2.

3012 Words
2. La mattina successiva spiegò ad Aoife che non dovevano dire a nessuno che il duca di Clanaghal era lì. Non dovevano saperlo neppure i lavoranti. «E perché, signorina?» chiese lei. Era molto presto, l’alba era passata da poco, e fuori la neve era alta. «Con precisione non lo so. Immagino che lo abbiano tradito e non sappia di chi fidarsi» rispose Deane. Si mise il mantello pesante e uscì nell’aria gelida dell’esterno. Le stalle erano riscaldate dal calore animale e dalle braci del fuoco che i garzoni avevano acceso il giorno precedente. Betsy era morta, come si aspettava. Era una buona giumenta e avrebbe potuto darle altri puledri, ma a quel punto era inutile strapparsi i capelli. Controllò che agli altri cavalli non mancasse né biada né acqua. Rinfocolò il fuoco e aggiunse un ceppo. Gli animali erano nervosi, lo sentiva. Percepivano che Betsy era morta. Li accarezzò sul muso uno a uno, finché non si calmarono. Rientrò in casa e scosse gli scarponi sul tappeto dell’ingresso. Aoife aveva preparato la colazione per lei e per il duca. Deane mangiò in silenzio il proprio pudding. Era probabile che le strade fossero bloccate e che nessuno dei tre garzoni riuscisse ad arrivare fin lì. Per non parlare del vecchio Salomon, che aveva promesso ad Aoife di passare a guardare la giumenta, quel giorno. Be’, tanto non c’era più nessuna giumenta da guardare, pensò. Il mondo esterno era silenzioso e felpato come quando è coperto da diversi metri di neve e Deane si trovò a pensare che normalmente avrebbe passato una giornata così a leggere. «Vado a portargli la colazione» annunciò. «Posso farlo io» protestò Aoife, quasi offesa. Odiava venire trattata come una donna anziana, anche se era vicina a essere anzianissima, più che anziana. Aveva quasi ottant’anni. A parte gli occhi, tuttavia, era ancora forte e in gamba, come se la dura vita che aveva condotto l’avesse resa di ferro. «Avrei un altro compito, per te» sorrise Deane. «Potresti andare a tirare il collo a una bella gallina... e potremmo farla arrosto. Che ne dici?» Aoife le rivolse un sorriso quasi sdentato. «Dico benissimo, signorina». Deane mise una ciotola su un vassoio e salì al piano superiore. La stanza del duca puzzava di sudore e di malattia e la cosa non le piacque. Posò il vassoio, aggiunse un ceppo al camino e aprì uno spiraglio di finestra, per far cambiare l’aria, stando attenta a non orientare lo spiffero direttamente sul duca. Si avvicinò al letto e vide che lui aveva usato il secchio che gli aveva lasciato. Lo portò fuori dalla porta, prima di sedersi lì accanto con il vassoio. «Sua Grazia?» chiamò. Lui aprì subito gli occhi. Era ancora sudato, segno che la febbre non era scesa. «Èanna...» mormorò. Poi la mise a fuoco e fece una smorfia. «Scusa». Deane cercò di sorridere. In fondo era quella che l’aveva ricucito, avrebbe anche potuto dimostrarsi un po’ meno seccato di vederla. Ma poi... per quanto fosse sempre stato giusto e persino generoso con loro, quello era un nobile. «Posso cercare di contattarla, signore» mormorò, quindi. La reazione del duca la turbò. O’Donnell emise una risata amara e cattiva. «Èanna? Dopo tutti gli sforzi che hai fatto per tenermi in vita, ora vuoi ammazzarmi?» Deane sospirò. «Credo che la febbre le sia salita, signore». «Sì, forse. Ma non su questo punto. Non mi ricordavo dov’ero, prima. Poi mi sono ricordato che Èanna mi ha venduto ai miei nemici». A quello Deane non sapeva proprio che cosa rispondere, così si limitò ad alzare la ciotola e a dire: «Le ho portato la colazione». Subito dopo pensò che a quel punto O’Donnell avrebbe creduto che fosse scema e aggiunse: «Mi dispiace, signore». Lui sospirò. In realtà le sembrava che stesse meglio del giorno prima. Parlava in modo più fluido e, sebbene avesse gli occhi velati di febbre, non rabbrividiva più. Lui allungò una mano verso la ciotola, ringraziando. Quando Deane la lasciò nella sua mano, tuttavia, la ciotola quasi gli scivolò. Deane la riprese e, senza dire niente, prese una cucchiaiata di pudding. O’Donnell sembrò davvero mortificato, ma si lasciò imboccare senza fare storie. Dopo un po’ scosse appena la testa e mormorò un altro ringraziamento. «Sembra che oggi stia un po’, meglio, signore, ma non può pretendere di rimettersi in un giorno. Adesso le andrò a preparare una tisana per la febbre e dopo si sentirà ancora meglio, glielo prometto». Lui la guardò per qualche istante. A Deane sembrò che i suoi occhi si facessero ancora più lucidi. Poi spostò lentamente la mano sopra a una delle sue. «Ti sarò eternamente grato, Deane» disse, e la sua voce tremò per la commozione. Scosse appena la testa. «La febbre... mi rende un po’ melodrammatico. Ma lo intendo davvero». «Non...» iniziò lei. «Chiunque avrebbe fatto lo stesso, signore». Si alzò di scatto, troppo imbarazzata per restare lì un secondo di più. «Vado a prepararle quella tisana». Risalì una ventina di minuti più tardi. Aveva messo in infusione la tisana ed era andata a pulire il secchio. Riportò quello per primo e poi tornò con la teiera e una tazza. O’Donnell dormicchiava, ma si svegliò quando lei gli parlò. Deane gli portò la tazza alle labbra. Lui bevve un sorso, poi cercò di stringere la tazza tra le mani in modo che non gli cadesse. Era più leggera della ciotola con il pudding; questa volta ci riuscì. «Posso chiederti...» disse, dopo aver bevuto un altro sorso da solo «...non so. Chi sei, tu?» Deane si strinse nelle spalle. «Allevo cavalli. Mio padre... be’, l’allevatore era lui. Due anni fa si è ammalato... è stato molto male... e poi ci ha lasciati. Mia madre era già mancata quando ero piccola. Siamo rimaste io e Aoife. È stata la mia tata, sa?» «Solo voi due? Due donne sole?» Lei sorrise lievemente. «Non siamo sole. Ci sono i garzoni. Lavoravano con mio padre. Ci aiutano». Il duca inarcò un sopracciglio. «Vi proteggono, spero». «Nessuno vuole farci del male». O’Donnell sembrò scettico. Non diede voce ai suoi dubbi, ma bevve un altro po’ di tisana. «Ha un buon odore» sorrise. «Il sapore... be’. È pur sempre una medicina. Posso farti un’altra domanda?» Deane annuì. «Parli in modo molto appropriato. Hai studiato?» Lei annuì di nuovo. «Mio padre...» iniziò. Si interruppe. Era molto difficile parlare di suo padre, per lei. A volte le mancava così tanto che si sarebbe messa a urlare. «Voleva che studiassi. Una ragazza educata è più...» «Ho capito» mormorò lui. «Diceva che la vita, qua, era troppo dura per me. Si sbagliava, ma aveva delle buone intenzioni». O’Donnell bevve un altro sorso. Il suo sguardo vagò sul soffitto, distratto. «Ho comprato dei cavalli, da tuo padre, è vero?» «Sì, Sua Grazia. Tutti gli anni». «Ho comprato dei cavalli anche da te?» Deane annuì. «Tre quest’anno». Qualcuno bussò alla porta e subito dopo entrò. Aoife, naturalmente. «Scusate. La gallina è sul fuoco, signorina Deane. Dobbiamo portare fuori Betsy. I cavalli sono nervosi». Deane sospirò. «Lo so, Aoife. Li ho visti. Ma io e te non riusciremo a portarla fuori. Spero che più tardi ce la faccia ad arrivare qualcuno. Magari il signor Neary, che non sta troppo distante». «Ha ragione, signorina. Allora scendo, mh?» Deane annuì. «Chi è Betsy?» chiese O’Donnell, quando l’altra fu uscita. Non commentò l’evidente intento di Aoife di controllare che stessero conversando in modo rispettabile. «Una delle nostre giumente» rispose lei, evasiva. Lui le lanciò un’occhiata penetrante. «Era per lei, il feticcio?» «Già» ammise Deane. «Immagino che sia morta». «Aveva la febbre». «Grazie». Deane sorrise leggermente. «Era solo un cavallo. Lei è un essere umano». O’Donnell deglutì. «Mi piacerebbe poterti promettere che ti ricompenserò, un giorno. Ma in realtà... non sono sicuro di... prevalere». «Non mi aspetto nessuna ricompensa, Sua Grazia». «Irial. Mi hai salvato la vita, ti considero mia pari. Forse ti considero mia superiore, anzi». Deane scosse la testa. «Signore, non posso». Lui rise. «Sì che puoi. Puoi mandare avanti un allevamento da sola e non puoi chiamarmi per nome?» «Non è appropriato». «Leggi per me, invece. Il dolore non se ne va. Puoi leggere per me?» «Leggo sempre, quando tutto è bloccato dalla neve». La mattina successiva i garzoni riuscirono ad arrivare. Si informarono sulla salute delle due, spaccarono la legna, fecero sgranchire le gambe ai cavalli, li governarono e portarono via il corpo di Betsy. Deane e Aoife diedero da mangiare alle galline e ai conigli, prima di dedicarsi al pranzo di tutti. «Ieri sera è passato a trovarmi il signor Hopper, quello con il figlio scemo, ha presente, signorina?» disse Neary. «Non è una cosa carina da dire» sorrise Deane, anche se sapeva che Neary non intendeva insultare. «Be’, Hopper dice che c’è qualcosa di strano. Un sacco di guardie in giro. Sono state a casa sua, a chiedere se aveva visto qualcuno durante la bufera, ma non sono arrivate fino da me». «Sarà scappato qualche criminale» disse Deane, in tono ragionevole. Nel frattempo il suo cuore aveva iniziato a battere più forte. Soldati! Sicuramente cercavano O’Donnell, ma perché? Per portarlo in salvo o per... «Sarei più tranquillo se uno di noi dormisse qua, stanotte». Deane sbuffò. «Non si preoccupi, signor Neary. Se vengono i soldati non li facciamo entrare». Neary borbottò un po’. Durante la giornata riprovò diverse volte a suggerire che uno di loro si fermasse, ma Deane fu irremovibile. Quando se ne andarono salì da O’Donnell. «I soldati stanno passando di casa in casa, signore» gli disse, agitata. «Che cosa vuol dire?» O’Donnell non sembrò stupito. «Che Darmody Cavanagh mi sta facendo cercare». «L-lord Cavanagh?» «Lui, mia moglie, Lord Fitzpatrick... sono un’allegra combriccola» rispose il duca, con una smorfia di disgusto. Fece per alzarsi dal letto. «Non è sicuro che...» Deane lo spinse giù. «Non ci provi» disse, dura. Poi si rese conto di quello che aveva fatto e chinò la testa. «Mi scusi». O’Donnell sbuffò. «Devo andarmene. Se resto qua, metto in pericolo te e Aoife». «Non può andarsene senza mettere in pericolo se stesso. Neary ha detto che sono passati dalla casa di un nostro conoscente. Hanno solo fatto qualche domanda, non hanno frugato in giro. Se vengono a fare qualche domanda anche qua, gli risponderò che non ho visto niente e nessuno. E non li lascerò entrare: sono una donna sola, dopo tutto». «Deane» fece O’Donnell, in tono di rimprovero. Lei si posò le mani sui fianchi. «Irial» disse, in identico tono di rimprovero. Per un attimo lui la guardò accigliato. Poi rise. «Be’, ho ottenuto almeno una cosa». Lei sospirò. «Signore, non...» iniziò, ragionevole. «Non puoi ritrattare, ormai. Non lo farò neanch’io. Bene, resterò qua. Ma per favore sbarra bene tutti gli ingressi, di notte. E se proprio dovessero entrare, dirai che non sapevi chi fossi». Deane si dichiarò d’accordo, ma solo per farlo stare buono. Era ferito, era stanco... agitarsi non gli faceva bene. «E devo cambiarle... devo cambiar ti le fasciature, Irial» aggiunse, indicando le bende e il catino d’acqua pulita che aveva portato con sé. O’Donnell si passò una mano sulla faccia. «Voglio morire» borbottò. «Be’... volevi uscire nelle tue condizioni: l’avevo capito» ribatté lei. In realtà era più a disagio di due sere prima. Allora lui era in pericolo di vita, semi-incosciente, poco lucido... adesso era ben sveglio, in discreta forma e per di più ormai si conoscevano, almeno un po’. «Faccio finta di dormire» disse O’Donnell. Chiuse gli occhi. «Perdonami per la mia vigliaccheria. Faccio finta di dormire, da adesso in poi». Deane rise, ma in un certo senso era meglio. Era solo una finzione, ma in qualche misura la aiutava. Poteva fingere che lui fosse davvero addormentato o svenuto. Era molto meno imbarazzante. Si avvicinò al letto e gli abbassò le coperte. Tagliò le vecchie bende sul suo torace e osservò il tampone. Aveva diverse tracce di sangue, ma erano secche. Guardò la ferita. I punti sembravano più stretti, ora, perché si era un po’ gonfiata. Tutta l’area attorno alla lacerazione era arrossata, ma la ferita in quanto tale iniziava a cicatrizzarsi. Deane la lavò con delicatezza e attenzione. Ci spruzzò di nuovo un po’ di brandy, per sicurezza, ma questa volta O’Donnell non fece nessuna smorfia di dolore. Bene, se non bruciava non era più aperta. Ci posò sopra un nuovo tampone e iniziò a bendare. Pur essendo formalmente “addormentato” O’Donnell fu più collaborativo della volta precedente, ruotando su un fianco o sull’altro per aiutarla. A quel punto Deane fece un bel respiro e si dedicò alla parte più difficile. Tagliò le vecchie bende e osservò la ferita all’inguine. Sembrava sulla via della guarigione, anche se aveva buttato fuori un po’ di siero. Deane posò delicatamente un dito sul tendine, per capire se era rigido o flessibile. Sembrava ragionevolmente a posto. Con la coda dell’occhio colse un movimento, ma non se ne preoccupò troppo. O’Donnell doveva essersi mosso leggermente. Con la spugna lavò la ferita, mettendoci tutta la delicatezza possibile. Spruzzò anche qua un po’ di brandy e vide che O’Donnell faceva una piccola smorfia. Giusto, quella ferita era più piccola, ma forse era più profonda. La coprì con un nuovo tampone e iniziò a bendare. Non poté impedirsi di guardare il membro del suo paziente. Anche quello aveva un aspetto migliore, si trovò a pensare, anche se in realtà non sapeva quale dovesse essere questo aspetto migliore. Lo spostò verso il basso per rifare la fasciatura, ma... quello non si lasciò spostare di buon grado. Deane lo osservò in silenzio. Stava diventando... be’. Si era ingrossato. Si era parecchio ingrossato e ora puntava verso l’alto. Deane non era un’idiota: negli animali succedeva la stessa cosa, quando stavano per accoppiarsi. Solo che non sapeva che cosa fare. Era anche... bello, a suo modo. Aveva una bella forma e in un certo senso le faceva piacere che avesse fatto così per lei, ma... come accidenti poteva fare a finire la fasciatura? «Senti, Irial...» iniziò, in tono cauto. «Non sto più dormendo. Sono morto» le rispose lui. Lei sbuffò. «Morto stecchito. Non so come fare». «P-per favore... vattene» mormorò O’Donnell. Deane lo guardò in faccia. Aveva gli occhi strizzati. Dopo qualche secondo, li socchiuse e la guardò. «Sto davvero per morire, sai» le disse. Deane non rispose. Un po’ titubante, allungò la mano e lo toccò. Era... gonfio. Be’, duro. O’Donnell socchiuse le labbra e sospirò lievemente. Respirava più in fretta, ora. Deane vedeva il suo torace alzarsi e abbassarsi. Gli lanciò uno sguardo smarrito. Lo accarezzò proprio sulla punta, che ora sporgeva dal cappuccio di pelle che l’aveva coperta. Le sue dita scivolarono lungo l’asta, fino ai testicoli. Il membro di lui fece un piccolo scatto verso l’alto e Deane ritrasse la mano. Gli aveva fatto male? O’Donnell si umettò le labbra, continuando a guardarla. «Non... non ti è mai successo, giusto?» le chiese. «No» disse lei. «Ti ho fatto male?» «No» sospirò lui. Deane tornò ad accarezzarlo in punta di dita. La sua pelle era così serica, in quel punto... Si sentiva strana a sua volta. Come quando leggeva nei suoi libri quelle storie di cavalieri e iniziava a immaginare che la baciassero e, a volte, che la toccassero. Impugnò l’asta di lui e la strinse lievemente. O’Donnell sospirò di nuovo. Poi, muovendosi piano, come se non volesse svegliarla, spostò una mano fino a circondare la sua. Per un po’ restò semplicemente lì, circondandole la mano con cui lei gli stava stringendo il membro. Deane si chiese se per lui fosse piacevole. Aveva un’espressione strana, un po’ come se stesse soffrendo, ma non proprio... O’Donnell iniziò a muovere la propria mano, accompagnando la sua. Verso il basso e poi verso l’alto. La pelle... scorreva. O’Donnell respirava sempre più in fretta, mentre la punta del suo membro diventava più arrossata e più dura, finché... schizzò. Uno schizzo bianco e denso, proprio dal forellino sulla punta (dal quale Deane pensava che uscisse la pipì). O’Donnell gemette sottovoce e continuò a muovere la mano. Lo fece di nuovo. Altre tre volte. Gli schizzi atterrarono sul suo petto, dopo aver disegnato un semicerchio in aria. Deane aveva la mano tutta umida e vischiosa, ora. Quella di O’Donnell era ricaduta sulla propria coscia. Stava ancora respirando molto in fretta, ma pian piano stava tornando tutto normale. Il suo membro si rilassò. Tornò a essere morbido. Deane allontanò la mano e se la asciugò sul grembiule. «Sei così bella» mormorò lui. Deane sbatté le palpebre, sorpresa. Prese la spugna e lo ripulì. Non sapeva che cosa fosse quel liquido traslucido, ma di certo doveva eliminarlo, prima di finire la bendatura. «Deane?» la chiamò lui. «Sì?» Distolse lo sguardo. «Mi dispiace». «Perché?» Lui le prese di nuovo la mano. Intrecciò le dita alle sue. «Perché... mi hai appena chiesto “perché?”. Per questo mi dispiace. Perché non sono stato capace di evitarlo. E perché non ero io quello che doveva insegnartelo». Deane si riscosse. Allontanò la mano, riprese la benda e ricominciò a fasciarlo. «Mh-mh, non sono idiota, sono solo ignorante. Ho capito». «Che cosa hai capito?» «Perché non avresti dovuto insegnarmelo tu. Ma non credo che mi sposerò, Irial». «Perché mai? Sei... be’, sei praticamente la donna ideale». Lei sbuffò. Finì la fasciatura, la legò e gli rimboccò le coperte. «Ci sono degli uomini che mi hanno fatto capire... che vorrebbero fidanzarsi con me. Ma vogliono l’allevamento, tutto qua». O’Donnell rimase in silenzio per qualche secondo. «Sì, suppongo che tu possa avere questo problema» disse, alla fine, in tono dispiaciuto. «Ma da questo consegue, sai...» aggiunse lei. «Che in realtà non avrei... non avremmo, non so... dovuto farlo perché... be’, perché tu sei sposato». Le sopracciglia di O’Donnell si inarcarono. «Ah, io sono sposato?» sorrise. «Sì. Non è così?» Lui inclinò la testa da una parte, quasi pensieroso. «No, lascia che ti spieghi i termini della mia relazione con Èanna. Il nostro rapporto è questo: quando io mi alzerò dal letto... o diventerà vedova lei o diventerò vedovo io». Deane fece un passo indietro, vedendo un’ombra pericolosa nel suo sguardo. «Spero proprio di essere io, a diventare vedovo».
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