Chapter 6

685 Words
Italia – Castellammare di Stabia (Na). Campus della Fondazione R A S, Venerdì 25 maggio 2012. “Il commiato”I tre giorni precedenti erano stati pieni di impegni e molte riunioni con il corpo accademico della “Avalon” che si erano alternate con le lezioni agli studenti del suo corso. Con i professori della “Avalon” aveva tracciato le linee guida per dar vita all’editrice virtuale omonima ed aveva preso l’impegno di pubblicare il prossimo romanzo attraverso questa. Anche dal Brasile avrebbe seguito il lavoro della “Avalon” tanto più che era stato incaricato di reperire una università di São Paulo, disposta a gemellarsi con quella di Castellammare di Stabia. La “Avalon” aveva, inoltre deciso di affidargli la docenza di un corso il cui titolo era già stato deciso: “Brasile: origine, storia, usi e costumi di un popolo alla ribalta del Continente Latino Americano”. Lo scrittore aveva un anno di tempo per progettare il corso che si sarebbe tenuto l’anno prossimo nel mese di maggio. Learco stava riponendo i propri vestiti in valigia: il suo aereo per Genova partiva l’indomani alle ore 15,40 del pomeriggio. Gli venne tra le mani il dono che i corsisti di Letteratura Moderna avevano voluto consegnargli. La ragazza che era stata eletta portavoce dei giovani studenti gli aveva consegnato una scatoletta rettangolare, simile a quelle nelle quali gli orefici ripongono i bracciali preziosi. Gli aveva detto, semplicemente: «a nome delle colleghe e dei colleghi del mio corso, ho l’onore di consegnarvi questo dono simbolico: è un pegno della nostra stima e vorremmo che lo portaste con voi, a nostro ricordo … professore!» aveva aggiunto quel titolo, un poco impacciata, mentre un lieve rossore imporporava le sue gote. «Grazie, mia cara e grazie a tutti voi…» aveva risposto Learco un poco commosso di quel gesto che non si aspettava. Aveva, subito dopo , aggiunto: «…ma, come ho dichiarato, fin dal primo giorno, non sono un professore e non merito questo titolo» non aveva terminata la frase che un coro di voci aveva preso a scandire il suo nome e cognome accompagnato dalla qualifica appena attribuitagli, a quanto pareva, ad honoremdagli studenti. I quasi duecento allievi avevano cominciato ad acclamarlo: «Pro-fes-sor Le-ar-co Le-ar-chi, Pro-fes-sor Le-ar-chi Le-ar-co, Pro-fes-sor Le-ar-co...» la cantilena, che non pareva mai finire, durò per alcuni minuti e fu interrotta, per fortuna, dall’apparire della preside. «Penso che la nostra Annalisa abbia da dirvi, ancora, qualcosa» era intervenuta la preside, sospingendo, lievemente, la giovane verso di lui. Annalisa si era fatta coraggio ed aveva riferito il resto del messaggio, che doveva riportare, a nome della classe. «Abbiamo imparato da voi, ma anche dai vostri romanzi e dalle vostre poesie, molte cose per le quali vi siamo grati. Anche se voi non avete il titolo, abbiamo deciso, all’unanimità, di conferirvelo. Sappiamo che ha, solamente, un valore simbolico, così come lo è l’oggetto che abbiamo scelto per voi… professore. Vorremmo che, d’ora in poi, Vi ricordaste di noi come la vostra classe più importante: la prima, di molte altre, dei corsi che terrete in futuro, qui, presso l’Università Avalon. Per tutti noi voi siete, e sempre vi ricorderemo, come il Professor Learco Learchi: il professore che ha saputo parlarci come sa fare uno zio con i propri nipoti.» Learco, lo ricordava bene, era stata la preside a dare il via al battimani che era seguito. Un lungo applauso che ancora gli risuonava nelle orecchie. Una volta aperta, la scatoletta, che gli era stata consegnata dalla giovane Annalisa, s’era rivelata contenere due penne di foggia antica. Erano di forma a cannuccia, finemente, lavorate e complete di pennini sottili e sagomati artisticamente. Quell’oggetto aveva riportato, per un attimo, Learco indietro nel tempo, all’epoca in cui iniziò ad apprendere la difficile arte della bella calligrafia nelle scuole elementari. Allora era molto importante scrivere con bella grafia: esisteva ancora il voto di scrittura. In compenso, a chi aveva una scrittura da gallina, veniva predetto un sicuro successo come futuro medico. «Penne come queste, per uno scrittore, son un dono di buon auspicio» si disse Learco, riponendola in valigia.
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