Dormire fa bene, lo dicono tutti. Lo dicono tutti, però viviamo in una società che non fa altro che toglierci le ore di sonno: studio, lavoro, stress, luce blu di pc e cellulari, feste… Si dice che dormire favorisca la perdita di peso e che limiti le possibilità di avere un ictus o un infarto. Se non si dorme per ventiquattro ore non succede nulla di che: ci si sente solamente più deboli, confusi e si fa fatica a concentrarsi. Se però si inizia a non dormire per due, tre, quattro giorni il nostro corpo impazzisce: visioni, ansia, tremori muscolari, deficit cognitivi e si può perfino arrivare a danni cerebrali importanti. “Se dormi ti svegli più bella”, “Sogni d’oro”. Però nessuno ti avverte su quanto sia anche pericoloso dormire, nessuno mi ha mai detto quanto gli incubi possano essere reali e dolorosi. Per questo io non dormo, o meglio, cerco di dormire il meno possibile: preferisco sentirmi stordita che provare paura e dolore, da cui non si può scappare perché il sonno ti intrappola. Ho una fottuta paura di dormire: i miei incubi sono reali, chiudo gli occhi e rivivo lo stesso sogno, ogni volta: non è un sogno solo visivo, io sento anche le sue mani, sento il suo odore e la sua voce, sento il dolore all’intimità come se me la stessero squarciando a pugnalate. Percepisco la sua stretta sui miei capelli e sulla mia gola, percepisco la mia paura. La cosa più brutta è che io so che sto sognando ma non posso svegliarmi, rimango intrappolata poiché tutto ciò che vedo e che sento non sono pura fantasia ma appartiene ad una realtà che c’è stata. Ho paura di dormire poiché ho paura che un giorno non mi sveglierò più e che sarò destinata a vivere in quell’incubo per tutta la durata dell’eternità. Fortunatamente ho scoperto il Provigil, un eccitante che ti permette di rimanere attivo ed efficiente anche senza dormire ma che possiede anche un’enorme lista di effetti collaterali: no, non lo consiglio ma per me è essenziale. Nonostante ciò, anche il mio corpo deve dormire: io voglio vivere non diventare uno zombi vivente. Quindi nel corso degli anni ho realizzato una bellissima tabella del sonno: due giorni sveglia e ad ogni terzo giorno devo dormire almeno tre ore. Sembra una cosa da pazzi ma per chi vive il sonno come lo vivo io… beh, mi capirà.
Dopo la festa di Nash ed il cheeseburger con Elias, sono arrivata a casa alle quattro talmente ubriaca, fatta e in preda ad emozioni strane, scaturite da quell’abbraccio, che mi sono addormentata non appena ho toccato il materasso; non ho pensato di prendere una pasticca o di guardarmi un film per ritardare il momento in cui mi sarei messa a dormire. Semplicemente mi sono addormentata e ne ho pagato le conseguenze; alle sette mi sono svegliata urlando, in preda ad un attacco di panico, e così via di ansiolitici, poiché le mie mani tremavano così tanto da non riuscire neppure a tritare un po’ d’erba nel grinder.
Dormire potrà far bene, ma sicuramente fa schifo.
Ora mi trovo a letto, nascosta sotto il piumone e con gli occhi lucidi fissi sul parquet vecchio e rovinato. Sono ferma così da non so quanto tempo, non riesco a muovermi, perfino spostare gli occhi mi risulta faticoso e quasi impossibile. Sono accucciata e nascosta: il letto è l’unico posto in cui le ombre nere non mi possono trovare. O almeno, così cerco di convincermi.
Il mio cervello è talmente concentrato sul mio respiro che tutti i rumori intorno a me si sono annullati, anche se di sottofondo continuo a sentire un alternarsi di campanello e battiti contro la mia porta.
Finalmente riesco a riacquistare le mie capacità motorie e mi alzo sbuffando: mi stropiccio gli occhi e strascico i piedi, coperti da un paio di calzini rosa e azzurri, verso la porta.
Chi diamine bussa in questo modo? La domenica non dovrebbe essere il giorno del riposo, di Dio e quelle stronzate varie?
-Arrivo, arrivo cazzo- mugolo nella mia madre lingua e giro tre volte il pomello facendo scattare la serratura.
Oddio, ancora lui.
-Che diamine vuoi? - sbuffo sentendo le spalle cascarmi appena vedo la sua figura.
-Stamattina sei particolarmente sexy -
Mi rendo conto di indossare solo una maglietta enorme grigia e consumata ed un paio di mutandine viola.
Alzo gli occhi al cielo e mi dirigo verso il piano cottura sibilando un “fanculo”.
Entra e si chiude la porta alle spalle: è vestito con un paio di jeans scuri a vita bassa, una felpa rossa ed il solito giaccone nero. È dannatamente bello anche di prima mattina anche se in questo momento lo odio.
-Mi dovevi un’uscita-
-Che cosa? - accendo il fornello e ci metto sopra il bollitore -ti ho già detto che non ti devo un bel niente-
-E dai- si leva la giacca e si avvicina a me -ti porto in un posto che ti piacerà da pazzi-
-Dove? -
-È una sorpresa- si mette le mani nelle tasche dei pantaloni e sogghigna beffardo.
-Fanculo, allora prepara due tazze di tè ed io vado a vestirmi- gli lancio la confezione con dentro i vari filtri e con molta calma mi dirigo verso il bagno.
Non scherzo quando dico che mi spavento appena vedo la mia immagine allo specchio: sono letteralmente orribile e dio mio! Lui mi ha vista in questo stato.
Non so se vergognarmi di più di ciò o di essermi solamente posta il problema.
Mi faccio una doccia velocemente ed indosso un paio di jeans leggermente larghi ed un maglione bianco a collo alto. Mando giù un’aspirina sperando che mi faccia passare questo mal di testa post-serata il più velocemente possibile.
Elias se ne sta seduto al tavolo con una mano che avvolge una delle due tazze e lo sguardo fisso nel vuoto.
I miei piedi si bloccano un istante ed i miei occhi fotografano la scena.
-Questa volta sei tu quello pensieroso?- gli sorrido strappandolo dal turbine dei suoi pensieri e con tutta me stessa spero che siano belli o almeno non troppo brutti.
Mi accendo una sigaretta e mi siedo difronte a lui.
-Riposavo il cervello-
-Non mi convinci- imito la sua voce e come risposta mi lancia il picciolo della male che sta mangiando.
-Io non parlo così-
-Ah sì, scusa, dovevo aggiungere lo sguardo da investigatore sexy-
Alza le sopracciglia e sorride.
-Stai dicendo che il mio sguardo è sexy? -
-Zitto e mangia-
Pongo fine al crescere del suo ego prima che sia troppo tardi.
Odio molte cose ma soprattutto odio le sorprese: già il fatto che si sia presentato alla mia porta senza preavviso, la domenica alle nove, mi fa storcere il naso, ma in più si presenta e mi trascina non so dove.
Il passaggio di un tram mi coglie alla sprovvista, riportandomi alla realtà, ed alzo nuovamente lo sguardo davanti a me, fissandolo sula schiena di Elias: chissà a cosa pensava prima. Sembra che di me abbia capito molto fin dal primo giorno che mi ha vista eppure io di lui non so nulla, non riesco ad essere così empatica da capire cosa frulla nella testa di una persona.
Il ragazzo sporge il braccio destro, segnalando che sta per svoltare e così faccio anch’io: entriamo in un’ampia area pedonale costellata da edifici di vetro dal design moderno. Scendiamo dalle bici e le leghiamo ad una delle numerose rastrelliere presenti.
-Ma dove siamo?- mi guardo intorno, cercando di capire se per caso ho letto di questo posto sulla guida che ho comprato: deve essere un luogo piuttosto conosciuto poiché brulica di gente e biciclette, ed è pieno di baracchini che vendono souvenir o cibo da strada.
-Sai, c’è il cliché che i ragazzini di altri paesi quando vengono ad Amsterdam con i loro amici raccontino ai genitori che vengono qui per vedere La casa di Anne Frank e il museo di van Gogh, al posto di raccontargli che in verità si spaccheranno di canne da mattina a sera e che se lo faranno venire duro guardando le ragazze del quartiere a luci rosse-
Costeggiamo l’edificio dalla forma ovale e…ho capito dove siamo.
Più che capirlo noto degli stendardi pubblicitari che sbucano ai lati dell’edificio e che raffigurano pezzi dei più celebri quadri di van Gogh.
-Non ci credo! - mi blocco e dentro di me sento crescere una felicità da bambina.
-È sotto i tuoi occhi- sorride soddisfatto dalla mia reazione e si porta una sigaretta alle labbra -abbiamo anche la fortuna di saltare la coda-
-Non dirmi che hai già preso i biglietti-
L’ultima cosa che voglio è essere in debito con questo ragazzo, anche se si tratta di venti euro.
-Oh no, ancora meglio: a maggio io e Nash abbiamo siamo stati giudicati i migliori tatuatori di Amsterdam e tra le ricompense c’è anche un pass gratuito per ogni mostra o museo della città-
Vincent Willem van Gogh artista dalla vita tormentata e dalla sensibilità smisurata: ricordato da tutti come “colui che impazzì e si tagliò un orecchio” ma che dovrebbe essere ricordato per l’espressività con cui carica le sue opere. Viaggiò, studiò e venne a conoscenza di numerosi movimenti artistici. Toccò anche gli studi biblici che diventarono per lui come un’ossessione: più questa ossessione aumenta, più il suo stato di salute psicologica volge al peggio. Poi un periodo di luce illusoria dove Vincent molla la religione e torna a dedicarsi alla pittura e agli studi artistici, trovando anche chi finanzia i suoi lavori; si fidanza persino con Sien, una prostituta incinta con già una bambina. Luce illusoria poiché la sua salute peggiorò al punto da dover essere ricoverato, lascia poi Sien ed inizia di nuovo a viaggiare, estendendo i suoi esperimenti aggiungendo nuove sfumature di colori. È quasi impossibile concepire che i suoi lavori iniziarono ad essere accettati dopo molto tempo, come poteva la società di allora non vedere il potenziale dei suoi quadri, la passione che essi contengono, lo studio, la fatica, il dolore… era un uomo tormentato, condannato a vivere una vita di alti e bassi psicologici che però non gli hanno impedito di continuare a ricercare l’arte. Vincent Willem van Gogh si è sparato in un campo di grano: suicidio? Così tutti i libri di storia dell’arte dicono, ma perché un suicida si sparerebbe al ventre e poi si trascinerebbe nella sua stanza in affitto? Solitamente chi vuole morire si spara in bocca, alla tempia o, se vogliamo proprio, al cuore. Van Gogh era psicologicamente tormentato e questo non lo si può negare e si è preferito raccontare la storiella del depresso suicida che imporre negli studenti, nella gente, il dubbio di un omicidio. Chissà cos’è successo davvero in quel campo francese. Amava così tanto i girasoli, quei girasoli che hanno contribuito a ricordarlo ancora oggi, che la sua bara ne venne completamente ricoperta. I girasoli si aprono nei momenti di luce ed accasciano i suoi petali nei momenti di buio: sono i fiori perfetti per descrivere il genio di van Gogh.
Non c’è quadro che io non guardi.
Questo museo è enorme così come la bellezza di tutte queste opere che chiamano il mio nome, attirando i miei occhi ed i miei pensieri come se fossero calamite.
Sono ben consapevole di essermi rintanata nella mia bolla perché è come se in queste sale ci siamo solo io ed i quadri: non c’è Elias, non c’è la gente, non c’è neppure lui.
I Mangiatori di patate, la Casa gialla, il ramo del mandorlo fiorito, il Seminatore al tramonto, i suoi autoritratti, i vari dipinti raffiguranti campi di grano e gli interni dei caffè francesi…ci sono tutti e vederli dal vivo, essere a pochi centimetri da loro mi fa battere forte il cuore, così come ogni volta che ho la possibilità di ammirare un’opera d’arte dal vivo dopo che l’ho potuta vedere sui libri.
Giro come una trottola, passando da cornice a cornice, ammirando le pennellate e raccontando tutto ciò che mi ricordo ed è così bella la sensazione che ho nel cuore così come lo sguardo sorridente di Elias, che mi segue curioso ed ipnotizzato.
Entro nei suoi paesaggi e sento il profumo del grano maturo, il battito d’ali dei corvi neri che volano agitati, il tocco di vento che si infrange sulla mia pelle e che fa ballare con le sue turbolenze le spighe d’orate. I miei piedi battono sul sentiero contornato da erbacee verdi e che prosegue verso un luogo indefinito; i mei occhi invece si alzano verso le nubi scure che vorticano nel cielo, confondendosi con i volatili.
“Campo di grano con volo di corvi”, olio su tela, 1890.
-Questo- dico con un filo di voce lasciando che il gracchiare confuso dei corvi continui a dominare -Questo è il mio preferito-
Le mie labbra si incurvano in un sorriso di pace ed i miei occhi sono incapaci di proiettarsi altrove: ogni parte del mio corpo e della mia anima sono nel dipinto.
-Sai, alcuni lo considerano il suo testamento spirituale-
-Come mai? -
Distacco gli occhi dai corvi che vorticano sulla mia testa e li poso sul ragazzo con i piercing al labbro: pure lui è comparso al mio fianco su questo sentiero, pure lui sta ammirando i volatili e pure lui sta inspirando il profumo del grano dorato.
Sono in estasi, sì, sono in estasi per un quadro: una sensazione magnifica che può quasi essere paragonata ad un vero orgasmo.
-Si pensa che sia stato il suo ultimo lavoro e questo quadro lo ha dipinto come se volesse preannunciare il suo suicidio, la sua intenzione di premere il grilletto e lasciare che una pallottola di piombo lasciasse il suo corpo ferito a morte- rabbrividisco al pensiero del dolore che quell’uomo provava, un dolore così acuto che lo ha portato a rinunciare al dono della vita. -Chi considera invece la questione dell’omicidio lo considera come un quadro dipinto nell’oscillazione più negativa del suo umore-
-E’ come se la pittura ad olio trattenga a fatica tutta la rabbia, il rancore e la disperazione che ha riversato in questo quadro-
Sorrido alle sue parole perché sono vere, perché questo quadro è carico di emozioni negative che quell’uomo aveva dentro di sé e che ha esposto alle persone tramite l’arte. Ha sporcato una tela bianca con pennellate ampie e grossolane, che fanno intuire la potenza dei suoi pensieri e l’indispensabile uso del pennello come mezzo per collegare la sua anima all’esterno. O forse non ha neppure usato un pennello, forse il suo coinvolgimento emotivo era così grande che ha spremuto i colori direttamente sulla tela e gli ha stesi e mischiati con le dita tremanti di rabbia e dolore, rendendo la sua arte non d’impressione ma d’espressione.
-È una metafora dell’anima, hai ragione- rilasso le spalle ed incrocio le braccia al petto, incastrando la giacca tra il gomito piegato -pone lo spettatore davanti ad una strada che si divide in tre sentieri che portano verso l’ignoto: rappresentano le tre vie che avrebbe potuto intraprendere nel corso della vita e dei suoi studi. Poi vedi il contrasto cromatico?-tendo un braccio indicandogli un punto -l’oro del grano maturo e il blu brillante della notte entrano in un netto contrasto con le nubi scure che man mano stanno avanzando, mescolandosi ed inglobando gli altri colori: Vincent ha voluto come catturare quei momenti i cui non piove ancora, ma si sa che nel giro di pochi minuti succederà. Il brillante del blu notte predomina già sul caldo delle spighe, come se volesse dire che già in un primo momento l’oscurità si è imposta sulla luce del suo essere. Poi però arriva anche una tempesta, avvertita dai corvi che, guarda, vedi come volano confusi? I greci li consideravano premonitori di presagi: se vedevano volare un corvo prima di salpare, rinunciavano persino ad iniziare la navigata- sento Elias così vicino a me, tanto da percepire le sue nocche che sfiorano il palmo della mia mano e inspiegabilmente la mia testa associa il giallo del campo all’ambra del suo occhio sinistro -La tempesta è il culmine delle sue emozioni, di lì a poco sarebbe esplosa e Vincent questo lo sapeva, lo sapeva perché la stava attendendo proprio in quel campo, consapevole che quelle nubi vorticose si sarebbero impossessate delle tonalità di blu più chiare e accese, destinando quel campo a non vedere mai più la luce del sole- deglutisco sentendo la sua mano appoggiarsi quasi impercettibilmente sull’incavo basso della mia schiena -E’ la raffigurazione di una delle più comuni ed antiche lotte: chiaro e scuro, alba e tramonto, giorno e notte, felicità e tristezza, tranquillità e paura… vita e morte. Come i tuoi occhi-
Le ultime quattro parole avevo intenzione semplicemente di pensarle e non di pronunciarle, ma ovviamente la mia bocca deve fare come le pare.
Sento le sue dita stringere delicatamente la lana del mio maglione. Mi giro cercando il suo sguardo e lui abbassa leggermente il mento per incastrare le sue iridi bicromie nelle mie ambrate.
-Come i miei occhi? -
Il cuore mi accelera, percependo il peso dello sguardo sul mio volto.
-Un occhio ambra e un occhio grigio- la mia voce trema leggermente e ad un certo punto penso di dimenticare ogni singola parola del vocabolario olandese che conosca -Luce e buio-
Rimaniamo per qualche istante a guardarci, l’uno davanti all’altro, così vicini da poter percepire i respiri caldi sulla nostra pelle: la sua mano si muove accarezzandomi la parte bassa della schiena. Ad ogni tocco sento la pelle incresparsi come se si emozionasse al movimento di quelle dita d’artista calde e screpolate per il freddo. Deglutisco e proietto la mia attenzione sul ritmo del mio respiro che minaccia di accelerare, spinto da tutte queste emozioni; emozioni che non ho mai provato, di cui nessuno mi aveva mai parlato. Che diamine mi sta succedendo? Cosa sta succedendo alla Maya Sturm, regina del controllo interiore e che respinge chi si avvicina troppo alla torre in si nasconde?
Il piercing al sopracciglio brilla, illuminato dalla luce poste vicino al quadro.
La sua mano si alza e le sue dita mi accarezzano il mento, alzandolo delicatamente: nel suo occhio ambra scorgo una scintilla di desiderio, come non aspettasse altro che chinare il suo volto e porre fine ai centimetri che dividono le nostre labbra. Nel suo occhio grigio però noto un lampo di indecisione, consapevolezza e paura che gli impediscono di soddisfare il suo desiderio. Nella sua testa sta lottando, così come nei suoi occhi: vuole baciarmi ma ha forse paura della mia reazione, sentendo il mio corpo rigido, oppure c’è qualcosa di cui è consapevole e che gli impedisce di esaudire il sogno che brama l’occhio ambra.
Io so solo che la mia testa è completamente andata in tilt e che il mio cuore forse si è fermato, non abituato a questo enorme carico di emozioni diverse dalla paura, dalla rabbia e dall’angoscia, diverse dalle emozioni che van Gogh provò mentre sporcava grossolanamente la tela vicino a noi.
La distanza fra di noi viene eliminata ma le sue labbra non si posano sulle mie ma, invece, affondano tra i miei capelli castani e rosa: premono con forza sulla mia testa, permettendomi quasi di percepirne il calore. Chiudo gli occhi rabbrividendo e sento Elias espirare dalle narici rumorosamente, tra i miei capelli, come un sospiro carico di afflizione ed impotenza.
L’occhio grigio ha vinto sull’occhio ambra.
Le mie palpebre si sollevano e fisso il punto in cui il suo collo non è coperto dalla felpa bordeaux: la mia mente gira vorticosamente cercando incessantemente di capire lo stato d’animo di quest’olandese che mi stringe a sé, capire il perché di quel sospiro e capire che cosa lo stia frenando.
È colpa mia? O forse c’è qualcosa di cui è consapevole, qualcosa che lo spaventa e che gli permette di avvicinarsi a me solo a patto di fermarsi al confine… che cos’è?
Riprendo la padronanza del mio corpo ed alzo la testa in modo che le labbra di Elias si stacchino. Gli sorrido silenziosamente come se volessi rassicurarlo e lui si sfrega le labbra, inumidendo i piercing, prima di fare lo stesso.
È dannatamente bello e io sono dannatamente in uno stato di caos mentale.
Ritorniamo entrambi alla realtà e il mondo intorno a noi riprende a muoversi.
Terminiamo il giro fra le sale come se quegli istanti di tensione e contatto non fossero mai esistiti: lui ricomincia a punzecchiarmi mentre mi segue docile ascoltando pazientemente tutto il mio entusiasmo per ogni singola pennellata di ogni singolo quadro.
Uscire da questo museo è come cadere dal cielo e sbattere la testa contro il cemento: passi dal passeggiare sotto un cielo stellato o tra i canti rustici dei contadini che lavorano nel vigneto all’incessante frenesia del mondo reale, con il freddo che ti secca le guance ed i frastornanti rumori cittadini.
La magia dell’arte resta al di là di quelle porte a vetro ma l’euforia di quei dipinti circola ancora dentro di me. Mi sento come se fossi ubriaca o forse no, meglio, mi sento come se avessi passato la mattinata a fumare erba.
Più semplicemente sono felice.
Quando usciamo dall’edificio sono quasi le tre del pomeriggio: abbiamo passato praticamente cinque ore ad ammirare le opere di van Gogh eppure non sembra.
-Letteralmente è stato sensazionale- bevo un sorso di birra dal bicchiere di plastica trasparente -l’ambiente, la disposizione delle luci ma, cavolo, lui, lui è un orgasmo. Un orgasmo un po’ troppo carico di emozioni un po’ deprimenti ma sì, è un orgasmo: un orgasmo di tristezza-
Siamo seduti su un muretto in pietra bianca, davanti all’edificio di arte moderna, a bere una birra ghiacciata e mangiare un panino comprato ad uno dei baracchini.
-Quindi devo portarti in un museo per vederti sorridere-
-Ehi- gli tiro una leggera gomitata -io sorrido-
Ride silenziosamente e manda giù l’ultimo morso.
-Sì, ma non così-
Lo guardo perplessa, socchiudendo leggermente gli occhi e, nonostante la tentazione di chiedergli il senso di quella frase pizzichi la mia curiosità, opto per alzare gli occhi al cielo e ridacchiare, accendendomi una sigaretta.
Decidiamo di girare un po’ per il centro della città, passeggiando sui marciapiedi e portandoci le bici appresso: mi fa persino assaggiare gli Stroopwafel, un dolce tipico olandese, buonissimo ma allo stesso tempo un po’ troppo stucchevole per il mio palato.
Dopo due bicchieri di vin brulè, qualche canna e sigaretta decidiamo che è meglio tornare verso casa.
-Sai, posso dire che non sei costantemente irritante- tengo aperta la porta di legno per permettergli di entrare con la sua bici.
-Stamattina mi hai mandato a “fanculo” ben quattro volte, facciamo progressi-
Devo ammettere che ha imparato molto bene il suo primo vocabolo italiano.
-Ci credo, sei piombato in casa mia urlando che ti dovevo qualcosa- gesticolo maldestramente mentre inizio a salire le scale.
Elias scoppia a ridere rumorosamente ed inizia a sfottermi rimarcando il famoso cliché sugli italiani.
-Sai cosa, mi rimangio tutto: sei irritate- gli tiro l’ennesima gomitata della giornata -molto irritante-
Non ce ne siamo resi conto ma abbiamo passato l’intera domenica insieme: dalle nove del mattino alle sei e mezza di sera, e sono stata benissimo. Niente ansia e niente attacchi di panico.
-Fanculo- imita la mia voce e mentre gli sto per gridare contro sento Inge che mi chiama dal pianerottolo del terzo piano.
-Dove diamine sei stata! - ci raggiunge trottando giù come una furia.
Io ed Elias ci guardiamo perplessi.
-Mi ha portata al museo di van Gogh e…-
-Vi siete dimenticati dei cellulari? Vi avrò chiamati sei volte ciascuno e…- il suo sguarda ci squadra -Perché siete così allegri? Siete stati da soli? -
-Inge- sbuffa Elias -tranquillizzati, abbiamo solo visto un museo e bevuto qualcosa-
Si scambiano un’occhiata veloce che però mi fa intuire che non è soltanto uno sguardo ma una sorta di comunicazione silenziosa.
Non ci sto capendo nulla ma soprattutto non capisco perché la mia vicina di casa è totalmente impazzita.
Elias tira fuori le chiavi dalla tasca interna della giacca ma Inge lo blocca subito.
-Cena a casa mia ora- inizia a salire le scale -gli altri sono già arrivati-
-Ma che le prende? - sussurro al moro.
-Lascia perdere- si limita a dire ed il suo volto perde quella luce che lo ha illuminato per tutta la giornata, diventando nuovamente pacato e serio. Mi posa una mano sulla schiena e con l’altra mi fa gesto di andare per prima.
Entriamo in casa di Inge e m chiudo la porta alle spalle.
-La mia ragazza vi dava per dispersi- Axel mi dà un bacio di saluto sulla testa e mi porge una bottiglia di birra già stappata.
-Già, ce lo ha fatto amichevolmente capire- borbotta Elias levandosi il giaccone per poi incastrarsi subito una sigaretta fra le labbra.
È nervoso, c’è qualcosa che l’ha turbato ed è riuscito a fargli cambiare così velocemente umore.
Mi sto per sedere sul divano vicino a Jasper ma la rossa mi afferra per un braccio e mi trascina in camera sua urlando che mi deve far vedere qualcosa.
-Inge ma che hai? - le chiedo confusa non appena chiude la porta -È successo qualcosa al pranzo? -
-No! - dice agitata -Anzi sì, ma questo non c’entra: perché passi così tanto tempo con Elias? -
Corrugo la fronte e la guardo confusa.
-Non passo molto tempo con lui…-
-Avete passato tutto il giorno insieme e Nash dice che spesso vai nel loro studio quando finisci il turno-
-Inge- sospiro -vado da loro poiché Elias ha bisogno di alcuni consigli su una linea di tatuaggi che sta cercando di completare che però non riesce a soddisfarlo a pieno: ho un buon occhio artistico e gli serve un parere esterno, è come uno scrittore ed un correttore di bozze. Oggi invece abbiamo solamente visto un museo, un bellissimo museo e poi ci siamo prolungati a passeggiare un po’-
-C’è una strana intesa fra di voi, non l’ho mai visto così- il suo sguardo è ancora inquisitorio.
Non riesco a capire per cosa mi dovrei sentire in colpa.
-Oddio pensi che io e lui… oddio- agito le mani davanti al mio volto fingendo un grande disgusto anche se in questo momento mi viene nuovamente in mente ciò che è scattato tra di noi davanti al “Campo di grano con volo di corvi” -sei fuori strada, diamine, lo conosco solo da due settimane poi! È un amico, come lo sei tu, Axel, Nash e Jasper. Niente di più-
-Ok, ma cerca di non stargli troppo vicino-
Perché non dovrei? Che ha quel ragazzo che non va? Per caso è lo stesso motivo per cui Elias si è frenato nel baciarmi?
Sono una persona del tutto riluttante nell’entrare a conoscenza di fatti che la gente non vuole dire ma anche quest’aspetto di me sta cambiando e ciò non mi piace.
Il suo volto si rilassa e si incupisce, si siede sul letto con lo sguardo rivolto al pavimento.
-Inge che succede? - mi siedo accanto a lei e le poso una mano sulla spalla.
-Scusa è che oggi è stata una brutta giornata e non volevo rimanere da sola e…-
-Mi spiace, avrei dovuto tenere d’occhio il telefono-
-No, non ne avevi il motivo- tira indietro la testa come se volesse impedire alle lacrime di scendere -odio i pranzi con i genitori-
Scoppia a ridere ed io la seguo, massaggiandole la schiena per rassicurarla.
Torniamo dagli altri che hanno già preso posto al tavolo, intenti a chiacchierare con già un piatto di minestrone fumante davanti.
Elias mi guarda e silenziosamente mi chiede che fosse successo io mi limito a scuotere la testa e ad alzare le spalle, distogliendo poi subito lo sguardo, per paura che Inge possa accorgersene.
-Davvero non sapevi cosa fossero gli Stroopwafel? - mi chiede Jasper ridendo ed io ci metto un attimo ad obbligare il mio cervello a tradurre.
-Chiunque abbia sangue olandese li conosce- continua Axel portandosi un bicchiere d’acqua alle labbra.
-Sapevo cosa fossero- agito il cucchiaio ancora pulito -solo che non li avevo mai assaggiati-
-Dovreste sentire come lo pronuncia- mi sfotte Elias rivolgendomi un sorrisetto beffardo ed io mi sento sollevata: avevo paura che mi odiasse? Che non gli piacessi? E’ come se oggi la complicità, che si era formata tra di noi, sia diventata visibile. Il cuore mi batte ogni volta che i suoi occhi cercano di nascosto i miei ed ogni volta che le sue labbra mi rivolgono un accento di sorriso.
Ma che diamine sta succedendo al mio cervello, perché si ostina a fare pensierucoli da teenager ai primi ormoni…
-Smettila! - gli lancio un cubetto di pane abbrustolito che lui afferra ed immerge nel piatto.
-Pronuncialo- lo appoggia Nash.
-Siete irritanti- rido -ci credo che lavorate bene insieme. Inge richiedo il tuo intervento per portare ordine a questa tavola-
-Si incarta quando pronuncia “Str-” -
-Non è colpa mia se la vostra lingua è tutta consonanti e qualche vocale posta a caso-
Tutti scoppiano a ridere ed il mio sguardo incrocia per un’istante quello di Elias e mi pare di percepire ancora le sue labbra premere sui miei capelli ed il suo sospiro caldo solleticarmi la cute.