Capitolo 1: La miseria – 1

808 Words
Valeria L'ultima monetina di rame mi ha bruciato il palmo prima di sparire nella mano del creditore. L'ho sentita rotolare contro le sue dita giallastre, un suono secco, definitivo, come quello di un osso che si spezza. La sua voce, un macigno che rotola in gola, risuona ancora nella nostra unica stanza: «Una settimana di più, e mi prendo i muri. E poi verrò per le ossa, se necessario». Non ha alzato il tono. Non ce n'era bisogno. Le sue parole hanno il peso di una sentenza, e noi siamo già condannati. Chiudo la porta dietro di lui, un battito di legno sottile che non trattiene proprio nulla. La serratura è rotta da anni, come tutto il resto. Basterebbe un soffio per spalancarla, eppure nessuno viene a rubare qui: non c'è niente che valga la pena di essere rubato. L'odore della sua rabbia rimane, mescolato agli altri. La miseria ha un odore. È un misto di brodo chiaro di cavolo che bolle da tre giorni – l'acqua ripresa più volte, le foglie sfibrate fino a diventare filamenti trasparenti –, di panni umidi che non asciugano mai del tutto sullo steso teso in mezzo alla stanza, e di quella paura acre, dolciastra, che si appiccica alla pelle come una seconda camicia sporca. È un odore che si incrosta nei capelli, sotto le unghie, che non se ne va mai. Nemmeno con l'acqua del fiume, gelida e torbida, che usiamo per lavarci quando ancora ne abbiamo la forza. L'aria è densa, gravida di tutti i silenzi che non rompiamo più. Non è un silenzio vuoto, questo. È pieno di cose non dette, di preghiere inutili, di insulti che ci ingoiamo perché le parole costano energia e l'energia è cibo che non abbiamo. Mio padre ha smesso di imprecare mesi fa. Mia madre non piange più da quando Mateo ha chiesto, con la sua vocina seria, perché il Signore ce l'ha con noi. Io non so nemmeno più a quale santo rivolgermi. Forse non ce n'è alcuno, per la nostra specie di poveri. Mi chiamo Valeria. Valeria Flores. Ho diciannove anni. Il nome, mia madre lo sussurrava come un incantesimo, un'eredità lontana di un'Argentina che non ha mai visto, un sogno di pampa e tango annegato nel fango dei sobborghi di questa città grigia. Flores, fiori. C'è una beffa in questo cognome, qui dove non sboccia nemmeno l'erba tra le pietre del cortile. Mia madre lo pronunciava con un accento che nessuno qui capiva, una cadenza dolce che si è spenta con gli anni, come una candela che consuma l'ultimo filo di cera. Ora, il mio nome risuona solo nei silenzi, soffocato dalla tosse rauca di mio padre, dal piagnucolio affamato di Mateo, dal fruscio perpetuo delle stoffe troppo spesso rammendate. A volte, nel cuore della notte, lo sussurro tra me, per ricordarmi chi sono. Ma anche la mia voce mi sembra estranea, come se appartenesse a un'altra, a una ragazza che non ho mai conosciuto. Mi appoggio contro la porta. Le assi cedono sotto il mio peso, con un gemito che conosco bene. I miei occhi fanno il giro del tugurio. È una stanza unica, un cubo di miseria. Il pavimento di terra battuta serba ancora l'impronta fredda dell'inverno, anche in questo inizio di sera soffocante. L'afa non riesce a scaldare quello strato di gelo che sembra salito dalle viscere della terra. Ci cammino sopra a piedi nudi, e il freddo mi sale lungo le caviglie, mi risale per le gambe, mi si insinua nelle ossa come un dolore antico. A sinistra, il focolare dove danza una fiamma magra, avara di calore, avara di luce. È un fuoco che chiede scusa per esistere, che brucia senza ardere, che consuma gli ultimi rametti raccolti chissà dove da Mateo, con le sue manine che sanguinano per le spine. Sopra, la pentola incrinata dove sobbollisce la nostra eternità di brodo chiaro. Ogni tanto una bolla sale in superficie, scoppia con un sospiro, e l'acqua torna al suo grigiore immobile. Non c'è più nulla da macinare, da aggiungere. Solo acqua e cavolo, cavolo e acqua. E il pensiero che domani sarà lo stesso, e il giorno dopo ancora. I muri trasudano umidità, un trasudare grigiastro che disegna continenti sconosciuti sull'intonaco scrostato. Mio padre diceva che somigliavano a mappe, una volta. Mi prendeva in grembo e inventava storie su quelle terre immaginarie, isole di fortuna e città d'oro. Ora non dice più niente. Guarda i muri come si guarda un nemico che ti ha vinto. Conosco ogni fessura, ogni scheggiatura. Lì, vicino all'unica finestra dai vetri opachi di sporcizia e fuliggine, una lunga crepa corre come un fulmine immobilizzato. È da lì che il vento fischia d'inverno, portando con sé sussurri gelidi, e d'estate entrano le zanzare, sottili, insaziabili, che ronzano nelle ore più buche come una coscienza che non ti lascia in pace.
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