Il frastuono del campanello si alterna al rumore secco di palmi che sbattono contro la superficie legnosa della porta. Sbuffo stropicciandomi gli occhi appesantiti, per l’ennesima notte in bianco, e mi accendo una sigaretta.
-Diamine hai il sonno pesante- esordisce la rossa, irrompendo in casa appena le apro la porta.
Sì, sonno pesante…
-Hai dormito vestita? -
I suoi occhi chiari percorrono il mio corpo, goffamente infagottato in strati su strati di vestiti.
-Oh, no- mi gratto la fronte -mi sono accorta di non avere coperte, così… a mali estremi, estremi rimedi-
-È un detto italiano? - ridacchia divertita -vestiti che ti porto a comprare qualcosa per rimediare al disastro che è questo appartamento-
Mi lavo velocemente per poi indossare un paio di cargo jeans larghi ed un maglione di lana bianca.
-Mi chiedevo di chi potesse essere questa macchina- rido mettendo le mani nel giaccone ed infilando il mento nella sciarpa, non appena usciamo dal portone ed entriamo in contatto con la fredda aria autunnale mattutina.
-Ehi, non prendere in giro Frau Imelda-
Chi diavolo chiama una macchina, signora Imelda?
Si tratta di una fiat 600 multipla che forse, forse avrà una buona settantina d’anni: ovale, non sto scherzando, è davvero un ovale compatto su quattro ruote con la metà inferiore colorata di un tenue lilla pastello, mentre quella superiore di un rosino anch’esso pastello. Giuro di non aver mai visto in vita mia un’auto come questa: ma poi, è ancora legale che circoli per le strade?
-Frau Imelda? - sobbalzo quando noto che pure l’apertura delle portiere è strana, dal momento che si aprono controvento anziché in avanti, come ogni santa auto normale.
L’interno è nel classico stile anni Cinquanta italiano: i sedili in pelle giallo ocra sono uniti e senza testiera, il cruscotto è quasi inesistente, il volante è sottile, sporgente ed enorme, i finestrini si abbassano con la manopola e fortunatamente noto che almeno sono state aggiunte le cinture di sicurezza.
Gira la chiave e mette in moto, il tutto accompagnato da un rumore non molto rassicurante.
-Sei sicura che quest’auto sia…ehm, sicura? -
-Scherzi? Quest’auto è l’Eschilo delle quattro ruote, le ho fatto persino aggiungere cinture ed airbag, sia davanti che dietro- tira due pacche d’incoraggiamento sul cruscotto.
-Aggiungerei un per fortuna- rido nervosamente tenendomi allo sportello per evitare di finirle addosso mentre si immette nella strada principale con un po’ troppa velocità.
-Prima di diventare un’attrice a tempo pieno, ti parlo degli anni del liceo, facevo volontariato in una casa per anziani: leggevo i numeri del bingo, partecipavo a recite di intrattenimento… insomma le classiche cose. - afferra con una mano la sigaretta che le porgo per poi portarmene pure io una alla bocca -C’era questa vecchietta, Imelda, tedesca e grande appassionata di auto soprattutto di quelle italiane: il marito le ha regalato questa macchina per uno dei loro anniversari e si sono fatti tre mesi viaggiando per l’Europa. Mi ero davvero legata a lei, è stata come la nonna che non ho mai avuto, era la mia vecchietta del cuore-
-Una vecchietta del cuore? -
-Oh, certo! Tutti i volontari della casa di riposo hanno il proprio vecchietto del cuore, e la mia era Imelda. Devo dire che in verità era una grande stronza ed eccentrica del cazzo: aveva sempre l’ultima parola, il commentino su ogni cosa ma ti giuro che il suo sarcasmo era unico-
Inchioda al semaforo ed entrambe veniamo sbalzate in avanti e poi indietro: ora capisco che alle macchine hanno aggiunto i reggitesta per evitare di prendere un colpo di frusta. Mi massaggio il collo mentre aspiro dal filtro della sigaretta.
-Insomma, immaginati una Violet Crawley di Downton Abbey ma tedesca, un po’ più alta e con i capelli totalmente bianchi: era così, uguale e spiccicata nel comportamento. Una pettegola acida che però mi voleva un mondo di bene e ce la spassavamo a sparlare degli altri-
Il semaforo delle macchine diventa verde ed ovviamente Inge non poteva che spingere con tutta la sua forza sull’acceleratore, facendo restringere il mio stomaco fino a ridurlo ad un semplice ricordo della sua presenza.
-A quanto pare suo marito, che era un figo galattico da giovane, era l’opposto di lei ma si amavano tantissimo: l’unica loro pecca, però, è stata quella di sfornare tre figli, due femmine ed un maschio, che forse sono le persone più viscide che io abbia mai visto. Dopo la morte di loro padre sembravano non aspettare altro che la morte della loro madre, giusto per mettere finalmente mano sull’eredità che, fidati, non erano pochi spicci. Imelda è morta tre anni fa, nel sonno, tranquilla e con il suo solido sorrisetto che era solita a fare prima di dire una delle sue. Sul testamento ha lasciato scritto “La mia 600 andrà a Inge van Gaal, l’unica piccola stronza che si merita il mio ricordo più bello” e da quel giorno ho sempre e solo guidato la mia cara Frau Imelda-
-Mio Dio- mi volto verso di lei -è la storia più dolce che io abbia mai sentito in vita mia. Penso di essermi innamorata di Frau Imelda-
Scoppiamo entrambe a ridere ed alziamo il volume della radio, lasciando che il suono della chitarra elettrica degli Eagles invada l’intera vettura, accompagnata dalle nostre voci che cantano le parole di Hotel California.
Sento una strana sensazione dentro di me: non sto provando paura. Sì, è come se quest’Eschilo delle quattro ruote mi stia proteggendo dai brutti ricordi, dai problemi che tengo dentro di me ogni giorno: la mia mente è presente, non sento attacchi di panico in arrivo. Sto cantando in una macchina guidata da una ragazza che forse era meglio che non prendesse la patente, ma io sono dentro e il nero della mia tela è rimasto chiuso fuori.
Ovviamente, anche in Olanda, se devi comprare qualcosa per la casa senza andare a spendere un rene, le cornee e un polmone, non si può che andare all’Ikea. Già, certe cose non cambiano proprio.
-Muoviamoci hai un sacco di cose da comprare- inserisce la chiave nella portiera e la chiude.
-Com’è che te sai cosa devo prendere mentre io non ho la minima idea di che mi possa servire-.
-Oh tesoro mio- mi prende a braccetto -ho sbirciato qua e là mentre ti cambiavi-.
Entriamo nell’enorme magazzino e da quel momento inizia la maratona per corsie e reparti con qualche sosta su una sedia o una poltrona o un materasso. Devo ammettere che questa ragazza è cara e dolce ma in questo negozio si è trasformata in una sergente militare: corre su e giù, ogni cosa che vede mi obbliga ad esprimere un parere anche se sinceramente non può che fregarmene se le pentole abbiano il manico nero o marrone, prende misure e segna tutto con una di quelle mini-matite che in verità servono solamente ad essere rubate. Io? Beh, io cerco di starle dietro spingendo il carrello che inizia leggermente ad essere un po’ troppo pesante.
-Direi che hai preso tutto- si ferma d’improvviso e per poco non le finisco addosso -pensi che manchi qualcosa? -
Vediamo, nel carrello ho: un piumone, un copri piumone, due cuscini, delle grucce, mensole e reggi mensole, coperte di pled, mollette, tazze, bicchieri, una batteria completa di pentole, posate e attrezzi da cucina, di cui avrei fatto a meno ma… lasciamo perdere.
Do un’occhiata al resto dell’ammasso che c’è nel carrello e posso definitivamente dire che c’è ogni cosa per poter sopravvivere.
-C’è tutto -
-Perfetto! - salterella entusiasta -allora paghiamo, pranziamo e dopo se ti va andiamo al negozio a fianco che ho bisogno di comprare delle cose-
-Per me va benissimo, che cosa vende? -
-E’ una sorta di grande magazzino per i lavori manuali, hobby e tanto altro: ho bisogno di comprare dei chiodi per appendere delle fotografie che ho fatto stampare a Jasper-
E così facciamo: paghiamo, mangiamo al volo un hot dog, fumiamo una sigaretta e spediamo altre due orette all’interno del secondo negozio. Ne approfitto per comprare delle tele da pittura di svariate dimensioni e dei teli di plastica da imbianchino.
-Pensi che non esploderà vero? - domando con la sigaretta fra le labbra, preoccupata che il portellone del bagagliaio possa da un momento all’altro rifiutarsi di trattenere tutte quelle cose.
-Ma ovvio che no- da due pacche su tettuccio -Frau Imelda non ci tradirebbe mai-
Siamo uscite di casa alle nove e mezza e Inge parcheggia l’auto che sono le quattro di pomeriggio: questo vuol dire che, se togliamo il tempo di viaggio, abbiamo passato metà giornata all’interno di un fottuto negozio.
La prima volta anche per questo.
-Hai avuto l’onore di sperimentare Imelda? -
Quasi mi spavento al suono della voce di Axel che compare improvvisamente alle mie spalle mentre sono impegnata a contemplare il bagagliaio insieme a Inge.
-Ha fatto più paura la guida della tua ragazza che la sicurezza di quest’auto -
-Ehi- la rossa mi tira una gomitata ridendo per poi voltarsi e stampare un veloce bacio sulle labbra del ragazzo.
-Ho portato un po’ di rinforzi per portare su la roba, avevo immaginato che con lei in un negozio del genere sareste tornate con la macchina carica-.
-Devo ammettere che senza di lei avrei tenuto la casa vuota fino a non so quando- scuoto la testa e rivolgo un grande sorriso alla ragazza.
Mi chino e afferro il sacco con il piumone e tre mensole e anche gli altri cinque ragazzi iniziano a prendere quel che riescono.
Facciamo su e giù per le scale circa tre volte e finalmente vedo la luce della fine di questa tortura.
-Inge, dammi pure le chiavi della macchina, mancano solo delle tele e posso portarle su da sola-
-Sicura? - poggia la scatola delle posate sul tavolo.
-Ma certo, anzi, prendetevi una birra dal frigo che ve la siete meritata-
-Hai ancora birre dopo ieri sera? -
-Te l’ho detto, Jasper, che ieri ha comprato più birre che cibo-
Rido ed esco dall’appartamento.
Scendo le scale con molta calma, godendomi quest’attimo di quasi silenzio e tranquillità, fino a che non sento altri passi rimbombare dietro di me.
-Cazzo- impreco nella mia madre lingua portandomi una mano sullo sterno.
-Ti spaventi con poco-
Guardo Elias a qualche gradino di distanza, con in faccia stampato quel sorrisetto strafottente e le mani nelle tasche dei cargo.
-Che stai facendo? -
-Vengo ad aiutarti- mi raggiunge e prosegue la discesa verso l’uscita.
-Ce la faccio anche da sola, non preoccuparti-
-Come pensi di trasportare tutte queste tele più una tele da duecento per centocinquanta centimetri-
Lo guardo fisso negli occhi per poi roteare lo sguardo e ammettere la mia pessima idea.
-Non mi mandi a fanculo o come si dice? -
È sexy la sua pronuncia italiana.
-Idiota, vieni-
Apro lo sportello del bagagliaio e mi chino per raggiungere le tele più piccole che son finite un po’ troppo in là. Sento il suo sguardo bruciarmi da dietro e mi affretto a raccattare tutto.
-Ok direi c…-
Mi volto e mi ritrovo il moro a due centimetri dal mio corpo: se non fosse per la pila di tele che tengo fra le braccia penso che mi sentirei più esposta e a disagio.
Non lo guardo negli occhi, fisso il punto in cui la felpa nera finisce e inizia la pelle nuda del collo. Sento i suoi occhi bruciare i miei, troppo impegnati a fuggire. Dovrei semplicemente spostarmi e lasciarlo afferrare la tela più grossa, ma resto bloccata con la mente che lavora a grande velocità cercando di decifrare il suo profumo: muschio, caffè e sigaretta.
-Se non ti sposti non posso prendere la tela-
Mi riconnetto.
-Oh, sì, ehm, giusto- balbetto come una cretina e faccio un ampio passo laterale sfuggendo dalla prigione del suo sguardo.
-Sei una persona silenziosa- appoggia la tela contro la macchina per poi chiuderla a chiave.
-Neanche questo ti va bene di me? -
Alzo un sopracciglio e roteo gli occhi scocciata dei suoi soliti commenti.
-Le ragazze che conosco non hanno mai un termine nei loro discorsi, il fatto che io ti abbia definita silenziosa non significa che ti stia facendo una critica-
-Ah no? Non potevi tenerlo per te allora? -
-Sai tenersi per sé le cose non è una scelta molto matura, sai? -
Questo bastardo mi ha per caso fatto una frecciatina?
-Sai che mi stai facendo venir voglia di buttarti nel canale, vero? - i miei occhi diventano due fessure e il mio corpo si tende in stato di difesa -se non fosse solo per il fatto che rischierei di rovinare la tela-.
Si mette a ridere. Sì, scoppia in una fragorosa risata con tanto di testa scossa e sospiro, come se fossi diventata la comica dell’anno. Afferra con due mani l’enorme tela e si avvia verso l’entrata lasciandomi vicina a Frau Imelda a sbollire la rabbia ed il nervoso che pulsa nelle mie vene.
La porta del mio appartamento è socchiusa e per aprirla mi basta appoggiarmici con a schiena.
-Hai fatto scorta nel caso ci fosse un’invasione zombi o una pandemia? - ride Jasper venendomi ad aiutare e poggia una parte delle tele per terra contro il muro.
-Non si sa mai nella vita- cerco di reggergli il gioco anche se dentro di me non posso che considerare così stupida quella frase.
Guardo Inge aprire i vari pacchi e sistemare il loro contenuto nei cassetti e nelle dispense a muro della cucina, un po’ come se fosse a casa sua.
-Perdonala, ha un po’ di manie dell’ordine- mi sussurra Axel da dietro.
-La perdono eccome- mi levo la giacca -quando mai si trova qualcuno che ti sistema le cose di sua spontanea volontà? -
-Eh, spero per te che rimangano ben in ordine! - urla la rossa appendendo l’ultima padella al porta-pentole inchiodato al muro, vicino al piano cottura.
Scambio un’occhiata con il biondo e ci mettiamo a ridere.
Apro il frigo e afferro una bottiglia per poi andarmi a sedere sul divano di fianco a Jasper: i ragazzi presenti continuano a chiacchierare ma sinceramente la mia mente non traduce le loro parole. Senza pensarci afferro l’occorrente dal tavolino in legno davanti al divano e comincio a tirare su una canna. Porto il filtro alla bocca e l’accendo, facendo poi uscire una nuvola di fumo bianco che si disperde salendo verso il soffitto. Mi appoggio allo schienale, infossandomi sempre di più nel divano: immagino di essere risucchiata dai cuscini che nella mia immaginazione sono soffici e morbidi, ma che in verità sono duri e ruvidi, poco importa. Aspiro ancora un po’ di fumo e scompaio totalmente nel divano: vengo catapultata in una nuova dimensione e volo in un cielo colorato di un giallo ambra. Infondo, all’orizzonte, c’è però uno squarcio, come se qualcuno avesse sfumato con l’acquarello una zona imprecisa e grigio scuro, con una goccia di argentato che rende quella specie di nuvola meno minacciosa.
-Giusto Maya? -
Una forza mi risucchia da dietro e tutti quei colori scompaiono. Mi guardo intorno e cerco di capire la situazione intorno a me.
-Stavo parlando della mia guida-
-Oh- mi affretto ad aspirare un’ultima volta per poi passare la canna a Jasper -sì, sì è ottima-
-Ottima?! - sbraita Nash raddrizzandosi sulla sedia su cui è scompostamente seduto -Hai definito la guida di Inge ottima?! -
Per l’amor del cielo, quella ragazza è sicuramente brava in moltissime cose ma non in quello.
-Oddio, beh, ehm- la ragazza mi tira un’occhiataccia minacciatrice -diciamo che non è Lella Lombardi, che c’è qualcosa da sistemare con la frizione, le inchiodate, le curve, le precedenze, la velocità e l’uso del clacson, ma ehm, tutto sommato è…ehm ok-
-Visto mi dà più soddisfazione questa ragazza che conosco da un giorno che voi quattro in due anni-
-Ma se ha praticamente detto che devi “sistemare” tutto della tua guida-
Ricominciano così a bisticciare e io tiro un silenzioso sospiro di sollievo per aver indirettamente detto che la guida di Inge fa piuttosto cagare, ma senza farlelo capire. Probabilmente sono sfuggita ad una sua sfuriata a cui avrei capitò la metà delle parole vedendo come sta parlando velocemente contro i ragazzi, che la guardano divertiti.
Mi butto nuovamente contro lo schienale e cerco di catapultarmi nuovamente in quello strano mondo: devo ricordarmi assolutamente quei colori con tutte le loro sfumature, tonalità ed intensità. Diamine perché non se ne vanno tutti? Ho bisogno assolutamente di prendere gli acrilici e ricreare quella dimensione.
Sento la mia mano tremare, abbasso lo sguardo e noto il fumo della sigaretta, stretta tra le dita, disegnare piccoli zig-zag nell’aria. Un peso inizia ad essere sempre più forte, gravando gradualmente sul mio sterno, proprio nello spazio fra i due seni.
So che questi sono gli avvertimenti dell’imminente arrivo della mia solita tempesta interiore, ma devo bloccarla, chiuderla in un cassetto e riporre quest’ultimo in un armadio chiuso a chiave: lo riaprirò quando ci saranno le circostanze giuste.
Sospiro leggermente e mi afferro la mano tremante con l’altra, cominciando a massaggiarla per farla tornare controllata e stabile.
Alzo gli occhi mentre mi porto la sigaretta alla bocca ed incrocio il volto di Elias girato nella mia direzione: se ne sta seduto al tavolo, vicino ad Axel che in questo momento si sta grattando il mento mentre ascolta il ragazzo di origini messicane parlare. Tutti stanno ascoltando le parole di quel ragazzo, ma non lui e, a dirla tutta, neanch’io: semplicemente mi guarda, tenendo il collo della bottiglia di vetro morbidamente tra due dita e facendola dondolare lungo la circonferenza della base. Avanti ed in dietro, producendo un rumore che è inudibile ma a me pare quasi di riuscire a sentire il suono del vetro sfregare sopra il legno grezzo del mio tavolo.
Alzo lo sguardo e lo poso sul suo volto, sui suoi capelli corvini spettinati, sul piercing che decora il sopracciglio sinistro, sul collo lungo ed infossato nelle spalle, sul suo gomito saldo sul tavolo ed il pugno che preme sulle labbra sorreggendo la testa.
Vorrei mimargli con le labbra un “sei silenzioso”, perché pure lui sembra essere uno che osserva, che pensa molto ma che parla l’indispensabile: come me, mai io uso l’arte, lui invece cosa? Qual è il suo metodo di fuga dal pensare troppo, qual è il suo modo di esprimere il suo essere?
-Ragazzi, io e Axel dobbiamo andare che abbiamo una prenotazione al ristorante-
Guardo l’orario: sono già le sei e mezza di pomeriggio.
-Vado pure io, devo vedere come sta andando al locale- Jasper si alza dal mio fianco e mi stampa un bacio fra i capelli, facendomi involontariamente sussultare.
Se ne vanno tutti, salutandomi e ringraziandomi delle birre ma Elias rimane fermo dov’è, sembra che non abbia mosso un muscolo.
-Sei una persona silenziosa-
Sorride alla mi frecciatina e leva il pugno dalle labbra, ridando al collo il compito di sorreggere la testa.
-Sì, lo sono e mi piace-
Lo guardo alzarsi, aggira il tavolo e si siede al mio fianco, dove qualche minuto fa era seduto Jasper.
-Sai, parlando si comunica con le altre persone, però spesso ci porta al non notare particolari di chi sta dialogando con noi, dell’ambiente in cui ci troviamo. Il nostro udito lavora di meno, il nostro olfatto lavora di meno: tutti i nostri sensi lavorano di meno, sono tutti concentrati all’elaborare le parole giuste da combinare e al percepirne altrettante-
Questo ragazzo è più profondo di quanto potessi immaginare.
Non so come ribattere, non so che cosa dire se non che ha ragione su tutto.
-Ti ho resa ancora più silenziosa? -
-No, mi hai resa più confusa-
-Su che cosa? -
-Su di te-
Mi raddrizzo nervosamente ed incrocio le gambe sul divano.
-Perché che cosa pensi di me? -
La sua voce è bassa, profonda e dannatamente tranquilla: pronuncia ogni parola con calma caricando ognuna del proprio significato.
-Pensavo che avessi una faccia da stronzo e che facevi troppe domande-
-Invece ora? -
-Ora invece hai una faccia da stronzo, fai troppe domande e sei anche una persona abbastanza profonda-
Scoppia a ridere silenziosamente e scuote la testa divertito.
-Perché sei ancora qua? -
-Non ho voglia di andare fino a casa-
-Ma è ad un piano di scale…- corrugo la fronte.
-Appunto-
Solleva il sopracciglio e ributta la testa all’indietro, appoggiandola all’apice dello schienale.
Una parte di me vorrebbe con tutta sé stessa che se ne andasse da casa mia, ma l’altra… beh all’altra le va bene che questo ragazzo rimanga qua, al mio fianco, seduto a pochi centimetri da me, a fissare in silenzio il soffitto.
Il suo silenzio non mi manda in panico, mi fa stare in allerta, ma non mi manda in crisi come fanno le parole.
Trito l’erba nel grinder e a quel tenue suono noto l’angolo sinistro della sua bocca sollevarsi in un sorriso sornione. Lecco la cartina e scopro i suoi occhi spiarmi, per poi ritornare puntati al soffitto.
Faccio scattare la pietrina dell’accendino e con la fiamma accendo la canna appena rollata eseguendo poi dei piccoli sbuffi per farla bruciare più omogeneamente.
-Perché sei venuta ad Amsterdam? -
-Oh Dio- impreco e butto indietro la testa sbuffando
-L’hai detto te che faccio troppe domande, quindi non vedo perché non dovrei attenermi alla tua descrizione-
-Sì, ma non intendevo questo-
-Resta il fatto che tu non mi abbia ancora risposto-
Direi che è il momento di inventarsi una buona bugia, giusto per mettere a cuccia l’invadente curiosità di questo ragazzo.
-In ventitré anni non ho mai viaggiato e ho pensato che andare a vivere in una città fuori dall’Italia sarebbe stato divertente e utile a non perdere completamente l’olandese, dal momento che in Italia non lo usavo molto-
-Stai mentendo-
Mi volto di scatto verso di lui e gli tiro un cuscino in faccia, facendogli finalmente alzare la testa.
-Ma sei impazzita! -
-Non sono impazzita, sono stufa delle tue cazzo di domande e del tuo cazzo di dubitare. Tu mi hai chiesto una cosa e io ho risposto: se la mia risposta non ti piace perché ti stavi facendo strani film mentali sulla mia oscura vera identità, giocando al ragazzino detective, e ne sei rimasto deluso perché sono qui per una storia fottutamente comune… beh, fottiti -
Sono in piedi davanti a lui, con i nervi a fior di pelle, con il dito puntato a pochi centimetri dal suo naso e i suoi occhi mi guardano spaesati.
-Ok, non parlo italiano quindi non ho capito una singola sillaba ma deduco dal tono che sei molto incazzata e l’ultima parola suonava molto come un insulto-
Urlo a denti stretti portandomi esasperata le mani ai capelli e stringendoli forte tra le dita. Mi lascio ricadere al suo fianco esausta ed aspiro profondamente un po’ di fumo.
Cadiamo nel silenzio totale, dove non riesco neanche a sentire il suo respiro: sembra quasi che stia trattenendo l’aria nei polmoni.
-Ti giuro, non voglio farti incazzare, ma io veramente non ho capito una sola parola-
Non so perché ma questa sua uscita accompagnata alla sua espressione disorientata è talmente surreale che scoppio a ridere.
-Fanculo- sussurro tirandogli una gomitata nel braccio e passandogli una canna.
-Di questa parola conosco il significato però-
Scuoto la testa sorridendo e mi alzo con l’intenzione di preparare un tè.
Diamine, Inge ha messo la scatola con i filtri del tè troppo in alto: mi metto in punta di piedi ma la mia mano non arriva neppure a sfiorarla.
Dannato metro e sessantadue centimetri.
Mi afferra il fianco da dietro facendomi irrigidire completamente: lo sento dietro di me sovrastarmi, facendo scontrare la sua schiena contro il suo petto. Sento il suo fiato sopra di me ed il mio cuore accelera insieme al mio respiro.
Maya, devi controllarti, devi controllarti subito.
Odio il contatto corporeo soprattutto quando non sono io a volerlo, quando avviene all’improvviso e alle mie spalle: per qualsiasi persona è solo una mano su un fianco ma per me non lo è. Per me è Milano, è la casa da cui sono scappata, è l’uomo da cui sono scappata; è quel letto dalle doghe incrostate di polvere, il mio rifugio dall’inferno in cui ero costretta a vivere.
-Giochiamo a nascondino- mi diceva -se vinci tu deciderai il tuo premio, potrai chiedermi qualsiasi cosa: se vinco io mi devi aiutare a giocare-
Questa frase non l’ha mai cambiata, la pronunciava ogni sera, da quando avevo dieci anni fino a due giorni fa. Contava fino a quindici ed in quindici secondi non scappi lontano, soprattutto se l’unico luogo in cui ti è permesso nasconderti era la cameretta, poiché se no avrei fatto casino e la mamma non doveva essere disturbata. Il letto era il mio nascondiglio, speravo che se la sera prima mi aveva trovata là, quella dopo non avrebbe cercato in quel posto, ma questo non è mai successo: mi ha sempre trovata ed io l’ho sempre dovuto aiutare a giocare.
I miei occhi implorano di poter aprire le valvole e far fuori uscire le lacrime che mi stanno annebbiando la vista, mi fa male lo sterno, la mia mano trema e sento un dolore lancinante al basso ventre.
-Non voglio giocare a nascondino- sibilo arrabbiata tra i denti ma quando mi giro trovo a pochi centimetri un ragazzo molto alto e anche molto confuso, che punta i suoi occhi cromaticamente diversi su di me: corrucciati e seri.
-Ti ho chiesto se stessi bene, non di giocare a nascondino-
Le parole mi muoiono in bocca, è come se non riuscissi a ricordare mezza parola in olandese.
-Io…Io, ho tradotto male-
Ricaccio indietro le lacrime ed assumo un’espressione dura e seria: voglio che se ne vada ora.
Cerco di levarmi dal suo radar ma mi sento in trappola ed ancora troppo rigida per poter attivare i muscoli delle guance.
Mi incastra il filtro della canna fra le labbra ed io mi lascio sfuggire un flebile gemito di debolezza.
-Sobbalzi quando qualcuno ti tocca, quando ti parlano da dietro e ti irrigidisci anche se qualcuno osa minimamente entrare nella tua sfera spaziale personale-
-Elias…- sospiro quasi implorandolo.
-Se faccio questo- posa nuovamente la sua mano sul mio fianco ed il mio fiato si mozza seguito dalla tensione di ogni singolo muscolo -posso sentire l’intero tuo corpo irrigidirsi: cambi sguardo, cambi respiro, la tua mascella si contrae quasi a voler obbligare le tue labbra a stare chiuse-
Mi mette in mano la scatola del tè.
-Sei davvero sicura di essere venuta qua per migliorare la lingua? -
Mi fissa per qualche secondo e poi se ne va, chiudendosi la porta alle spalle.
Prendo una boccata d’aria come se fossi appena riemersa dal profondo dell’oceano e mi aggrappo al piano dietro di me per evitare di finire per terra; le orecchie mi fischiano e la mano destra riprende a tremare. Questa volta apro l’armadio e apro anche il cassetto, permettendo alla tempesta di avvolgermi tutta nella sua distruzione.