tra la confidenza più incoraggiante e il gelo. Lasciamo andare, non voglio litigare di nuovo.» «No, per favore, non litighiamo di nuovo!» lo supplico ridendo. Poi, non senza imbarazzo continuo: «Ho capito cosa vuoi dire, ma quello che a te sembra gelo è solo paura. Mi capirai col tempo, se ti basterà la pazienza. Con una come me ne serve molta!» «Siamo messi male, allora. Ammissione per ammissione, la pazienza non è il mio forte.» Scherza, ma ho qualche indizio per sospettare che non stia mentendo. «Che programmi hai?» mi chiede poi, del tutto rasserenato. «Penso di passare la giornata qui, a riflettere sulle cose che ho saputo di mio padre, a tirare fuori dai cassetti i vecchi album di fotografie… le cose di mia madre. Ho bisogno di toccare i suoi abiti, di prendere in mano gli oggetti che ero abituata a vederle usare. Sento la sua mancanza come qualcosa di fisico, come un vuoto allo stomaco e vorrei provare a calmarlo stando in questa casa, cercando le tracce della sua vita qui, ammesso che sia rimasto qualcosa di suo. Ti sembra stupido?» «No, non mi sembra per niente stupido. Fai quello che senti e riconciliati con le cose passate. Io sono qua, quando vorrai parlarmi sai che ti ascolto volentieri. Vai, su!» «Chiamami anche tu quando ne hai voglia, anch’io per te ci sono sempre. Ciao Saro.» «Ciao, a presto.»
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