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1935 Words
X A Brünn il principe Andrej si fermò in casa di un suo conoscente, il diplomatico russo Bilibin. «Ah, caro principe, nessun ospite mi sarebbe più gradito,» disse Bilibin uscendo incontro al principe Andrej. «Franz, le cose del principe in camera mia,» si rivolse al domestico che aveva accompagnato Bolkonskij. «Dunque, siete messaggero di vittoria? Magnifico. Io invece, come potete vedere, sono ammalato.» Dopo essersi lavato e cambiato d’abito il principe Andrej entrò nel lussuoso studio del diplomatico e sedette alla tavola apparecchiata. Bilibin sedeva accanto al caminetto. Il principe Andrej, che aveva alle spalle non soltanto quel viaggio ma tutta la campagna di guerra, durante la quale gli erano mancati ogni agio di comodità e di pulizia, si sentiva gradevolmente disteso, circondato da quel lusso cui era abituato fin dall’infanzia. Inoltre, dopo l’accoglienza avuta dagli austriaci, gli faceva piacere parlare, se non in russo - parlavano infatti in francese - almeno con un russo il quale, supponeva il principe Andrej, doveva condividere la stessa avversione per gli austriaci che egli, in questo momento, sentiva particolarmente viva. Bilibin aveva trentacinque anni; era scapolo e apparteneva allo stesso ambiente del principe Andrej. Si erano conosciuti a Pietroburgo, ma avevano approfondito la loro conoscenza durante l’ultimo viaggio del principe Andrej a Vienna insieme con Kutuzov. Come il principe Andrej era un giovane che prometteva di andare lontano nella carriera militare, così, e ancor più, prometteva Bilibin nella carriera diplomatica. Era ancora giovane, come uomo, ma già anziano come diplomatico, poiché aveva cominciato a prestar servizio fin da quando aveva sedici anni: era stato a Parigi, a Copenaghen e adesso occupava a Vienna un posto piuttosto importante. Sia il cancelliere, sia il nostro ambasciatore a Vienna lo conoscevano e lo stimavano. Egli non apparteneva alla numerosa schiera di diplomatici che sono tenuti a possedere soltanto qualità negative, a non fare determinate cose e a parlare il francese soltanto per dimostrarsi degli ottimi diplomatici; al contrario amava il suo lavoro e lo svolgeva oculatamente. E nonostante la sua pigrizia, talvolta trascorreva la nottata intera alla scrivania. Qualunque fosse la natura di una data mansione, vi si dedicava con uguale impegno. Non lo interessava tanto il «perché», quanto il «come». Gli era del tutto indifferente il contenuto di una data azione diplomatica, mentre godeva nel redigere con precisione ed eleganza una circolare, un memorandum o un rapporto. Ma i servigi di Bilibin, oltre che per l’abilità di cui dava prova facendo uso della penna, erano apprezzati anche per la sua capacità di comportarsi a dovere e di parlare nelle alte sfere. Bilibin amava la conversazione come amava il lavoro, ma solo se la conversazione era elegante e spiritosa. In società egli aspettava sempre l’occasione per dire qualcosa di significativo, e non interveniva in un discorso se non si verificavano queste condizioni. La conversazione di Bilibin era sempre farcita di frasi taglienti, originali e spiritose, che attirassero l’interesse generale. Nel laboratorio interno di Bilibin queste frasi venivano volutamente approntate a guisa di articoli portatili, affinché i dabbenuomini dell’alta società potessero ficcarsele bene in testa e diffonderle nei salotti. E in effetti les mots de Bilibine se colportaient dans les salons de Vienne, come si diceva, e sovente esercitavano qualche influenza sui cosiddetti affari di primo piano. La sua faccia magra, scavata, giallognola era percorsa da grosse rughe che sembravano sempre accuratamente lavate come la punta delle dita dopo un bagno. I movimenti di queste rughe influivano in modo determinante sulla sua fisionomia. Talvolta la sua fronte a larghe pieghe gli si corrugava, le sopracciglia si sollevavano; talaltra le sopracciglia si abbassavano e grosse rughe scavavano le guance. I piccoli occhi infossati avevano sempre uno sguardo aperto e lieto. «Be’, adesso raccontatemi le vostre imprese,» disse Bilibin al principe Andrej. Bolkonskij, con la massima modestia e senza menzionare se stesso una sola volta, gli raccontò della battaglia e poi dell’accoglienza del ministro della guerra. «Ils m’ont reçu avec ma nouvelle, comme un chien dans un jeu de quilles,» disse, a mo’ di conclusione. Bilibin ebbe un risolino e stese le rughe della faccia. «Cependant, mon cher,» disse, contemplandosi un’unghia da lontano e raggrinzendo la pelle in su sopra l’occhio sinistro, «malgrè la haute estime que je professe pour le “ortodosso esercito russo”,j’avoue que votre victoire n’est pas des plus victorieuses.» Continuava a parlare in francese, usando il russo solo per le parole che voleva sottolineare con disprezzo. «Come? Vi siete scaraventati con tutta la massa delle vostre truppe contro quel disgraziato di Mortier che disponeva di una sola divisione, e Mortier vi sfugge di mano? Dove sarebbe la vittoria?» «Ad ogni modo,» rispose il principe Andrej, si può dire senza vanagloria che se non altro le cose sono andate un po’ meglio che a Ulm...» «Perché non avete catturato un generale? almeno uno?» «Perché le cose non vanno sempre come si vorrebbe; non con la sistematicità di una parata militare. Come già vi ho detto, noi supponevamo di trovarci alle spalle del nemico per le sette del mattino e alle cinque di sera non c’eravamo ancora.» «E perché non siete arrivati alle sette del mattino? Dovevate appunto arrivare alle sette del mattino,» rispose sorridendo Bilibin. «Bisognava arrivare alle sette del mattino.» «E voi perché non avete suggerito a Bonaparte per via diplomatica che per lui sarebbe stato meglio abbandonare Genova?» domandò nello stesso tono il principe Andrej. «Lo so,» interruppe Bilibin, «voi volete dire che è molto facile catturare i generali stando seduti su un divano davanti al caminetto, ed è vero. Tuttavia perché non siete riusciti ad assicurarvene nemmeno uno? Dunque non meravigliatevi se non soltanto il ministro della guerra, ma anche l’augusto imperatore e re Franz non saranno molto entusiasti della vostra vittoria; e del resto anch’io, umile segretario dell’ambasciata russa, non provo nessun bisogno, in segno di gioia, di dare al mio Franz un tallero e di lasciarlo andare con la sua Liebchen, al Prater... È vero però che qui il Prater non c’è.» Bilibin guardò fisso negli occhi il principe Andrej e di colpo allentò e distese la pelle raggrinzita della fronte. «Adesso è il mio turno di chiedervi “perché”, mio caro,» disse Bolkonskij. «Vi confesso che non capisco. Forse qui ci sono delle sottigliezze diplomatiche superiori alla mia debole intelligenza, ma c’è una cosa che non comprendo: Mack perde un’intera armata, l’arciduca Ferdinando e l’arciduca Carlo non danno alcun segno di vita e commettono un errore dietro l’altro; alla fine Kutuzov è il solo che riporti una vittoria decisiva, distrugge il mito d’invincibilità dei francesi e il ministro della guerra non si cura nemmeno di conoscerne i particolari!» «Proprio per questo, mio caro. Voyez-vous, mon cher: urrà! per lo zar, per la Russia, per la fede! Tout ça est bel et bon. Ma che importa a noi - voglio dire alla corte austriaca - delle vostre vittorie? Portateci la lieta novella di una vittoria dell’arciduca Carlo o dell’arciduca Ferdinando (un archiduc vaut l’autre, come ben sapete) anche soltanto su una compagnia di pompieri di Bonaparte. Ebbene, questa sarebbe tutt’altra cosa: faremmo tuonare i cannoni. Invece la vostra notizia sembra fatta apposta per indispettirci. L’arciduca Carlo non combina nulla, l’arciduca Ferdinando si copre di vergogna. Voi abbandonate Vienna, non la difendete più, comme si vous nous disiez: Dio è con noi; andate con Dio, voi e la vostra capitale. C’era un solo generale al quale noi tutti volevamo bene, Schmidt: voi lo mandate a buscarsi una pallottola e vi congratulate con noi per la vittoria!... Convenite che non si poteva escogitare nulla di più irritante della notizia che voi portate. C’est comme un fait exprès, comme un fait exprès. Non solo: ormai anche se otteneste una vittoria veramente trionfale, anche se lo stesso arciduca Carlo riportasse una vittoria, che cosa muterebbe nell’andamento generale delle cose? Ormai è troppo tardi: Vienna è occupata dalle truppe francesi.» «Come occupata? Vienna è stata occupata?» «Non soltanto occupata, ma Bonaparte è a Schönbrunn, e il conte, il nostro caro conte Vrbna va da lui a prender ordini.» Per la stanchezza, per le impressioni del viaggio e dell’accoglienza, e soprattutto ora dopo il pranzo, Bolkonskij si rendeva conto di non afferrare appieno il significato delle parole che ascoltava. «Questa mattina è venuto il conte di Lichtenfels,» proseguì Bilibin, «e mi ha mostrato una lettera nella quale viene descritta nei particolari la parata dei francesi a Vienna. Le prince Murat et tout le tremblement... Dunque, come vedete la vostra vittoria non è molto incoraggiante, e voi non potete essere ricevuto come un salvatore...» «Credetemi, la cosa mi è indifferente, del tutto indifferente!» disse il principe Andrej, cominciando a capire che la sua notizia della battaglia di Krems aveva effettivamente poca importanza di fronte ad avvenimenti come l’occupazione della capitale austriaca. «Come mai Vienna è stata occupata? E il ponte? E la famosa tête de pont? E il principe Auersperg? Da noi correva voce che il principe Auersperg fosse preparato a difendere Vienna,» disse. «Il principe Auersperg sta da questa parte, dalla nostra parte, e ci difende. Io sono convinto che ci difenda molto male, ma ad ogni modo ci difende; mentre Vienna è dall’altra parte. No, il ponte non è stato ancora preso e spero che non lo sarà, perché è minato e c’è ordine di farlo saltare. In caso contrario saremmo da un pezzo fra le montagne della Boemia e voi, con la vostra armata presa tra due fuochi passerete un brutto quarto d’ora.» «Ma questo non vuol dire che la campagna sia perduta,» disse il principe Andrej. «Io invece penso che sia finita. E così la pensano i pezzi grossi di qui, ma non osano ammetterlo apertamente. Succederà ciò che io dicevo al principio della campagna: che non sarà la vostra échauffourée de Dürenstein, che in genere non sarà la polvere a decidere la cosa, ma quelli che l’hanno inventata,» disse Bilibin ripetendo uno dei suoimots, e rilassando la pelle sulla fronte. «La questione sta soltanto in ciò che ci dirà l’incontro di Berlino tra l’imperatore Alessandro e il re di Prussia. Se la Prussia entrerà nell’alleanza, on forcera la main à l’Autriche, e sarà la guerra. In caso diverso, si tratterà solo di mettersi d’accordo sul luogo dove formulare le prime clausole di una nuova Campoformio.» «Ma che straordinaria genialità!» esclamò a un tratto il principe Andrej serrando a pugno la sua piccola mano e battendola sulla tavola. «E che fortuna ha quest’uomo!» «Buonaparte?» disse interrogativamente Bilibin corrugando la fronte e avvertendo così che adesso sarebbe seguito un mot. «Buonaparte?» ripeté, appoggiando la voce sulla «u». «Ora che da Schönbrunn detta legge all’Austria il faut lui faire grâce de l’u. Io faccio decisamente un’innovazione e lo chiamo Bonaparte tout court.» «No, davvero,» disse il principe Andrej, «pensate che la campagna sia ormai conclusa?» «Ecco che cosa penso. L’Austria è stata giocata come una sciocca. Non ci è abituata, e si vendicherà. Ed è stata giocata perché in primo luogo, le province sono devastate (on dit, que l’ortodoxe est terrible pour le pillage), l’esercito è annientato, la capitale è invasa; e tutto questo pour les beaux yeux del re di Sardegna. Perciò, entre nous, mon cher il fiuto mi dice che ci ingannano, il fiuto mi parla di intese con la Francia e di propositi di pace: di pace segreta, di pace separata. «Questo non è possibile!» disse il principe Andrej, «sarebbe troppo ignobile.» «Qui vivra verra,» concluse Bilibin rilassando di nuovo la pelle della fronte, a indicare che il discorso era finito. Quando il principe Andrej raggiunse la camera che era stata preparata per lui e, con biancheria pulita indosso, si coricò fra piumini e tiepidi, odorosi guanciali, sentì che la battaglia di cui egli aveva recato l’annuncio era lontana, lontana da lui. Ora la sua mente era occupata dall’alleanza prussiana, dal tradimento dell’Austria, dal nuovo trionfo di Bonaparte, dalla rivista, dal ricevimento e dall’udienza particolare che l’imperatore Franz gli avrebbe accordata il giorno dopo. Chiuse gli occhi, ma nello stesso istante nelle sue orecchie presero a rintronare le cannonate, le sparatorie, il rollio delle ruote della carrozza. Ed ecco di nuovo fucilieri che scendevano dalla collina formando un cordone e i francesi che sparavano, mentre lui si sentiva balzare il cuore in petto e procedeva a cavallo a fianco di Schmidt; le pallottole gli fischiavano lietamente intorno e lui provava decuplicato quel senso di gioia di vivere che non aveva più provato dall’infanzia. Si risvegliò. «Sì, tutto questo è accaduto!...» mormorò, sorridendo felice, a se stesso, come un bambino, e si riaddormentò del sonno profondo della gioventù.
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